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“Dancing Through Shadows” by She Was Nothing

Di Michela Rognoni e Sara Cavazzini

Disclaimer: Ci stiamo buttando nella recensione di un disco che non è decisamente il nostro genere ma che troviamo perfetto per un po’ di Party Hard.

Stiamo parlando di “Dancing Through Shadows” il disco d’esordio autoprodotto degli She Was Nothing, quintetto Milanese formatosi nel 2008 grazie alla voglia di creare qualcosa di innovativo unendo sonorità rock e metal con la musica elettronica. Il loro coraggioso tentativo sarà sicuramente apprezzato all’estero, ma l’Italia sarà pronta per questo?

La traccia che apre l’album, “Owning your life” già preannuncia il sound particolare del gruppo.Questa canzone è interamente parlata e ciò serve ad aumentare il sentimento di angoscia e dolore provocato sia dalla musica che dal testo. Continua a leggere “Dancing Through Shadows” by She Was Nothing

Album in uscita

 

SETTEMBRE 2019
06-09 Death Cab for Cutie The Blue EP Atlantic
06-09 Flor Ley Lines Fueled by Ramen
06-09 Grayscale Nella vita Fearless
06-09 Roam Smile Wide Hopeless
06-09 Senses Fail From the Depths of Dreams [EP] Pure Noise
06-09 Sleeping with Sirens How It Feels to Be Lost Sumerian
13-09 Korn The Nothing Elektra
13-09 Microwave Death Is a Warm Blanket Pure Noise
13-09 Puddle of Mudd Welcome to Galvania Pavement
13-09 Sleep on It Pride & Disaster Rude
13-09 Tiger Army Retrofuture Rise
13-09 Tiny Moving Parts Breathe Hopeless
20-09 Blink-182 Nine Columbia
20-09 Nothing, Nowhere & Travis Barker Bloodlust [EP] Fueled by Ramen
27-09 The Early November Lilac Rise
27-09 Of Mice & Men Earthandsky Rise
27-09 SeeYouSpaceCowboy The Correlation Between Entrance and Exit Wounds Pure Noise
27-09 Tegan and Sara Hey, I’m Just Like You
OTTOBRE 2019
04-10 City and Colour A Pill for Loneliness Still
04-10 Elvis Depressedly Depressedlica Run for Cover
04-10 Halfnoise Natural Disguise Congrats
04-10 Issues Beautiful Oblivion Rise
04-10 Lagwagon Railer Fat Wreck
04-10 The Menzingers Hello Exile Epitaph
04-10 Vinnie Caruana Aging Frontman [EP] Big Scary Monsters
11-10 Babymetal Metal Galaxy Cooking Vinyl
11-10 Chris Farren Born Hot Big Scary Monsters
11-10 The Devil Wears Prada The Act Solid State
11-10 Gideon Out of Control Rude
11-10 Municipal Waste The Last Rager [EP] Nuclear Blast
11-10 Thousand Below Gone in Your Wake Rise
11-10 Waterparks Fandom Hopeless
18-10 Deez Nuts You Got Me Fucked Up Century Media
18-10 Dream State Primrose Path UNFD
18-10 Foals Everything Not Saved Will Be Lost – Part 2 Warner
18-10 Refused War Music Spinefarm
18-10 Third Eye Blind Screamer Mega Collider
25-10 Bad Wolves N.A.T.I.O.N. Eleven Seven
25-10 Norma Jean All Hail Solid State
NOVEMBRE 2019
01-11 Counterparts Nothing Left to Love Pure Noise
01-11 Stray from the Path Internal Atomics UNFD
15-11 Breathe Carolina Deadthealbum Spinnin’
15-11 Fall Out Boy Greatest Hits: Believers Never Die – Volume 2 Island
FEBBRAIO 2020
07-02 Green Day Father of All… Reprise
21-02 The 1975 Notes on a Conditional Form Polydor / Interscope
MAGGIO 2020
15-05 Weezer Van Weezer Crush/WEA

TOP 10 – Best albums released in 2011, an unofficial chart by The Italian Companion

Per augurarvi un buon 2012, i 5 founder members di questo blog hanno deciso di regalarvi questa fantastica classifica basata su un complicatissimo metodo matematico (l’alzata di mano e le divisioni).
Speriamo nel vostro apprezzamento.

