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iDays: gli Offspring sono il secondo nome “annunciato”

Esattamente come era successo ieri con Liam Gallagher, sulla pagina Facebook degli iDays è spuntato un nuovo indizio a spoilerare il secondo nome della line up. Continua a leggere iDays: gli Offspring sono il secondo nome “annunciato”

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“Da grande voglio essere Mike Shinoda” – Linkin Park + blink-182 + Sum 41 @ I-Days 17/06/2017

Di Giorgio Molfese

Il 17 giugno alla fine ho deciso di andare a guardare un paio di local band all’I-Days. Anche perché l’alternativa era un concertino punk alla sagra di paese, quindi…

Appurato che il Salsicciafestival ha fatto circa 11 persone, il fest italiano più grosso degli ultimi anni, per la giornata con Sick Tamburo, Nothing But Thieves, Sum 41, Blink-182 e Linkin Park ha fatto registrare il tutto esaurito. È obiettivamente figo essere parte di una cosa da 85 mila persone ma non tutto è andato benissimo ecco. Il primo pacco della mia giornata, dopo la sveglia alle 6.30 AM, è stato perdermi i super amici Summer Of Hoaxes sul palco piccolo del Brianza Rock Contest. Cioè io mi sono davvero impegnato ad alzarmi presto ma ops, per arrivare anche solo in vista dei palchi devi camminare circa 666 ore quindi ecco, niente Summer Of Hoaxes e partiamo già male.
Non sono in vena di dilungarmi sui problemi del fest, anche perché la mia amichetta Michela ne parla qui, quindi diamo spazio alla musica che è meglio.

idays monza 2017

I Sick Tamburo, capitanati dalla fantastica Elisabetta Imelio (ex Prozac+), non me li sono filati, vi dico la verità, anche se un paio di pezzi erano ascoltabili. Stesso discorso per i Nothing But Thieves, dall’Essex. Ok si bravi, bel sound ma basta ‘sto rock alternativo mega vecchio. Due pezzi e ti scende tutto l’hype della giornata.
Per fortuna, tra un’odissea e l’altra per riuscire nella difficile impresa di procurarsi un bene introvabile sul globo terrestre che risponde al nome di “Acqua”, ci pensano i Sum 41 a scaldare finalmente la gente (anche se con tutto quel caldo avrei preferito i SUN 41, che gag, che simpatico, wow, high five). La scaletta è una mina, prevede tutti i pezzoni come In Too Deep, Motivation, Fat Lip, Still Waiting e chi più ne ha più ne metta. Deryck è davvero in forma da qualche mese a questa parte e anche sul palco dell’Autodromo di Monza non delude. Suoni così così, ma l’energia della band riempiva i vuoti. Un piccolo appunto sulla performance: la finiamo con le cover? C’avete 39 dischi maledizione.

Il tempo di sedersi un pochino all’ombra ed eccoci super riposati (non è vero) per goderci il gran ritorno dei blink-182, o quello che ne rimane. Si parte malissimo ancora prima che comincino a suonare dato che Matt Skiba si presenta con una maglia del Mugello e dei pantaloni zebrati che non indosserebbe neanche Hayley Williams ma come detto, pensiamo alla musica.
Non c’è troppo da dire, i blink-182 non devono suonare bene, non devono cantare bene, in realtà non devono fare niente bene, tanto i fan sono cresciuti con quei tre che non azzeccavano una nota, a noi va bene così. Anche qui la scaletta è ok, magari con qualche pezzo da rivedere ma è ok. Come prevedibile la folla si scatena sulle classiche What’s My Age Again, All The Small Things, meno prevedibile invece il totale assenteismo nei pezzi più vecchiotti come Dysentery Gary che tra parentesi ha piegato o Reckless Abandon. Anche qui i suoni non erano il top della vita e hanno penalizzato lo show.
Capitolo Matt Skiba.
Per me è un grande no. Sono uno dei romantici. Smettila subito di distruggere la soundtrack di una generazione. Fai solo i pezzi di California che ti vengono anche bene.
C’era un’atmosfera diversa rispetto al 2010, i fan dei Blink sono cambiati, è come se la band fosse meno influente nelle vite dei fan e questo un po’ mi rattrista. Detto questo, blink-182 life, for life in ogni caso.

