Ogni volta che leggo “BRB” mi viene in mente Jonathan Cook – Best Intentions by We Are The In Crowd

Di Denise Pedicillo (con 3 “L” eventualmente)

Best Intentions è il secondo album dei We Are The In Crowd, band di 5 componenti capitanata da una voce femminile. La copertina ricorda Love Like This dei The Summer Set, ma se invece siete personi tristi e ascoltate brutta musica, la vostra reazione sarà qualcosa del tipo “Omg che bella con le polaroid, troppo hipster, ▲▲▲,ecc..” abbiamo reso l’idea.

Primo estratto e prima canzone “videata” è Rumor Mill. I primi 12 secondi sembrano usciti da un cd dei Paramore ma Taylor non ha i capelli rossi e quindi non sarà mai fashion come Hayley perché Paramore > Mondo!!11 (STRONZATA!) Dopo qualche secondo parte a cantare anche Jordan e questo è il punto forte della band che si ripeterà per tutto l’album: l’alternanza di voce femminile e maschile, quasi come un botta e risposta.

This Isn’t Goodbye, It’s BRB penso sia essenzialmente su una tizia che non ama più il tizio perchè “you’ll be the memory, reminding me to learn from my mistakes”. In realtà si scopre che prova ancora qualcosa quindi non dice addio ma “torno subito”, ma non sono mai stata molto brava a capire il senso delle canzoni quindi “scippiamo” direttamente a The Worst Thing About Me.

Questa è la tipica canzone un po’ disco che c’è in ogni album perché si sa, tunz tunz piace e rimane in testa. La trama è banale: I swear we could’ve been a sure thing. /I’m sorry that I wasn’t the one./I hate you for leaving, but you love to walk away./Does this mean that it’s over and done with?/I was happy, but I was wrong.

In Kiss Me Again c’è l’innamoramento, quello con le farfalle nello stomaco, il cuore che sta per esplodere nel petto e il “you’re more than a friend, oh. I knew it from the first sight, yeah” quindi ci sono tutti I segoni mentali che ne conseguono.

Con On Your Own si ritorna sull’amore che finisce, ma sostanzialmente tu continuavi a rompermi le palle (“you were putting on a show, putting on a show”) ed io ero stanca di continuare a sorbirmi tutte le tue scuse e quindi “I’d rather be alone, rather be alone.”

All Or Nothing inizia con una simil marcia stile “Give A Damn” degli A Rocket To The Moon. È la canzone più lenta ed è solamente un “It’s pointless just to argue. I’m screaming, but I can’t break through to you” perchè tu non stai zitto e non vuoi ascoltare.

La traccia numero 7, ovvero Exits and Entrances, è sempre sulla relazione di coppia, visto che ormai abbiamo capito che i WATIC sono dei romanticoni. Personalmente sono in fissa per come Jordan pronuncia la prima strofa, ovvero “She’s like a rock and I keep chipping off a piece to hold on to”. Se dovessi proprio riassumervi il significato della canzone, penso che “We are, oh, we’re about to be so much closer than you thought that we could ever be” lo racchiuda perfettamente.

Passando a See You Around, che mi ricorda vagamente una canzone degli All Time Low, si capisce che la miglior scelta è troncare una relazione piuttosto che continuare a litigare, nonostante “wherever I go now, I don’t know how, but he’s always there” il che sembra che lui la stia “stalkerando” ma penso sia intenso come qualsiasi cosa faccio, mi ricorda lui.

Eccoci quasi alla fine e vediamo apparire You’ve Got It Made, ovvero la ballad di turno con l’accompagnamento di chitarra e violino, la tipica da cerchio in spiaggia intorno al falò oppure da sgabello sul palco durante un concerto, vedetela come più vi piace. Qua si cerca di capire la strana legge secondo la quale sono i ragazzi a far finire una storia mentre le ragazze sono sempre quelle che soffrono, e quindi Tay cerca di invertire i ruoli (“I’d love to be you so I don’t have to feel this way”).

Ovviamente qua ci stava bene la canzone carica di rabbia repressa e non c’è canzone migliore di Better Luck Next Time. Se dovesse essere messa nella setlist, penso che sia questo il momento in cui la band invoca il “circe” e la gente comincia a pogare e a morire. Ovviamente anche qui c’è un frase da stato su facebook, ovvero “All the things I wish I said/Playing back inside my head”.

Bene, non vi resta che ascoltare l’album! Fatelo, ora!

