“Come to Italy” “Sure I Will!” – Forever The Sickest Kids @ The Underworld, London 13-10-11

Di Michela Rognoni e Denise Pedicillo

Il giretto tra gli allegri mercatini di camden lock è un delizioso antefatto per quello che stiamo per raccontarvi.

L’underworld è un locale relativamente piccolo che si trova sotto ad un pub storico chiamato “The World’s End” che occupa da solo un’isola quadrata di Camden Town…ovunque tu sia per arrivarci ti tocca attraversare la strada. Il nostro bellissimo ostello di lusso abitato da partygirls e tossicodipendenti è a 4 minuti e un William di distanza.

Dopo il giro nei mercatini il tourbus è parcheggiato, alcune persone aspettano davanti ad esso, altre davanti ad un’altra entrata del locale, e noi non abbiamo idea di dove sia l’entrata ma decidiamo di fermarci davanti al bus per vedere di scorgere qualche bel faccino texano conosciuto. Infatti in circa 5 minuti ecco uscire dal bus un Caleb Turman che fa capolino, poi si nasconde, poi esce e ci saluta ma va ad abbracciare persone inglesi che hanno seguito tutti il tour –invidia e tristezza – . Dopo un po’ appare un Austin e chiede alle stesse persone inglesi se hanno preso tal cardigan da Praimark, anche se cavolo, siamo a Londra e la pronuncia corretta è Primark, con la i corta, oh my God! Quando è Kyle *bei denti* Burns ad uscire dal bus, il mio istinto animale e una scarica improvvisa di follia mi impone di creeparlo, lo seguo senza cercare di non farmi notare e la mia compagna di avventure esita di seguirmi accecata dalla presenza di Caleb in giro nel World’s End ma alla fine mi segue, Kyle entra da starbucks e ordina qualche tipo di caffè. Ha il portafogli di Louis Vuitton e una foto di Mindy White come sfondo del cellulare (e starbucks ha il suo autografo completo visto che ha pagato con la carta di credito). Si siede vicino alla vetrata, noi ordiniamo un caffèlatte e ci dimentichiamo di metterci lo zucchero. Non so con quale coraggio mi avvicino a lui, che sta guardando delle sue foto sull’iPhone, mentre Denise regge il caffè in una mano e il Blackberry nell’altra. “Hey Kyle, we just wanted you to know that we are from Italy” il resto è storia.. e figure di merda della De. Kyle e i suoi occhiali fake color dal blu al viola, sono simpatici e disponibili, ma per adesso li salutiamo con un see you later. In seguito ci laveremo la mano che non avremmo dovuto lavarci.

Ora che la nostra miserabile vita ha più senso torniamo a fangirlare al tour bus e dopo un po’ ce ne andiamo a fare la fila davanti all’entrata in mezzo a 14enni travestite da tigri e dinosauri che ci chiedono di fingere di essere le loro accompagnatrici e wannabe Kyle che sponsorizzano la propria band e conoscono le parole “pizza” e “Francesco Totti”. Nel frattempo riceviamo un sacco di volantini che ci invitano a concerti belli a cui non potremo partecipare.

Skippiamo un po’ di avvenimenti poco importanti e riprendiamo a raccontare dal momento in cui ci fanno entrare nel locale ed arriviamo in una seconda fila che è come se fosse prima fila visto che non esistono transenne tra palco e pubblico e che allungando la mano riuscivamo a toccare le aste dei microfoni.

Ad aprire la serata ci sono quei tenerini degli Action Item che riscuotono un discreto successo tra le ragazzine british. Un meritato successo direi. Il loro è un pop rock piuttosto classico ma sempre piacevole, i ritornelli sono estremamente orecchiabili e la voce del cantante è melodiosa a sufficienza per essere apprezzata dal mondo. (Da notare anche la somiglianza con Brian Dales)

Dopo di loro salgono sul palco i Decade, di cui non ho trovato video su you tube. A questo punto uno si chiede cosa aveva fumato quello che ha scelto i guest artist per questo concerto… in ogni caso i componenti di questo gruppo sono di bell’aspetto e la musica non è poi tanto male. La presenza sul palco lascia un po’ a desiderare. Non male insomma ma niente di eccezionalmente innovativo.