L'immagine può contenere: una o più persone, folla, cielo, nuvola e spazio all'aperto

Dopo qualche commento e un po’ di delusione, mi accingo a prendere posto per la band che più di ogni altra volevo vedere in questa giornata. Nove anni dopo, mi ritrovo davanti Chester Bennington e l’idolo della mia vita Mike Shinoda + compari.
Non poteva esistere show migliore per chiudere la giornata. Chissenefrega se non vi piacciono i pezzi nuovi, chissenefrega se siete fermi al 2003, i Linkin Park hanno surclassato qualsiasi band e hanno tirato fuori un live coi fiocchi, reinventando canzoni, remixandole, aggiungendo pezzi. Non sono stati per niente banali.
Meravigliose le esibizioni piano-voce di Chester, Crawling incredibile, lacrime sui vecchi pezzi come Breaking The Habit o In The End. Mi sono davvero emozionato costantemente per quasi due ore. Numb, Faint, A Place For My Head sono canzoni che hanno segnato la mia adolescenza e non riuscivo a trattenere le lacrime. Saltavano tutti, cantavano tutti. Anche le tanto criticate canzoni del nuovo disco come Heavy o Good Goodbye sono state apprezzate e urlate dal pubblico. Al momento i Linkin Park sono la più grande rock-band del pianeta e nessuno può negarlo.

Dopo una giornata così, sei solo contento di avere 26 anni e di essere cresciuto con le band che hai ascoltato le ore precedenti. Sei solo contento di essere stato parte di questo live.

Una super amica che non ringrazierò mai abbastanza mi viene a prendere poco fuori dal parco, risparmiandomi tot settimane di cammino, sono a pezzi ma sorrido, canticchio e penso che con un po’ di organizzazione base in più, la giornata sarebbe stata perfetta, ma anche così non ci è andata male dai.

Green Day + Rancid @ I-Days 2017 15-06-2017

Di Alessandro Mainini

Dell’organizzazione degli I-Days e dei raggiri problemi vari a cui sono andate incontro le decine di migliaia di partecipanti all’evento clou dell’anno si è già discusso ampiamente in questi giorni. Dai 15€ di spesa minima per prendere una birra ai bar, alle code infinite all’ingresso e alle casse, al costo dei parcheggi, sembra che al di là della musica, questi I-Days siano stati un evento più all’insegna del disagio che del divertimento, ma forse siamo noi italiani che siamo sempre bravi a lamentarci e meno ad apprezzare le cose che una volta tanto ci arrivano in casa. /rant

idays monza 2017

A parte tutto, il primo giorno del festival prevedeva la band più importante dell’intera manifestazione (ma non ditelo agli hater), ovvero i Green Day, supportati dai Rancid che li seguono nel loro tour europeo e da una serie di bizzarri opening act tra cui i Tre allegri ragazzi morti e un DJ set del Twist and Shout (perché poi?, mah), ma soprattutto alcune band emergenti che hanno vinto il Brianza Rock Festival Contest per avere la possibilità di esibirsi durante queste giornate.

Partendo proprio dagli opener locali, i primi a suonare al mio arrivo –ma non i primissimi della giornata, visto che sono arrivato con calma– sono stati i nostri amici Westmoor. Più che “la possibilità di esibirsi” si trattava in realtà di un contentino, dato che ogni band aveva a disposizione circa un quarto d’ora, ma sono stati 15 minuti di ottimo livello in cui gli Westmoor hanno suonato 4 canzoni dal loro nuovissimo EP Braindrops, di cui hanno anche regalato una copia fisica ai fan che a fine concerto sono andati sotto il palco per conoscerli e complimentarsi.

A seguire sul palco piccolo la performance degli Honey da Rimini, una band più improntata al punk rock che ha abbastanza divertito il pubblico con un set veloce, scanzonato e anche piuttosto coinvolgente. Ottima esibizione anche in questo caso, pur necessariamente limitata nella tempistica. Per non pagare 15€ in token per comprarmi una granita, decido che il set dei Tre allegri ragazzi morti è una buona occasione per esplorare l’area concerti e i vari stand. I bar e i banchi del cibo hanno tutti prezzi alle stelle; in compenso rimedio gratis una maglietta della Regione Lombardia di colore verde che userò al prossimo raduno di Pontida, un frisbee e due pacchetti di caramelle Haribo che costituiranno la mia cena assieme agli snack portati da casa. Allo stand della Rizla credo regalassero le cartine, ma non sapevo che farmene, mentre allo stand della Jeep non regalavano le Jeep, quindi non ci sono entrato.

