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Whatever-you-like of Brixton – You Me At Six @o2 Academy Brixton 15-10-11

Di Denise Pedicillo e Michela Rognoni
Foto di Denise Pedicillo

Non pensavo che gli You Me At Six fossero così popolari in UK ed è per questo motivo che ci siamo presentate davanti alla o2 academy di pomeriggio – e anche perché sprecare un’intera giornata a Brixton non avrebbe avuto molto senso – . Arrivate lì abbiamo visto gente accampata dalla sera precedente che ci chiedevano di buttare i loro materassi e cuscini.
Due sono state le cose più fighe successe durante l’attesa: la prima era il tizio dello staff che girava con il sacco per raccogliere la spazzatura e che urlava cose del tipo “your mom doesn’t allow you, I don’t allow you too” e che sembrava un marines – c’era anche la filastrocca pick it up qualcosa ma non ce la ricordiamo, però abbiamo riso un sacco -. L’altra erano Josh e Max che si parlavano da una finestra all’altra, imitando il tizio che raccoglieva i fondi e parlava nel megafono.
Anche i tizi dei Lower Than Atlantis, o forse erano i Deaf Havana, cercavano di essere simpatici, e lanciavano la frutta ai loro fans per poi cercare di far canestro nel cesto delle offerte con alcune monete.
Ma passiamo al concerto.. la o2 academy è un posto fighissimo, sembra di essere in un esterno quando invece si ha un tetto sopra la testa e inoltre da ogni parte si vede benissimo, visto che il pavimento e fatto in salita. Per questo motivo decidiamo di non andare nella folla ma stare davanti all mixer, dove resteremo comodamente sedute durante le esibizioni dei supporter e dove io cercherò di prendere la scaletta per terra, invocando il potere di Mc Gyver e Gabe Saporta.

Ad aprire il concerto sono i Lower Than Atlantis, la gente inglese sembrava essere felice di ciò, ed interagiva con la band e si esaltava tantissimo. Qualcuno della band chiese al pubblico di sedersi per terra. E allora noi ci sedemmo per terra, senza mai più rialzarci però.

Dopo di loro i Deaf Havana sembravano avere ancora più fans. Scusateci ma non è che siamo proprio intenditrici di questo genere di musica urlato e brutale. Anche qui, stavamo sempre sedute per terra ad osservare gli strani comportamenti degli altri spettatori, quasi tutti ubriachi.

Le luci si spengono per accendersi subito dopo e illuminando un Dan Flint a petto nudo. Data la mia posizione e la mia talpaggine, sembra di vedere il cantante dei Red Hot Chilli Peppers ma dettagli. Subito dopo salgono uno alla volta gli altri You Me At Six. L’ultimo ad apparire è ovviamente Josh. Iniziano a suonare Consequence e la folla inizia a cantare con loro. Tra una canzone e l’altra, le luci si spengono e si riaccendono illuminando Josh che da spazio a discorsi che, più che discorsi, sembrano pubblicità “è uscito il nostro nuovo CD compratelo”, “Ora facciamo un tour blabla, veniteci”, “grazie per essere venuti, siete il pubblico migliore del mondo” etc..
La scaletta è composta da 15 canzoni, e le esibizioni pompano un casino, tanto che durante Trophy Eyes si formano due cerchi, uno davanti al palco e l’altro a lato del mixer, e la gente comincia a pogare.
Con Bite My Tongue – canzone che pensavo non avrebbero mai suonato, dato la parte whoo whoo di Oliver Sykes (potevano farla fare ai deaf havana volendo) – si scoprono le doti bvootal nascoste di Mr Franceschi, doti comunque apprezzabili anche se ti lasciano un po’ a bocca aperta all’inizio.
Arriva il momento in cui le luci si spengono, gli You Me At Six scendono dal palco, fingendo di aver concluso il concerto, e la folla – soprattutto il tizio ubriaco di fianco a noi – comincia ad intonare una “lalalalalalala la la” anticipando Lover Boy, che sarebbe stata la prossima canzone. Da qui in poi è il delirio: gente che salta, ubriachi che cominciano a pogare random, ragazzi che buttano le proprie fidanzate sulla gente e poi le filmano e infine Josh che fa salire sul palco le persone per concludere il concerto sulle note di Underdog. – In mezzo c’era Stay With me tipo, tutti cantavano come degli ossessi. –
Tralasciamo l’interminabile fila per uscire e per il merch e i tizi al mixer che non capiscono il mio “give me the setlist under the table” ma dettagli.