Gli ultimi a scaldare il palco per i ftsk sono i Glamour of the Kill, il cui nome ricorda uno sponsor e il cui genere non centra assolutamente con la serata. In poche parole questi screamano e fanno un sacco di headbanging, e in mezzo ad ogni canzone c’è un bridge fatto da un assolo di chitarra che pompa tantissimo. Il modo migliore per sconfiggere la noia è dargli corda, fare headbanging, saltare quando gridano jump e fingere di sapere le parole delle canzoni. A parte gli scherzi, se vi piace il genere, questa è sicuramente una band che dovreste vedere dal vivo: sanno tenere il palco egregiamente, danno la carica ed interagiscono moltissimo con pubblico. – per qualche motivo assurdo ho la scaletta della loro esibizione –.

 E dopo seimila ore di cambio palco finalmente è il momento dei Forever The Sickest Kids – dove Sickest significa qualcosa tipo “sballati” e non “malati”, nonostante il cappellino di Jonathan Cook che dice “illest” – . sulle note di un’intro-simil ninna nanna, i ragazzi entrano lentissimamente e lentissimamente preparano i propri strumenti. Il pubblico urla e Kyle incita al silenzio mettendosi il dito davanti alla bocca ma poi entra Jonathan e tutto il locale esplode in “Keep On Bringing Me Down”.

La scaletta è piuttosto corta ma pompatissima, moltissimi pezzi da Under Dog Alma Mater riescono a tenere il pubblico caldo per tutta la serata, pezzi come whoa oh, hey brittany e she’s a lady scatenano la voglia di crowd surfing. Jonathan dice che il pubblico inglese è il migliore e le solite cose che si dicono a tutti i concerti, e promette di inserire nella guestlist del tour con i Simple Plan chiunque fosse andato a vederli in USA. A questo punto mostriamo il nostro mini –cartello “italy is here” e queste sono le reazioni: Austin strizza l’occhio, Caleb accenna un “really?!” e fa dei segni di sottomissione e preghiera per ringraziare, Jonathan forse ha detto italians are back – o forse era un’allucinazione- , di Kyle ne parliamo dopo e a Rico Garcia fondamentalmente non fregava nulla, lui si limitava a suonare con addosso una maglia dei Glamour Of The Kill.

La scaletta presentava poche nuove canzoni, per citarne alcune: crossroads (non ho voglia di scrivere il titolo completo) che scatena un ulteriore delirio e what happened to emotion?, la canzone più lenta della serata. Non abbiamo bisogno di riposarci, dobbiamo stare carichi, non c’è tempo, bisogna fare party!

Come in tutti i concerti arriva anche quel fastidioso momento in cui la band fa finta di andarsene, tutti gridano one more song e loro rientrano. Austin chiede al pubblico quale siano le canzoni che vorrebbero sentire mentre Jonathan chiede se ci sia qualcuno che voglia cantare al suo posto visto che non ha più voglia di sentire la sua voce. Nonostante cioò, fanno altri due pezzi tipo catastrophe, decisamente la migliore della serata.

 Tutto sembra essere durato così poco e l’unica cosa che vorresti e ritornare indietro nel tempo e riviverlo da capo. I ragazzi hanno detto che avremmo potuto incontrarli al merch o al tour bus, così ci catapultiamo al bus. Kyle esce dal locale, attiro la sua attenzione e lui dice “Hey Italia!”, poi mi dice di aspettare perché doveva mettere in freezer una pizza surgelata. Intanto Austin sta firmando autografi e scattando foto, ci avviciniamo a lui, facciamo quello che dobbiamo fare e…lui ha qualche aneddoto divertente per tutti ecco il mio: “my hair is wet, would you try it?” E mi fa scompigliare i suoi capelli bagnati. Jonathan si fa largo tra la folla e urla un “B R B” ed entra nel bus. Dopo un po’ appare Caleb che se ne esce con un “I need to wash my face”, riusciamo a fare velocissimamente una foto con lui, poi sparisce nel bus.