Finite le varie band d’apertura, sono saliti sul palco i Rancid per la gioia dei tanti punk-prima-di-voi presenti. La band capitanata dal redivivo Tim Armstrong ha suonato per circa un’ora, per un totale di 26 canzoni di 90 secondi ciascuna che spaziavano dal punk rock californiano anni ’90 al punk rock californiano anni ’00, mandando in visibilio i fan del gruppo. Nonostante l’età che avanza, il quartetto di Berkeley ha ancora energia da vendere ed è sicuramente in grado di accattivarsi la folla, anche se non conoscendo bene la loro discografia mi è sembrato di sentire un’unica lunga canzone di 60 minuti, fatta salva la conclusiva Ruby Soho che è impossibile non conoscere.

Scesi dal palco i Rancid e dopo una lunga attesa, alle nove in punto si spengono le luci e parte l’intro del set dei Green Day, ovvero Bohemian Rhapsody dei Queen, seguita da una seconda intro al set dei Green Day (Blitzkrieg Bop dei Ramones) e da una terza intro al set dei Green Day, la colonna sonora de Il buono, il brutto e il cattivo. Quando cominciavamo già a chiederci se i Green Day sarebbero mai saliti sul palco, finalmente Billie Joe e soci fanno la loro comparsa e partono a mille con la carichissima Know Your Enemy che fa da subito saltare e cantare il pubblico.

A seguire, due canzoni dal nuovo album Revolution Radio, ovvero la title track e Bang Bang: il pubblico canta, anche se, credo, tutti attendono le canzoni degli album precedenti. La band allora ci accontenta e da lì in poi propone una selezione dei migliori pezzi dai pilastri del rock come American Idiot e Dookie, più poche canzoni dagli album considerati “minori” come Warning, Insomniac e Kerplunk –peccato!

In due ore e mezza di concerto, i Green Day hanno suonato una canzone in meno di quanto abbiano fatto i Rancid in un’ora. Questo perché certamente le loro canzoni durano di più, ma anche perché in mezzo ad ogni canzone Billie Joe si fermava per fare discorsi, per far cantare innumerevoli “sing eeeeeoooooh” alla folla, per far salire qualcuno del pubblico sul palco, e altre interruzioni che dopo un po’ anche basta, canta di più e parla di meno.

Detto questo, per una persona che è letteralmente cresciuta a pane e Green Day dai tempi delle scuole medie, è impossibile non amarli lo stesso, e quando partono le note di pezzi come Longview, Minority o Basket Case la pioggia di feels scende pesante, fortunatamente non imitata dalla pioggia meteorologica che stranamente ha aspettato la fine del concerto per fare capolino dalle nuvole.

I Green Day sono carichi e in forma, e non perdono occasione di rimarcare il loro amore per l’Italia a più riprese e di sottolineare come, a dispetto di anni di gozzoviglie, overdose mascherate da cagotti, rehab e quant’altro, “siamo ancora vivi”. Anche se io avrei aspettato la fine del concerto per dirlo; così, giusto per sicurezza.
Dopo uno strano medley fra King for a Day/Shout, Always Look on the Bright Side of Life dei Monty Python, Satisfaction dei Rolling Stones, Careless Whisper di George Michael e Hey Jude dei Beatles, e un altro paio di canzoni da Revolution Radio, i Green Day chiudono con un lungo encore dove ci regalano finalmente American Idiot e il capolavoro Jesus of Suburbia suonata per intero, più Ordinary World e Good Riddance eseguite in acustico da Billie Joe.

Si può dire quello che si vuole, ma i Green Day dal vivo danno ancora la polvere a buona parte delle band che si trovano in circolazione, e sanno sicuramente come far divertire i fan nelle due ore e mezza di concerto che ripagano ampiamente il prezzo del biglietto. Stanco e sudato, comincio il lungo pellegrinaggio che mi riporta alla macchina a 40.000 persone di distanza dal palco.