Fuori ci sono dei tizi da film sul punk che amoreggiano – probabilmente pieni di sostanze stupefacenti – avvolti in un materasso. Purtroppo siccome la metro chiude troppo presto non possiamo stare ad aspettare fuori dal locale. Ciao You Me At Six, forse ci rivedremo quando verrete in Italia.

Gruppi che sccrivono frasi azzeccate sulle magliette – Radiosurgery by New Found Glory

Di Elisa Susini e Christian Gambi (mentre Ric dormiva sulla spiaggia)

Se l’ultimo album aveva destato qualche dubbio in voi sui New Found Glory, dimenticatelo e godetevi Radiosurgery. Questi sono i New Found Glory allo stato puro. Uno dei loro album migliori.
Quando vi dicevano Pop Punk’s not Dead dovevate crederci ad occhi chiusi perchè è così!

1) Radiosurgery: La leggenda vuole che il primo singolo di un album sia sempre la canzone peggiore. E la leggenda ci indovina sempre.

2) Anthem For The Unwanted: Tutti nel pop punk devono fare un Anthem. E tutti gli Anthem del pop punk sono belli e travolgenti proprio come questo!

3) Drill It In My Brain: Atmosfere inizio anni 2000. Questa canzone ti fa venire voglia di andare al college, fare casino a più non posso e innamortarti della persona sbagliata.

4) I’m Not the One: Tipica canzone da new Found Glory, volendo contraddire il testo, This Is The One.

5) Ready, Aim, Fire!: Il bello di questa canzone è l’intro che potrebbe ricordare Ruby Soho o altre canzoni di gruppi rancid-ispirati.. se non fosse che poi parte Jordan a cantare. E ci piace.

6) Dumped: Questa è la canzone più bella dell’album. Nel ritornello è d’obbligo tornare tutti quindicenni tappando con il dito l’età sulla carta d’identità.

7) Summer Fling, Don’t Mean a Thing: Summer è una delle parole chiave del 2011. L’altra è Love ma l’hanno presa i blink-182. Sto scrivendo questa recensione in spiaggia ma ci sono altre canzoni dei New Found Glory che pur non dicendo espressamente la parola summer, ne rendono più l’idea.

8) Caught In The Act: voci femminili che cantano canzoni pop punk: NO WAY, anche se cantano poco e sono in sottofondo. Quindi facciamo attenzione solo al bel palm mute di Chad durante tutta la canzone.

9) Memories and Battle Scars: Pezzone. “And in the end we’ll both know who we are: a body full of memories and battle scars.”

10) Trainwreck: e dopo il pezzone, un pezzo un po’ forzato in our humble opinion.

11) Map Of Your Body: Questa è l’ultima traccia della versione non deluxe ed è New Found Gloriosissima. Ti lascia con una gran voglia di vederli live (a manchester o a pinarella di cervia) al più presto e saltare con loro!

12) Separate Beds: Separate Beds dà il via alla versione deluxe dell’album, e sta facendo a botte con Trainwreck per il primato di “canzone dell’album che non ti rimarrà mai in testa”. Ma forse il primato spetta a Trainwreck.

13) Over Again: Bella veloce, bella tirata, questa è canzone fantastica che ti porta via letteralmente!

14) Sadness: E’ quello che si chiami Sadness ma sia allegrissima! (non ho capito l’italiano di questa frase ma non la modifico perché magari è un toscanismo-jimmy-)

15) Blitzkrieg bop: E qui il colpo di scena, proprio sul finale. E’ difficile fare una cover dei Ramones e farla bene. Soprattutto se è Blitzkrieg Bop, proprio per la sua semplicità. Invece i New Found Glory ci sono riusciti alla grande.. Hey Oh, Let’s Go!