La festa inizia quando Kyle, finito di fare gli scherzi alla gente, annuncia: farsi fare gli autografi è noioso, tutte le ragazze sono invitate all’after party ma non possiamo fermarci, dobbiamo continuare a camminare, fa le foto con tutti continuando a camminare e quando tocca a me , “Let’s smile and say Italy!”. – oramai è il mio bff – più tardi si farà una foto col cappellino di Mario non capendo cosa sia, e mi riabbraccerà a caso…il risultato è una foto molto creepy – I don’t know what it is but it’s ok. Recluterà anche una ragazza per dare un pound ad un senzatetto con un cane. Anche Jonathan segue la strada per l’after party e anche lui non si vuole fermare e fa le foto keep on walking. Tornando indietro incontriamo in signor Turman in infradito e maglione natalizio di Primark, dice di avere i capelli troppo grossi e di essere stanco per aver bevuto la sera prima e aver fatto 7 ore di bus. Ci batte il cinque. “Come to Italy!” gli dico.

 La sua risposta è “Sure I will.”

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Esistono anche persone che scrivono le recensioni seriamente – Mayday Parade by Mayday Parade

Fabrizio Rocca, amico fidato di aim a trabolmeicher, possiede un blog qui su wordpress dal nome molto carino (e goloso, e profumato) su cui ha pubblicato la sua recensione di questo album…per questo motivo dovreste clickare allegramente il link qui sotto e sentire cos’ha da dirci:

http://pineappleshampoo.wordpress.com/2011/10/06/mayday-parade-self-titled/

 

 

 

 

 

Gruppi che sccrivono frasi azzeccate sulle magliette – Radiosurgery by New Found Glory

Di Elisa Susini e Christian Gambi (mentre Ric dormiva sulla spiaggia)

Se l’ultimo album aveva destato qualche dubbio in voi sui New Found Glory, dimenticatelo e godetevi Radiosurgery. Questi sono i New Found Glory allo stato puro. Uno dei loro album migliori.
Quando vi dicevano Pop Punk’s not Dead dovevate crederci ad occhi chiusi perchè è così!

1) Radiosurgery: La leggenda vuole che il primo singolo di un album sia sempre la canzone peggiore. E la leggenda ci indovina sempre.

2) Anthem For The Unwanted: Tutti nel pop punk devono fare un Anthem. E tutti gli Anthem del pop punk sono belli e travolgenti proprio come questo!

3) Drill It In My Brain: Atmosfere inizio anni 2000. Questa canzone ti fa venire voglia di andare al college, fare casino a più non posso e innamortarti della persona sbagliata.

4) I’m Not the One: Tipica canzone da new Found Glory, volendo contraddire il testo, This Is The One.

5) Ready, Aim, Fire!: Il bello di questa canzone è l’intro che potrebbe ricordare Ruby Soho o altre canzoni di gruppi rancid-ispirati.. se non fosse che poi parte Jordan a cantare. E ci piace.

6) Dumped: Questa è la canzone più bella dell’album. Nel ritornello è d’obbligo tornare tutti quindicenni tappando con il dito l’età sulla carta d’identità.

7) Summer Fling, Don’t Mean a Thing: Summer è una delle parole chiave del 2011. L’altra è Love ma l’hanno presa i blink-182. Sto scrivendo questa recensione in spiaggia ma ci sono altre canzoni dei New Found Glory che pur non dicendo espressamente la parola summer, ne rendono più l’idea.