1-New Found Glory – Radiosurgery
Pop punk’s not dead è il riassunto di questo disco. Non è un nostalgico sguardo al passato ma un ritorno al futuro pieno di spunti interessanti e adatto per le feste sulla spiaggia.

2- Yellowcard – When Your Through Thinking Say Yes
Album pubblicato qualche anno dopo lo pseudo-scioglimento della band. Un ritorno al 2005 azzeccatissimo, travolgente e pieno di emozioni.

3- Blink 182 – Neighborhoods
L’album della reunion dopo 8 anni di nulla non poteva che prendere parte della top 10 dei migliori album del 2011. Tutte le aspettative che si erano formate sono bene o male state ripagate. Se non l’avete ascoltato probabilmente vivete nel 2005.

4- Zebrahead – Get Nice!
Nono lavoro in studio per una band, pietra miliare del pop punk. Potrete non considerarlo il loro lavoro migliore vista l’ampia scelta, ma dovrete ammettere che è un lavoro ben fatto che porta l’inconfondibile traccia degli Zebrahead.

5- Forever The Sickest Kids – Selftitled
E’ il secondo full length della giovane band texana. Un sound festaiolo e dei testi più profondi di quanto ci si aspetta da una band così piena di intermezzi elettronici. Sarà per le canzoni troppo catchy, sarà perché Jonathan Cook ci ha creepato il cervello, ma questo album ci piace particolarmente.

6- Hawk Nelson – Crazy Love
Il gruppo di Jesus Freaks che portano in giro la Parola del Signore colpisce ancora. E colpisce nel segno con un sound classico che non disdegna l’aggiunta di qualche innovazione. Se non siete credenti vi basta togliere le lettere maiuscole dai pronomi personali riferiti a Dio e dedicare le canzoni a qualche bella ragazza.

7- Jack’s Mannequin – People And Things
Disco concettuale e introspettivo. Uno spaccato della vita del frontman Andrew McMahon, la sua filosofia di vita, le persone che ha incontrato, i posti che ha visitato…

8- Wonder Years – Suburbia I’ve Given You All And Now I’m Nothing
E’ un album che si ascolta facilmente, divertente e dai testi interessanti. Se l’album precedente era un lavoro così ben fatto da essere difficile da eguagliare, bè…invece è stato eguagliato.

9- The Summer Set – Everything’s Fine
La faccina =( associate al titolo non basta a descrivere questo disco, diversamente da ciò che Brian Dales vuole farvi credere. E’ un album maturo rispetto alle precedenti esperienze della band ed è molto improntato sulla parte struggente dell’amore.

10- Kris Roe – Hang Your Head In Hope
Cosa c’è di meglio di un disco acustico di cui potete scegliere il prezzo a cui comprarlo?
Probabilmente tante cose, ma non è questo il punto. Kris Roe, frontman degli ataris, ci intrattiene con un singolare greatest hits per rendere più piacevole l’interminabile attesa di Graveyard Of The Atlantic.

Bevo la Coca cola gusto Cherry perché me l’hanno detto gli Ataris – Live in LA/Hang Your Head In Hope by Kris Roe

Di Michela Rognoni

Un giorno, o per meglio dire, il 5 marzo 2009, prima di concludere il suo live acustico al Tambourine di Seregno, Kris Roe salutava la folla promettendo di tornare verso settembre/ottobre dello stesso anno con gli Ataris ed un nuovo album “The Graveyard of the Atlantic”.
Siamo a novembre. Del 2011. E quell’album ancora non esiste.
Esiste un vinile contenente 2 pezzi tra cui la title track. Esiste la title track. Ma ancora dell’album neanche l’ombra.
Kris Roe intanto ci tiene informati attraverso la pagina facebook ufficiale  e ci spiega i problemi che ci sono stati e i motivi per cui Graveyard of the Atlantics è ancora un album fantasma.
Questo non vi basta per riuscire a perdonarlo e a pazientare ancora un po’?