E’ Tutta Colpa Di Gabe – Night Shades by Cobra Starship

Di Michela Rognoni con la gentile collaborazione di Michela Ravasio

Dopo anni di scelte discutibili (come sciogliere i midtown) Gabe Saporta e i suoi Cobra Starship con Night Shades ci offrono un’atmosfera da giro in autopista alle feste di paese.

Se volete ascoltare un disco per farvi emozionare da musica e testi dovreste evitare di ascoltare questo disco. Se invece ciò che volete è divertirvi, fare i tamarri in macchina e dimenticare i problemi del mondo mettetevelo in loop, non vi deluderà. Non mi va di parlare bene di questo disco. Ma non mi va nemmeno di stroncarlo.

Da come stavano andando le cose con viva la cobra e hot mess ci si aspettava una continuazione su quella linea. Musica elettronica con riff ancora un po’ pesanti. Invece il caro Ryland appende la chitarra al chiodo e si lancia alla scoperta del Synth.

Fare una recensione traccia per traccia sarebbe superfluo (sarebbe anche spoiling per quelli di voi che non l’hanno ancora sentito, non voglio rovinarvi la sorpresa, non questa volta).

Questo disco presenta svariate collaborazioni con la gente più disparata (dalle plastiscines ai jump into gospel) – non vorrei dire che questo sia legato al fatto che gabe non ce la fa più a cantare da solo, però in effetti è quello che penso – , infatti anche il primo singolo estratto “You Make Me Feel…” presenta la firma di Sabi (che non so chi sia in realtà) ,sta sbancando le classifiche e – a causa del genere molto in voga – passa addirittura qualche volta su qualche radio italiana.

Middle Finger è la traccia che mi ispira di più, non so dire esattamente perchè ma trovo che sia perfetta per fare il maranza coi finestrini abbassati quando si beccano i semafori rossi.

Le altre canzoni, tra cui “Don’t Blame The World, It’s DJ’s Fault” (che dovrebbe chiamarsi don’t blame the world, it’s GABE fault) sono più indicate per passare a prendere gli amici sotto casa facendosi riconoscere da tutto il palazzo oppure, ed è il caso di “#1 Night”, per fermarsi davanti alle discoteche a far scendere gli amici prima di fare manovra e parcheggiare.

Bene direi che questa recensione è pronta per volgere al termine e concluderei dicendo che c’è Gabilliam ovunque. Nuovo giro, nuova corsa! Inserite il gettone e tra fumi bianchi e luci colorate possiamo ricominciare da “You Belong To Me”.

Thanks for surviving (cit.) – Yellowcard @ Rock Planet 03-09-11

 Di Michela Rognoni

Foto di: un tizio dello staff degli Yellowcard,Michela Rognoni e Sara Cavazzini

Visto come sono andate le cose questa recensione finirà per trattare più il “prima” e il “dopo” che il “durante” del concerto degli Yellowcard al Rock Planet di Pinarella di Cervia.

Le previsioni davano brutto tempo ma non potevamo che partire da Milano in shorts e canottiera per andare “al mare”. Never trust a metereologo. Infatti c’erano 35 gradi.

Avendo vinto il Meet & Greet con la band (e avendo amiche a cui non allettava più di tanto l’idea di farsi spiaccicare in prima fila) decidiamo di andare in albergo a riprenderci dall’estenuante viaggio passato perlopiù cantando e mangiando la pizza insipida di spizzico.

Credo fossero circa le 5 quando per la prima volta andammo davanti al rock planet. E non c’era quasi nessuno: qualcuno che barboneggiava seduto davanti all’entrata, qualcun altro intorno ad un palo e il tourbus. L’idea che va per la maggiore è quella di passare qualche altra ora a cazzeggiare altrove.Al nostro ritorno al Rock Planet notiamo degli Yellowcard che scendono dal bus e scompaiono nel vuoto. Poi Longineu Parson III grida “I love you” dal finestrino di una macchina mentre Sean O’Donnel parla ad un tizio con una telecamera fuori dal bus e poi si allontana a piedi.