8) Caught In The Act: voci femminili che cantano canzoni pop punk: NO WAY, anche se cantano poco e sono in sottofondo. Quindi facciamo attenzione solo al bel palm mute di Chad durante tutta la canzone.

9) Memories and Battle Scars: Pezzone. “And in the end we’ll both know who we are: a body full of memories and battle scars.”

10) Trainwreck: e dopo il pezzone, un pezzo un po’ forzato in our humble opinion.

11) Map Of Your Body: Questa è l’ultima traccia della versione non deluxe ed è New Found Gloriosissima. Ti lascia con una gran voglia di vederli live (a manchester o a pinarella di cervia) al più presto e saltare con loro!

12) Separate Beds: Separate Beds dà il via alla versione deluxe dell’album, e sta facendo a botte con Trainwreck per il primato di “canzone dell’album che non ti rimarrà mai in testa”. Ma forse il primato spetta a Trainwreck.

13) Over Again: Bella veloce, bella tirata, questa è canzone fantastica che ti porta via letteralmente!

14) Sadness: E’ quello che si chiami Sadness ma sia allegrissima! (non ho capito l’italiano di questa frase ma non la modifico perché magari è un toscanismo-jimmy-)

15) Blitzkrieg bop: E qui il colpo di scena, proprio sul finale. E’ difficile fare una cover dei Ramones e farla bene. Soprattutto se è Blitzkrieg Bop, proprio per la sua semplicità. Invece i New Found Glory ci sono riusciti alla grande.. Hey Oh, Let’s Go!

Questa volta faceva meno caldo – Millencolin @Rock Planet Pinarella di Cervia 27-09-11

Di Elisa Susini
Foto di Elisa Susini

Uno dei miei gruppi preferiti viene in italia per un tour celebrativo di un album che ha segnato la mia adolescenza. L’album è Pennybridge Pioneers e loro sono i Millencolin. Una serata che non potrò mai dimenticare in quel di Pinarella di Cervia, Mesopotamia per gli amici.

Arriviamo presto presto, riusciamo a beccare Nikola, Mathias e Erik, a impappinarci davanti a loro come dei bambini emozionati, a fondare il Gus fan club e a conoscere tanti bei compagni di concerto! Mi accaparro un posto in prima fila e attendo che lo show inizi.

I primi a suonare sono i Two Point Eight, un gruppo svedese che mi ha ricordato molto i Gaslight Anthem.

Dopo è la volta degli ottimi Atlas Losing Grip, il nuovo gruppo di Rodrigo Alfaro, ex cantante dei Satanic Surfers, altra band bella importante per noi che non andiamo sullo skate ma che ci sentiamo skaters dentro.

 Il bello arriva alle 11. Cala il silenzio e via con No Cigar, Fox, Material Boy e tutto Pennybridge Pioneers. I Millencolin sono delle macchinette, poche pause, e scatenai al massimo, sebbene il palco fosse molto piccolo Mathias e Erik saltavano come dei matti, era una gioia vederli, e chi li ferma?

Io ero lì a cantare una canzone dopo l’altra davanti a Nikola e a fregare i plettri a Mathias mentre mi passava davanti gran parte della mia adolescenza in musica, e mentre mi passavano sulla testa tanti burloni che facevano stage diving. Lacrimuccia d’obbligo durante The Ballad, cantata a squarciagola da tutto il Rockplanet. Poi i Millencolin spariscono per qualche secondo per poi tornare sul palco con gli altri loro pezzi storici, Story of my life, Killercrush, Farewell my Hell, E20Norr (nella loro lingua preferita) e Mr Clean introdotta dal nostro amico Stefano che ha realizzato il suo sogno di salire sul palco con loro.