Allora forse vi basteranno le due raccolte acustiche fresche di pubblicazione, disponibili in formato digitale col metodo della donazione “pay what you want”:
L’EP “Kristopher Roe Live Acoustic Set Los Angeles 2011”, e il full length “Hang Your Head In Hope” (disponibili su Bandcamp ).
Kristopher Roe Live Acoustic Set Los Angeles 2011 contiene 6 tracce suonate dal vivo come si può intuire dal nome, nonostante questo il suono risulta pulito e piacevole (soprattutto senza coretti del pubblico in sottofondo). La voce è così naturale e genuina che si possono distinguere chiaramente gli sputacchi nel microfono.
L’album si apre con “The Graveyard Of The Atlantic”,la nuova canzone che ormai conoscono tutti, quella che, ai tempi della sua prima apparizione, ci aveva fatto pensare che Kris era in grado di rinnovarsi dopo ogni disco, di non scadere mai nel banale e di essere sempre un grande songwriter.

La voce graffiante riflette perfettamente il mood della canzone.
Il secondo pezzo è “Can’t Hardly Wait”, cover dei Replacements (uno dei gruppi preferiti di Kris)

Personalmente non conoscevo questa canzone prima di ascoltarne la cover. Non oso dire che sia meglio dell’originale, ma è comunque piacevole e ben eseguita.

Segue “My Hotel Year” canzone che non ho mai amato molto ma che acustica rende tantissimo. In questo pezzo in particolare si può notare quanto il vecchio frontman sia maturato vocalmente. Qui non c’è pressoché niente di modificato in studio quindi potete crederci!
”12-15-10” è un inedito che ci da un assaggio di quello che dovremmo aspettarci dal disco fantasma. Ed è un assaggio squisito. Al primo ascolto non fai altro che pensare:”non vedo l’ora di sentirla non-acustica”. Al secondo ascolto ti rendi conto di quanto sia stupendo il testo.
Inizia “Broken Promise Ring” e si sentono le urla di approvazione del pubblico di Los Angeles. La persona a cui è dedicata questa canzone non è la stessa per cui era stata scritta probabilmente. Se come me seguite gli ataris dall’alba dei tempi a questo punto vi scapperà una lacrima ripensando ai momenti a cui avete associato questo pezzo.
e le cose non migliorano scoprendo che l’ultimo pezzo dell’EP è la mega-hit “In This Diary” che rivisitata nel 2011 ci trova tutta la notte svegli a parlare ascoltando le canzoni dei Replacements e non delle canzoni anni 80, e saliremo su uno “shitty van” quando sarà tempo di andare. Kris ci assicura che il pubblico di Los Angeles canta molto bene, e ce lo farà sentire.

Being grown up isn’t half as fun as growing up.

Hang Your Head in Hope è registrato a Mesa in Arizona in una qualcosa di molto simile ad una camera da letto, con un solo microfono. Vintage. Per cui, se già il live suonava pulito e sincero, il full lenght lo è doppiamente.

La prima canzone è l’inedito di cui vi parlavo prima “12-15-10”. La voce meno “sputacchiosa” e più curata la fa apprezzare ancora di più e le urla strazianti di Kris ci fa rimpiangere i tempi di “End Is Forever”.
segue di nuovo la cover dei Replacements “Can’t Hardly Wait”. La differenza principale tra questo disco e l’EP è che qui il suono è più pieno e bilanciato. Ed a questo punto penso che mi farò una cultura sui Replacements perché mi sono innamorata di questo pezzo.

Anche “My Hotel Year” si ripete. Ed io non ho voglia di ripetermi. Comunque se proprio volete saperlo gli Ataris erano quello che nel 2006 avreste dovuto definire emo, non i My Chemical Romance con il loro trucco da zombie e i capelli davanti alla faccia. E’ tutta una questione di sentimentalismi.

“How I Spent My Summer Vacation” è stata una piacevole sorpresa. Esistevano già due versioni di questa canzone (quella di Let It Burn e quella di End Is Forever) e questa può essere considerata una terza versione visto che oramai, mentre il resto non è cambiato, lui è stato ”lost for 30 years”.
Questo pezzo comunque contiene alcune delle frasi più dolci e “tenerose” di tutti i tempi, oltre ad un’atmosfera nostalgica e un sound anni ’90.