Non avendo niente da fare iniziammo ad inseguirlo cercando di non farci notare per poi raggiungerlo e fingere un incontro casuale davanti ad una piadineria ed andarcene, dopo avergli chiesto una foto, nella stessa direzione da cui eravamo venute.

Cenando notammo delle facce che ridendo lasciavano un negozio di souvenir, sospettammo la presenza di qualche Yellowcard nel negozio (sospetto confermato più tardi) ma non avevamo abbastanza voglia di abbandonare le nostre piadine per controllare.

Tralascio qualche passaggio stupido ed arrivo al punto in cui manca poco al M&G:

Il “tizio di Freak Promotion” (che aveva messo in palio i posti per il M&G attraverso un contest) ci dice di accodarci nella fila di “quelli-che-ancora-non-hanno-il-biglietto” e che teoricamente dovremmo entrare prima degli altri ma le porte si aprono. Tutti entrano tranne noi, che rimaniamo abbandonati a noi stessi finché la fotografa spiega la situazione ad un tizio della sicurezza che ci fa finalmente entrare. Alle casse ci sono problemi con le liste, ci fermiamo davanti alle casse ad aspettare e ci prendiamo badilate di insulti dalla simpaticissima security di quel bellissimo posto egregiamente organizzato che è il Rock Planet. Finalmente riusciamo ad entrare e veniamo accompagnati al luogo del meet attraversando la sala del concerto in cui fa molto caldo.

Ci ritroviamo all’aperto in una specie di cortile in cui stanno aspettando 2/5 degli Yellowcard. Nessuno si muove, attimi di panico, poi gli altri 3/5 degli Yellowcard arrivano e così noi andiamo a farci autografare i booklet e a fare tutte le altre cose che si fanno ai meet. Elencherò gli avvenimenti più importanti:

Ryan Mendez mi ha rotto svariate costole abbracciandomi.

Delle ragazze di “Yellowcard Italia” avevano fatto firmare a chiunque (compreso Gabe Saporta) una bandiera italiana e l’hanno donata alla band e Sean Mackin eccitatissimo ha chiesto di potersela mettere sulle spalle scandendo per bene ogni singola parola della sua frase.

Il pelatino del Rock Planet era impaziente di farci concludere il meet ma Ryan Key l’ha messo a tacere dicendogli che dovevamo ancora fare le foto uno ad uno insieme alla band.

Insomma, tutto questo per dirvi che gli Yellowcard sono persone per bene molto simpatiche e gentili , non si sentono delle rockstar e vogliono bene a tutti indistintamente.

Dopo tutto ciò avremmo dovuto assistere il concerto da una posizione privilegiata al lato del palco. Peccato che questa posizione al Rock Planet non esista.

La sala è stracolma di gente e l’aria è solo vagamente respirabile. Ci mettiamo al lato del palco da dove più o meno non si vede nulla se non sei alto abbastanza.

A dare inizio alla serata sono gli Skylong, un gruppo emergente del luogo (che ho sempre desiderato di sentire dal vivo). Sono molto giovani e non nascondono il loro desiderio di finire in fretta la loro esibizione per potersi godere gli Yellowcard, gruppo fondamentale anche della loro adolescenza. Suonano pochi pezzi – pochi ma buoni – tra cui un pezzo vecchio scelto dai loro fans “Got to go” e “Show me your best on the dancefloor” di cui dovrebbe essere stato girato il videoclip durante l’esibizione e chiudono con una simpatica cover di “50 Special” che fa sorridere ed agitare la folla. Se proprio devo trovare un neo nella loro esibizione potrei accusare il cantante di aver trasmesso poca energia ma probabilmente è stata colpa del caldo quindi fate finta che questa frase non sia mai stata scritta.

Dopo gli Skylong l’aria nel locale, non è che fosse irrespirabile ma inesistente.

Da una sala all’aperto, in piedi sopra ad un’aiuola si riusciva a vedere il palco per cui quella sarebbe stata la mia posizione. Non giudicate questa decisione come scarso coinvolgimento, interpretatela piuttosto come spirito di sopravvivenza.