In scaletta c’era anche il pezzo che aspettavo più di tutti, Bullion, la mia canzone, ma purtroppo non l’hanno fatta. Chiusura con Black Eye e tanti bei ringraziamenti per il pubblico italiano. Era uno di quei concerti che mi mancava e che andava vissuto proprio così com’è andata. Grandissimi Millencolin, tanta grinta e sebbene siano passati molti anni, loro sono sempre in forma, con qualche ruga in più e qualche capello in meno, a rappresentare il prima linea lo skate punk che tanto ci piace e ci emoziona. Grazie Nikol,a Mathias, Erik e Frederick!

Non lo so ma Mark canta troppo poco – Neighborhoods by Blink 182

Di Michela Rognoni

Finalmente dopo 8 anni di attesa, uno scioglimento, diversi side-projects, un incidente aereo, una reunion e un tour europeo cancellato, oggi, 27 settembre 2011 – data da segnare sui calendari – anche in Europa esce Neighborhoods, un nuovo capitolo nella storia dei Blink 182.

Ovviamente per tutto questo tempo si è parlato e riparlato di questo album intorno a cui si sono create enormi aspettative.Si è anche verificata la scissione in due parti dei loro fans secolari:C’è lo schieramento “questo-album-sarà-spettacolare-il-più-bello-che-sia-mai-stato-registrato” e lo schieramento “tutte-le-canzoni-ricorderanno-gli-ava”.

Ovviamente le vie di mezzo non vengono mai considerate. Peccato che questo album è esattamente una via di mezzo. Niente di eclatante insomma, un susseguirsi di tracce carine alternate a qualche pezzo terribile, ovviamente nel tipico stile Blink 182, o meglio nel tipico stile Blink 182 del self-titled.

Ma passiamo all’analisi track-by-track:

Fin dalle prime note di “Gosth Of  The Dancefloor ” è evidentissima la continuità con il sound dell’ultimo album (risalente al 2003), nonostante questo brano sia abbondantemente sporcato da svariati galloni di Boxcar Racer (le somiglianze con There Is sono innegabili.) A questo punto uno perde anche un po’ la voglia di ascoltare l’album perché pensa: “ecco, tutte le canzoni ricorderanno altre canzoni”. Grazie a Dio non è così.

“Natives” infatti si presenta come una delle canzoni più belle del disco, innovativa quanto basta per farci riacquistare fiducia in quest’album. La voce profonda di Mark nel ritornello è qualcosa di strepitoso, e quella stridula di Tom nel resto della canzone è una ventata di aria fresca.

La traccia successiva è “Up All Night” primo singolo estratto, quello che ha tenuto sveglia mezza Italia la notte della messa in onda. E’ un pezzo buono e rappresenta bene l’album. La prima cosa da notare è la presenza di effettini elettronici stra-idioti che ricordano la partenza delle navi spaziali, ma in generale non danno fastidio, ci pensa la batteria di Travis a convincerci che i Blink 182 non stanno secherzando. Anche il testo è degno di nota quindi leggetelo!

Anche “After Midnight” era già conosciuta al grande pubblico grazie a quel fantastico giochino online del 182 che permetteva di ricevere la canzone gratuitamente. Anche questa canzone è in perfetta continuità col self-titled. E’ un pezzo costruito in modo abbastanza classico ma proprio per questo risulta molto piacevole ed orecchiabile.

“Snake Charmer” ha un titolo che mi ricorda i pokèmon – ma questo non interessa a nessuno – e secondo me è il sequel di Violence, ma siccome odio paragonare le canzoni ad altre canzoni fingete che non l’abbia scritto. Questo è il pezzo perfetto per imitare la strana pronuncia di Tom mentre si è annoiati (alla parola “spider” è difficile fare a meno di pensare ad I Miss You e ridere).
A questo punto avrete sicuramente notato che Mark canta troppo poco e la cosa vi sta dando noia e fastidio. Il finale è qualcosa di fuori luogo, Travis che picchia sulla batteria è sempre un piacere per e nostre orecchie ma se proprio doveva esistere quell’outro poteva almeno evitare di essere subito prima di “Heart’s All Gone Interlude”. Già avevo odiato il “Fallen Interlude” dell’album del 2003, questo è veramente insopportabile però. Sembra una roba messa lì solo per far numero.