Torniamo alle ripetizioni con “Graveyard Of The Atlantic” ma vabbè questa non potevano non metterla ovunque visto che è la cosa che somiglia di più ad un nuovo singolo. Ci terrei a citare una frase che mi ha colpito parecchio: “I am just a bit part on this movie of your life”…come prosegue dovrete scoprirlo da soli.
Si viaggia nel tempo con “Your Boyfriend Suck”. Quanto avrei voluto avere un amico come Kris, che mi mettesse in guardia in un certo momento della mia vita. Un po’ tutti l’avremmo voluto – anche i new found glory l’avrebbero voluto! –. La presenza di questa canzone in questo “simil-greatest hits” ci fa capire quanto a Kris piacciano le sue canzoni di “Blue Skies, Broken Hearts…Next 12 Exits”.
Si prosegue con “Eight of Nine”, canzone che non è mai stata molto meno acustica di così. Così profonda che riesce sempre, in un modo o nell’altro, ad emozionare. Le variazioni vocali nel pezzo rispetto alla versione di “So Long, Astoria” e la pronuncia più chiara delle parole rendono il tutto più coinvolgente.

Si ripresenta anche “Broken Promise Ring”, sinceramente mi sono un po’ rotta le balle di scrivere commenti diversi alle stesse canzoni, l’unica cosa che cambia dalla versione del cd sono gli “wooooo” e l’unica cosa che cambia rispetto all’EP (oltre alla qualità del suono) è un “dreaming” un po’ più lungo e l’assenza del pubblico che batte le mani a fine canzone.
”The Hero Dies In This One” è forse una delle canzoni con il testo più forte nell’intera discografia degli Ataris. Argomento che tocca un po’ tutti ad un certo punto della vita. “I’ll never be the same without you/I love you more than you will never know/…/we must go on/.
La voce di Kris era già ultra-emozionata nel live at the metro, ma in questo disco lo è mille volte di più, e le variazioni amplificano questa sensazione all’inverosimile.

Segue una versione velocissima di “All Souls Day”, pezzo che non ha mai avuto la visibilità che si merita. Questa versione mi esalta particolarmente per tutta l’energia che trasmette, e perché dopo “Welcome The Night” e tutti questi acustici non ero più abituata a pensare ad un Kris così aggressivo, sembra quasi spensierato (volevo scrivere leggero ma non mi sembra il caso).

Ritorna “In This Diary”, che se non lo sapevate ad un certo punto era in una pubblicità della Mulino Bianco o qualcosa del genere. Le canzoni ritornano quelle degli ‘80s e lo shitty van ritorna ad essere un bus.

Comunque fare i fuochi d’artificio nei parcheggi bevendo coca cola alla ciliegia continua ad essere nella mia “to-do-list”.
E’ venuto il momento della sorprendere cover di “Skulls” dei Misfits. Si fa addirittura fatica a capire che si tratta di quella canzone all’inizio. L’esecuzione è perfetta. Kris usa la voce in maniera diversa dal solito senza rinunciare però a mettere la sua firma, c’è qualcosa di strano ed estremamente piacevole in tutto questo.
L’esaltazione prosegue visto che la prossima canzone è “Unopened Letter To The World” (e io adoro Emily Dickinson). Non me la sento di cercare di descrivere a parole questa canzone, riuscirei solo a sminuirla e a rovinarla. Facciamo che la ascoltate e basta.
E’ arrivato il momento di chiudere, e quale modo migliore di chiudere esiste se non con “San Dimas High School Football Rules”?

La peculiarità di questa versione è che “Rachel don’t you understand that/ what I say it’s true?”. E’ la descrizione di un sogno, troverò sempre geniale come Kris sia riuscito a rendere così poetico un fatto così ordinario.

Ad ascolto terminato: se siete dei mega-fans degli Ataris vi porterete sulle labbra un grosso sorriso per almeno 3 giorni; se non siete dei mega-fans degli Ataris, questo album vi convincerà a diventarlo.
Ma soprattutto compratelo. Tanto vi costa poco. Vi costa quanto pensate che sia giusto spendere per averlo.
Vi assicuro che le vostre donazioni non saranno usate da Kris per comprarsi i panini da Mc Donald’s!

Dev’essere davvero brutto essere un Four Year Strong adesso… – In Some Way, Shape Or Form by Four Year Strong

Di Elisa Susini

Mi ricordo che i Four Year Strong erano dei simpatici barbuti che facevano canzoni molto allegre e easycore e che il loro ex-ultimo album, “Enemy Of The World” vestiva benissimo questa definizione.