Quando gli Yellowcard salgono sul palco il pubblico esplode tra urla ed applausi. Poi parte “for you and your denial” e si scatena l’inferno (figura scelta non a caso). La band è stracolma di energia e non esita a sprigionarla sul palco attraverso i pezzi forti che hanno segnato i loro 10 anni di carriera come “Way away”, “Breathing”, “Rough landing Holly” amalgamati con i pezzi forti del loro ultimo disco come “With you around” e “Life of leaving home”. L’acustica non è delle migliori: le seconde voci spesso si sentono meglio della voce principale. Le voci del pubblico sono spesso più chiare della voce principale.

Grazie al cielo nella scaletta erano presenti due pezzi in acustico: “Empty apartment” e “Sing for me” durante i quali il frontman Ryan Key chiede al pubblico di cantare, di muoversi a ritmo e di imitare gli assoli di chitarra e il batterista Longineu Parson III evita un collasso uscendo nella sala all’aperto dopo essersi sdraiato più volte di fianco alla batteria. Mendez corre ad accertarsi sulle sue condizioni. O’Donnel beve un sorso di birra. Mackin sembra essere l’unico a non sentire caldo e salta sul palco ad incantare tutti con il suo violino.

Dopo questa pausa la band continua con altri pezzi forti,cercando in tutti i modi di ignorare il caldo, ci ridono sopra “questo è lo show più caldo in 10 anni di carriera” twitteranno in seguito, e ringraziano il pubblico per il modo in cui resistono. Ed è la volta di “Only one” in cui ancora una volta Ryan gioca a cantare col pubblico e a coinvolgerlo.

La storia dello scendere e risalire sul palco al Rock Planet non funziona molto bene ma è sicuramente una scusa per prendere un po’ d’aria prima di chiudere lo spettacolo con la crème de la crème della carriera degli Yellowcard: l’ultimo singolo “Hang you up”, l’anthem della speranza “Believe” e “Ocean avenue” a cui non servono descrizioni.

Uscendo dal locale non possiamo fare a meno di notare che le ventole sul soffitto girano aria calda e viziata, che tutto è umidiccio e appiccicoso e che nella sala a fianco dove stavano trasmettendo musica da discoteca c’era l’aria condizionata.

Fuori dal locale un ragazzo lascia una pozzanghera strizzando la maglietta lavata di sudore e Longineu firma svariate ore di autografi mentre i due Ryan si allontanano su una Lancia Y.

Quanto a noi…è il momento di una festa sulla spiaggia.

Grazie Rock Planet, gli Yellowcard hanno detto che torneranno il prima possibile…ma speriamo che tornino all’Alcatraz di Milano. A Dicembre.

 Ps: a breve le foto del meet. A BREVE.

Pps:(la grammatica che è stata torturata in questa recensione non ha riportato danni permanenti)

Se sei nel dubbio, chiedilo a Ryan Key su twitter! – When You’re Through Thinking Say Yes by Yellowcard

 di Michela Rognoni

Dopo aver pianto lacrime amare per lo pseudo scioglimento degli Yellowcard nel lontano 2007,

When You’re Through Thinking Say Yes, settimo album in studio della band, rappresenta un ritorno al passato.

La distanza dalle scene ha fatto bene alla band che si ripresenta dopo quattro anni dal non perfettamente riuscito “Paperwalls” in ottima forma e con un lavoro del tutto convincente.

I primi secondi di The Sound Of You And Me mi hanno disorientata, ricordandomi un pezzo ska-punk (mi ha ricordato gli ultimi lavori degli Shandon, non so se possa interessarvi), ma subito dopo il pezzo si trasforma lasciando intravedere quello che ci si dovrà aspettare dall’album: tanta energia e tante emozioni in perfetto stile yellowcard.

Il primo singolo estratto, For You And Your Denial si apre col violino di Sean Mackin – come tutte le migliori canzoni del gruppo -. Qui il testo è catchy quanto la musica: ti farà diventare pazzo risuonandoti nella testa per almeno 13 ore dopo il primo ascolto.