“Heart’s All Gone” invece è un’altra canzone già conosciuta e, come avevo detto in precedenza, sembra un pezzo dei Pennywise (metafora che serve per esagerare), le strofe sono schifosamente punk-hard core, forse per la velocità o per i riff, non lo so ma è così. La cosa bella è che finalmente Mark canta un’intera canzone.

L’inizio di “Wishing Well” sembra un canto natalizio, ma quando parte veramente la canzone non si può fare altro che candidarla come miglior brano dell’album (take 2). Il “lalalaltattatatà” è come un pugno allo stomaco – in senso buono -. Nostalgia a palate. Il ritmo è molto catchy e ricorda i bei vecchi tempi, quindi thumbs up per wishing well! – i wish for a shooting star è una frase veramente gradevole alla pronuncia! –

Kaleidoscope dalle prime note promette bene, è cantata per la maggior parte da Mark ma la cosa che si nota di più è l’atmosfera creata dai colpi di Travis. Solo che sinceramente pochi secondi dopo l’ascolto mi ero già dimenticata dell’esistenza di questa canzone, quindi non sprecherò altre parole sull’argomento.

E’ il turno di “This Is Home” che potrebbe essere un patetico tentativo di convincere i fans del fatto che i Blink 182 sono sempre rimasti gli stessi. E ci sarebbero anche riusciti se avessero evitato l’intermezzo elettronico. Ad un certo punto c’è un giro di basso che veramente lascia libero accesso alla nostalgia. In generale è una canzone carina ed orecchiabile, nulla di eccezionale comunque.

La canzone successiva pare si intitoli “MH 4.18.2011” ed è una canzone piuttosto old school, e fa sorridere. Il testo è molto semplice e ti si stampa subito nella testa, lo starete canticchiando prima che ve ne possiate accorgere.

Con “Love is Dangerous” – titolo piuttosto banale – si ritorna al nuovo sound di sempre, e Tom canta con la sua voce da AVA e ansima ogni due parole – cosa fastidiosissima a parer mio -. Scusate ma questa non mi piace proprio,continua a ripetere “love, love is dangerous” per tutti i 4 minuti e rotti di canzone, Tom abbiamo capito che ti piace la parola “Love” però adesso basta. Eliminarla dall’album sarebbe fare un favore all’umanità.

L’intro di “Fighting For The Gravity” è insopportabile, ma non è abbastanza per stroncare una canzone diversa da tutte le altre. Questo brano non è orecchiabile, ma crea un’atmosfera strana, molto cupa, da fiato sospeso. L’aggettivo che meglio potrebbe descriverla credo sia “fantascientifica”. Provare per credere!

Infine, “Even If She Falls” è il più riuscito dei brani “nostalgici”. Un po’ troppo sdolcinata forse ma comunque molto catchy e piacevole. E’ la canzone perfetta per la voce di Tom probabilmente.

Non riesco a trovare un modo decente di concludere questa recensione quindi vi lascio con una riflessione:

Dal 2001, anno di pubblicazione di Take Off Your Pants And Jacket, tutti noi siamo cresciuti di 10 anni. Perché non riusciamo ad accettare che anche i Blink 182 siano cresciuti?

PS: non ho riletto quello che ho scritto per cui è probabile che ci siano errori di qualsiasi genere.

Ieri i Bane hanno suonato con gruppi schifosissimi – Bane @ Hell On Earth, Voodoo Club Comacchio

Di Rensh

Premessa: se hai i dilatatori larghi o tantissimi tatuaggi non leggere.

Allora. Prima di tutto, i Bane suonano da metà anni 90, fanno hardcore, e sono il miglior gruppo del mondo. Il loro cantante è abbastanza brutto, tanto che se cerchi il suo nome su google uno dei primi suggerimenti è “ugly”. Però gli vogliamo tantissimo bene.