Nel frattempo Josh Lyford lascia la band. O meglio, gli viene chiesto di lasciare la band perché i Four Year Strong decidono di non aver più bisogno di synth nel loro sound.
Il loro nuovo album “In Some Way, Shape Or Form”, etichettato dai loro fans secolari come “disappointing”, dimostra che questa non sia stata la migliore delle scelte.

E’ sicuramente un album più maturo, più cupo e più vicino al rock alternativo. Ma probabilmente non è quello che la maggior parte di noi avrebbe voluto sentire.
L’album si apre con “The Infected”  che non è certo l’emblema dell’easycore che piace tanto ai giovani colorati di oggi. E’ una canzone molto pesante, direi che potrebbe essere un nuovo singolo dei Papa Roach. Comunque sia,il messaggio di questa canzone è che “getting closer is contagious”.

“The Security of the Familiar, the Tranquility of Repetition”  è la storia del cugino dei Papa Roach che è un po’ un “lonely cousin” di cui nessuno si cura e che per questo potrebbe fare una brutta fine. “The freaks are coming after midnight” è la frase più bella di una canzone dal ritornello così esaltante che farà sicuramente staccare i piedi da terra ai fans durante i concerti.

”Stuck in the middle” è il singolo pubblicato prima del rilascio del disco. Di solito i singoli sono molto fuorvianti ma questo invece aveva annunciato bene quello che ci saremmo dovuti aspettare dall’album. E’ una radio rock song –forse la prima della loro carriera fino ad ora – ed ha qualcosa di un po’ Foo Fighters al suo interno.

Il primo video dell’album arriva con “Just Drive”: belle chitarre durante tutto il pezzo. Guidare per non pensare è un po’ il riassunto di questa canzone un po’ cupa che , però, diventa esaltante dopo un ascolto più accurato.

Anche la prossima canzone possedeva un video già prima che l’album fosse pubblicato.                  Il “Fairweather Fan” è il fan che c’è solo nei buoni momenti. Sarà forse un pararsi il culo di fronte a voi easycore disappointed da questo tipo di album? Il ritornello è catchy e durante il bridge è consigliabile abbracciare il primo cugino dei Papa Roach che vi capita davanti. Con tutto ciò comunque i quattro del Massachussets volevano rassicurarvi: sono sempre la stessa band nonostante la sperimentazione pesante in questo album.
”Sweet Kerosene” è una canzone su cui Matt Skiba dovrebbe avere diritti d’autore poiché lui ha i diritti d’autore sulla parola “Kerosene”. Per il resto è una canzone un po’ noiosa e tralasciabile, come un po’ tutta la parte centrale dell’album.
”Falling on You” è una canzone che i Four Year Strong avevano già iniziato a suonare live. Per questo molte live performance erano reperibili su YouTube già da un pezzo. Veloce e dura ha uno dei ritornelli più belli dell’album.
”Heaven wasn’t Built to Hold me” è un’altra canzone assolutamente “skippabile”. Oltretutto è anche piuttosto brutta.
Con Unbreakable finalmente arriva un po’ di PARTY!! Una canzone bella e allegra da cantare a squarciagola! La più bella dell’album!

”Bring on the world” ricorda un’altra canzone che in questo momento non mi sovviene.

”Fight the future” è un’altra canzone vagamente party. Sono 35 minuti di album e stiamo ancora aspettando la tipica canzone da Four Year Strong. Questa è una canzone tipica. Tipicamente alternative.

L’ultima canzone dell’album è intitolata “Only the Meek get Pinched, The Bold Survive” che nonostante sia il titolo più Four Year Strong di tutto l’album svela i cugini dei Papa Roach dopo 50 secondi di piano. La canzone è così poco easycore che contiene addirittura un assolo di chitarra. Dopo questa sopresona torno a parlare per un attimo del titolo che vuol dire che solo le persone docili vengono prese a pizzicotti mentre invece gli audaci sopravvivono. Potremmo discutere a lungo di questo titolo per smentirlo sotto tanti punti di vista ma è giunta l’ora di chiedere scusa ai cugini dei Papa Roach, protagonisti assoluti del disco e che ci hanno accompagnato in questi 40 minuti di entusiasmo.