Con With You Around si mantiene alto il livello d’energia. Se il vostro animo è esageratamente californiano e avete passato delle esperienze simili a quelle narrate nel testo – e soprattutto se vi piacciono i Saves The Day – questo è il pezzo che fa per voi! Potrebbe essere l’ Ocean Avenue della nuova generazione.

Se avete ascoltato gli Yellowcard almeno una volta nella vostra vita, sarete sicuramente a conoscenza del fatto che scrivono delle ballad strappalacrime da paura. Hang You Up, secondo singolo estratto, è una di queste. Voce cantilenante, parole d’amore, chitarra acustica e il solito violino che incupisce i toni.

Ci pensa Life Of Living Home ad asciugarci le lacrime. Testo autobiografico come piace fare al signor Key. Ritmo sostenuto, violino punzecchiante ma l’atmosfera solare del primo trittico non è ancora ritornata. Stava aspettando che iniziasse Hide probabilmente. Ci sono gli oooh oooh che ci piacciono tanto e c’è anche la voglia di saltare come degli idioti.

Soundtrack. E qui dirò una cosa senza senso ma devo dirla perché mi preme di farlo: questo pezzo mi ricorda un pezzo di un gruppo emergente italiano che dovete assolutamente ascoltare, ovvero, gli A Place In The Sun. Chiusa questa parentesi non resta molto da dire, continua l’atmosfera da school party e c’è un pezzo a due voci che è esaltantissimo. E’ uno dei pezzi più belli del disco.

Sing For Me è un’altra ballad, ancora più strappalacrime di Hang You Up. Piena di speranza e d’amore. Non ascoltatela se vi è successso qualcosa di brutto, cioè fatelo solo se non sapete l’inglese o se siete masochisti.

Immediatamente dopo con See Me Smiling sembra che stiano seguendo lo stesso schema di Hang You Up/Life Of Leaving Home. E’ decisamente un pezzo energico ma non solare, gli strumenti non sono più tristi ma sono un po’ arrabbiati e danno al pezzo una carica particolare.

Ci pensa Be The Young a chiudere in bellezza: ammorbidisce i toni e incupisce ancora un po’ l’atmosfera come tutte le ultime tracce dei dischi dovrebbero fare. Il testo è la cosa più bella del pezzo e potrebbe anche lanciare un messaggio da parte della band: Growing up has just begun.

In conclusione niente intermezzi elettronici e niente cambiamenti radicali sono la chiave per far breccia nei cuori dei nostalgici del pop punk che secondo Gabe Saporta è così ’05.

 

Gli Yellowcard saranno in concerto in Italia il 3 settembre al Rock Planet di Pinarella di Cervia.

Ci sono persone di cui si può allegramente fare a meno – Vices & Virtues by Panic! At The Disco

 Di Michela Rognoni

Come probabilmente direbbero i nostri nonni in qualche dialetto strano, dal 2005 ne è passata di acqua sotto i ponti. Ed i vari cambiamenti sono evidentissimi in casa Panic! At The Disco, dato che il numero di componenti si riduce a due con l’abbandono da parte di Jon Walker e Ryan Ross – rispettivamente basso e chitarra/songwriter – .

Se “Pretty Odd” era un album marchiato dalla volontà di potenza di Ryan Ross, wannabe frontman sempre oscurato dal carisma di Brendon (IMHO), “Vices & Virtues” sembra gridare “Brendon e Spencer se la cavano benissimo anche da soli”.

Non solo abbandoni, ma anche il grande ritorno del “!” dopo la parola Panic. Sarà forse una frecciatina, o un ritorno al futuro, o magari una squallida trovata commerciale, ma dovete ammettere che è molto carino! (io ci sono sempre stata affezionata).

Vices & Virtues, da quanto è stato spiegato dalla band in diverse interviste, vuole analizzare vizi e virtù della vita umana, quella che più o meno tutti viviamo quando non siamo fissi dietro allo schermo di un computer come delle amebe.

Oltre all’album i Panic! At The Diso hanno anche pubblicato sul proprio canale di You Tube un cortometraggio “The Overture” che contiene quattro pezzi di Vices & Virtues, è una storia avvincente, vi consigli di guardarlo se ancora non l’avete fatto.