Sono riuscito a vedermeli una volta all’anno, dal 2007 ad oggi, ed ogni volta è stato il migliore concerto dell’anno o quasi (si capisce che sono proprio di parte?). A sto giro però non è certo andata bene, non è colpa loro – NON SIA MAI -, solo che sono stati accorpati al carrozzone di cattivo gusto chiamato Hell On Earth Tour. Insomma, questi signori dell’Hell On Earth Tour non sapevano più chi chiamare per rendere interessante il loro festival itinerante e han chiamato loro, gli eroi mondiali del positive hardcore, che quindi si sono ritrovati a dividere un pullman sponsorizzato dalla Monster con gruppi tipo Unearth, Evergreen Terrace, Cas.. basta non ce la faccio più neanche a nominarli.

L’unica data Italiana è il 18 Settembre 2011 al Voodoo Club a Comacchio, dove ci sono le zanzare. Il concerto inizia verso le 7 di sera e costa 17 euro in prevendita, che vabbé, per tutti quei gruppi è un prezzo buono. Ah tra l’altro la data italiana è organizzata da gente ok che ogni anno organizza il festival INTO THE PIT (e infatti questa data dell’Hell On Earth è stata inglobata proprio nell’into the pit, che però di solito è a Vicenza ma sono sottigliezze).

Il primo gruppo sono gli… vado a controllare. Ah ecco, As A Drop Of Blood, che sono italiani, e fanno quello che piace a chi è venuto a questo concerto. Non so bene cosa sia, penso si chiami beatdown, o metalcore, io lo chiamerei hardcore tamarro. Alla fine non sono neanche malaccio, nel genere (un genere orripilante però, per me, ma i gusti son gusti!), quindi niente critiche negative. Nel frattempo qualcuno inizia a tirare calci all’aria e a moshare in malissimo modo. Inizio a guardarmi intorno e a realizzare che no, i Bane sarebbero dovuti venire da soli. Ciò che mi circonda è (in maggioranza, c’è anche una trentina di persone che ha la mia approvazione!) una massa di fashion-hardcore-kids-bla-bla-maglietta giusta-dilatatore-mosse imparate su youtube-eccetera. Oppure metallari presi benissimo. Contenti loro.

Poi ci sono i Casey Jones, credo, di cui avevo visto un video in cui si mettono a odiare chi non è straight edge come loro. Musicalmente non sono male (anzi sì), però hanno un modo di fare che non mi piace affatto. Ma io ho i gusti difficili, critico tutto, eccetera.

Saranno tipo le otto e mezza, e arrivano sul palco i Nasty, il gruppo più tamarro di sempre. Vengono dal belgio, e infatti non fanno che ripetere “allez allez”. Sono TREMENDI, e c’è anche gente che canta le loro canzoni. Ora mi sto ricordando che me ne sono uscito dopo poche canzoni. Ah, uno dei Nasty aveva una maglietta con scritto una cosa tipo: fuck positive hardcore. Cosa direbbero i…

BANE. Finalmente. Dalla prima nota si crea un bel casino sotto al palco, grazie alla parte buona del pubblico (con qualche intruso!), con tanti singalongs per ogni canzone, stage diving continui, mosh anche violento in alcuni tratti, e qualche circle pit nei momenti giusti. Oh, i Bane hanno qualcosa come 40 anni a testa e ancora riescono a suonare hardcore alla grande. Io sono proprio contento, anche se è da anni che fanno sempre le stesse canzoni, però l’importante è che le facciano bene. Can We Start Again, My Therapy, oh insomma è stato una bomba come al solito! Che poi ogni tour potrebbe essere l’ultimo quindi meglio incrociare le dita e godersi ogni ritorno in Italia al meglio.

Poi suonano i… dai, non prendiamoci in giro, dopo i Bane me ne sono andato. Alle 10 di sera. In campeggio a Comacchio. E ha piovuto un sacco nella mia tenda.

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