Ogni volta che leggo “BRB” mi viene in mente Jonathan Cook – Best Intentions by We Are The In Crowd

Di Denise Pedicillo (con 3 “L” eventualmente)

Best Intentions è il secondo album dei We Are The In Crowd, band di 5 componenti capitanata da una voce femminile. La copertina ricorda Love Like This dei The Summer Set, ma se invece siete personi tristi e ascoltate brutta musica, la vostra reazione sarà qualcosa del tipo “Omg che bella con le polaroid, troppo hipster, ▲▲▲,ecc..” abbiamo reso l’idea.

Primo estratto e prima canzone “videata” è Rumor Mill. I primi 12 secondi sembrano usciti da un cd dei Paramore ma Taylor non ha i capelli rossi e quindi non sarà mai fashion come Hayley perché Paramore > Mondo!!11 (STRONZATA!) Dopo qualche secondo parte a cantare anche Jordan e questo è il punto forte della band che si ripeterà per tutto l’album: l’alternanza di voce femminile e maschile, quasi come un botta e risposta.

This Isn’t Goodbye, It’s BRB penso sia essenzialmente su una tizia che non ama più il tizio perchè “you’ll be the memory, reminding me to learn from my mistakes”. In realtà si scopre che prova ancora qualcosa quindi non dice addio ma “torno subito”, ma non sono mai stata molto brava a capire il senso delle canzoni quindi “scippiamo” direttamente a The Worst Thing About Me.

Questa è la tipica canzone un po’ disco che c’è in ogni album perché si sa, tunz tunz piace e rimane in testa. La trama è banale: I swear we could’ve been a sure thing. /I’m sorry that I wasn’t the one./I hate you for leaving, but you love to walk away./Does this mean that it’s over and done with?/I was happy, but I was wrong.

In Kiss Me Again c’è l’innamoramento, quello con le farfalle nello stomaco, il cuore che sta per esplodere nel petto e il “you’re more than a friend, oh. I knew it from the first sight, yeah” quindi ci sono tutti I segoni mentali che ne conseguono.

Con On Your Own si ritorna sull’amore che finisce, ma sostanzialmente tu continuavi a rompermi le palle (“you were putting on a show, putting on a show”) ed io ero stanca di continuare a sorbirmi tutte le tue scuse e quindi “I’d rather be alone, rather be alone.”

All Or Nothing inizia con una simil marcia stile “Give A Damn” degli A Rocket To The Moon. È la canzone più lenta ed è solamente un “It’s pointless just to argue. I’m screaming, but I can’t break through to you” perchè tu non stai zitto e non vuoi ascoltare.

La traccia numero 7, ovvero Exits and Entrances, è sempre sulla relazione di coppia, visto che ormai abbiamo capito che i WATIC sono dei romanticoni. Personalmente sono in fissa per come Jordan pronuncia la prima strofa, ovvero “She’s like a rock and I keep chipping off a piece to hold on to”. Se dovessi proprio riassumervi il significato della canzone, penso che “We are, oh, we’re about to be so much closer than you thought that we could ever be” lo racchiuda perfettamente.

Passando a See You Around, che mi ricorda vagamente una canzone degli All Time Low, si capisce che la miglior scelta è troncare una relazione piuttosto che continuare a litigare, nonostante “wherever I go now, I don’t know how, but he’s always there” il che sembra che lui la stia “stalkerando” ma penso sia intenso come qualsiasi cosa faccio, mi ricorda lui.

Eccoci quasi alla fine e vediamo apparire You’ve Got It Made, ovvero la ballad di turno con l’accompagnamento di chitarra e violino, la tipica da cerchio in spiaggia intorno al falò oppure da sgabello sul palco durante un concerto, vedetela come più vi piace. Qua si cerca di capire la strana legge secondo la quale sono i ragazzi a far finire una storia mentre le ragazze sono sempre quelle che soffrono, e quindi Tay cerca di invertire i ruoli (“I’d love to be you so I don’t have to feel this way”).

Ovviamente qua ci stava bene la canzone carica di rabbia repressa e non c’è canzone migliore di Better Luck Next Time. Se dovesse essere messa nella setlist, penso che sia questo il momento in cui la band invoca il “circe” e la gente comincia a pogare e a morire. Ovviamente anche qui c’è un frase da stato su facebook, ovvero “All the things I wish I said/Playing back inside my head”.

Bene, non vi resta che ascoltare l’album! Fatelo, ora!

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