Ma passiamo a parlare seriamente dell’album:

The Ballad Of Mona Lisa è il primo singolo estratto. Come avrete potuto intuire dal titolo, si tratta di una ballad dalle sonorità un po’ noir (perchè scrivere dark sarebbe troppo mainstream) e dal ritornello estremamente orecchiabile – se siete dei fans della band o avete ascoltato questa canzone in casa vostra per più di due volte, state pur certi che un giorno beccherete i vostri genitori impegnati in un “uooooo mona lisa” -. Il video è sembrato a tutti una versione più “Tim Burton” di quello di “I write sins not tragedies” ed è stato interpretato come un ritorno alle origini, e anche secondo me la cosa avrebbe assolutamente senso, quindi la passerò per buona.
Segue Let’s Kill Tonight: una danza ritmata in cui nessuno viene ucciso, a parte il tempo e la noia. Sarete incitati a battere mani e piedi, e senza che abbiate il tempo di accorgervene lo starete già facendo.

Si continua a ballare con Hurricane, che ha come argomento il sesso come divertimento, il sesso a pagamento, il sesso in senso estetico come era inteso da D’Annunzio. Il sesso insomma. E la pace ed il benessere che è in grado di produrre.

Si smorzano decisamente i toni con Memories, la ballata più demotivante che sia mai stata scritta. Se avevate qualche intenzione di tentare una fuga d’amore col vostro partner o se eravate convinti di essere indipendenti e di potervela cavare da soli, dopo aver sentito questa canzone vorrete restare a casa di mamma il più a lungo possibile.

Trade Mistakes è una ballata un po’ più rockeggiante anche se dall’incipit non sembrerebbe. Fallire in amore capita a tutti. Non capita a tutti invece di creare mantra in cui si barattano sbagli con pecore per farli svanire.

Si ricomincia a scatenarsi con Ready To Go,secondo singolo estratto, ma non mi fermerò troppo a parlarne perché trovo che sia il brano più inutile dell’album. Un sacco di ohohoh che rendono il tutto super-orecchiabile.

Always è quanto di più dolce potrete trovare in un disco ballabile come questo. Continue giustapposizioni di immagini melodrammatiche e romantiche ma mai scontate. (la mosca sola soletta nella tela del ragno morto è la mia preferita seguita dalla luce che ammicca alla fine della strada). Dolce e Armoniosa anche la voce di Brendon che contribuisce a rendere tutto più magico.

The Calendar ci ricorda che qualunque cosa accada, il tempo continuerà a scorrere veloce, e pian piano tutto non sarà altro che un ricordo (IMOH non mi andava di dire che parla dell’abbandono degli ex membri perché secondo me ci sono riferimenti molto più espliciti di questo ma siccome non abito nella testa dei songwriters non vorrei cadere in conclusioni affrettate.)

Sarah Smile ti fa sentire i vecchi Panic! nelle ossa. E’ una canzone d’amore ironica e divertente. Se avete un’amica di nome Sara comincerete a stargli addosso con questo ritornello ancora una volta troppo catchy.

Nearly Witches (Ever Since We Met) è la canzone che chiude l’edizione standard dell’album. Anche questa è sporcata dal sound tipico dei vecchi Panic! Sembra di essere ad uno spettacolo di burlesque e cose così. Ti viene voglia di fare movimenti imbarazzanti. Eccetto il ritornello e le voci dei bambini di un coro che dicono Mona Lisa pleased to please ya.

Nella deluxe edition invece ci sono ben 4 bonus track:

Stall Me, notevole soprattutto per il testo. Non vi anticipo nulla, dovreste assolutamente ascoltarla!Acuti di Brendon degni di nota.
Oh Glory , che sarebbe la canzone più bella del disco se fosse una traccia ufficiale. Troppo danceable per essere vera.

I Wanna Be Free: le percussioni ti inducono a fare dei rumori strani con la lingua. La canzone ha quest’aria sognante, e Brendon spara un altro acuto degno di nota (se dovessi scoprire che dal vivo non li sa fare perderei fiducia nell’umanità)

Turn Off The Lights ha semplicemente un titolo perfetto per chiudere un album.