Ps. Passate sulla pagina italiana (https://www.facebook.com/wearetheincrowditaly) e followate il twitter (http://twitter.com/WATICitaly) visto che gli admin sono proprio delle brave persone u.u

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Dai masterclass alle stalle – Derek Roddy @ Percussion Village Milano + Mc Cavallo @The Flag Biassono 15-10-11

Di Lorenzo “Jeemmee” Cogliati
Sapete chi è Derek Roddy, vero? Perfetto!
Ecco bene, il pomeriggio del 15 ottobre ha tenuto un masterclass al Percussion Village di Milano, in pratica ha suonato, spiegato le cose e risposto alle domande.
Appena entrati nel “locale” ci si ritrova davanti all’immagine di Roddy che fa stretching/riscaldamento e commenta con un “nice” la mia felpa dei “Nile”, e allora sono molto contento.
Uno alla volta entriamo nella sala insonorizzata ed io mi posiziono a lato della batteria, a circa un metro dal pedale (NOTA: tre ore circa seduto per terra con non-so-cosa nella schiena, megadolore).
Le canzoni da lui suonate – in modo allucinante – provengono dai sui vari progetti “Serpents Rise” e “Traumedy” più un blues il cui autore è Soars, chitarrista che ha suonato con Roddy… nei Malevolent Creation, gruppo death metal.
(NOTA: quando suonava pezzi con tappeti di doppia cassa tremava tutto, che bello! Nel frattempo io diventavo sordo)
Tra un sacco di blast beat, doppia cassa, incastri improponibili tra mani e piedi, Roddy risponde ad un sacco di domande, tra cui una sui Dream Theater – in quanto era stato selezionato dai Dream Theater come possibile sostituto di Portnoy, ma poi hanno scelto Mangini – ed alcune più interessanti, tipo il suo approccio alla doppia cassa: in che occasioni usa colpi singoli o doppi colpi, il modo con cui dispone il set  – ad esempio l’avere il rullante inclinato in avanti e la seduta – e l’influenza di Horacio “El Negro” Hernandez nella creazioni di accompagnamenti non convenzionali in quello che è un genere piuttosto “dritto” – sentire “I, Monarch” per credere -.
Ha anche aggiunto che per lui è importante cercare un proprio suono sperimentando con altre “sound sources”, facendo l’esempio di un campanaccio o di un altro charleston piuttosto che prendere un metodo di batteria difficilissimo e saperlo suonare (tipo le robe imossibili di Thomas Lang o di Marco Minnemann), perché “…I don’t wanna play like Marco!” (cit.)
Alla fine ci suona un altro paio di pezzi e ci attende per foto e autografi… ed io a questo punto ero quasi completamente sordo, che bello!

NEANCHE IL TEMPO DI MANGIARE, che partiamo per Biassono, dove inizia la festa!
Arrivati al “The Flag” ci dicono che c’è da fare una tessera, fortunatamente a 3 euro (però magari scriverlo sull’evento tipo…) quindi l’ingresso è 13 per noi poveretti con due drink inclusi.
Sull’evento del facebook c’era scritto inizio ore 22:00…ma credo non abbiano iniziato prima delle 23:30.
Bello il The Flag, ma erano vestiti tutti bene da gente seria ed io invece avevo la solita felpa dei Nile e la maglietta degli SpermBloodShit  – gruppo grind di Pescara -.
Finalmente Arottenbit inizia a suonare dell’8bit coi Game Boy! Preso benissimo come al solito. La musica 8bit è qualcosa di ipnotico, in pratica se ti droghi e la senti è facile che tu muoia. E’ bello sapere che fino a quattro anni fa suonava death metal con Jeemmee ahahah! Che matto!

Lascio il suo MySpace in caso vi sia venuta voglia di fare questa esperienza: http://www.myspace.com/arottenbit

Finita la purtroppo breve esibizione del rotten sale sul palco l’Mc Cavallo con due aiutanti – non so perché, ma nell’hip pop c’è il tizio figo aiutato da altri tizi a cantare –
Apre con “Ti Coddirri” ed è l’unica canzone che mi ricordo in ordine, anche perché è la prima!
Gente presa bene, gente che canta e balla in mezzo allo sburro (metaforico) e gadgets lanciati a caso (un paio di magliette ed un paio di CD che non funzionano ;D ).
Una canzone dopo l’altra si esaurisce presto il repertorio, ma il cavallo ci fa una sorpresa regalandoci in anteprima una nuova hit, “Il Calore Del Ciccio” (NOTA: il ciccio è la vagina, eh)
Insomma, tra schiuma party, meduse da toccare, proteste contro la morte e ibridi tipo “Scusa Party” il pubblico non può che divertirsi! Forti ‘sti sardi!
NOTA PARECCHIO METAL: uno dei due aiutanti ha intonato “Black Seeds Of Vengeance” dopo aver visto la mia famosa felpa del metal.
L’esibizione si esaurisce abbastanza rapidamente – causa il  repertorio povero -, ma come si suol dire “breve e intenso” o una cosa del genere.
Riassumendo, molto bravi Mc Cavallo e i suoi e i suoi aiutanti, se vi capita andate ad un suo concerto: ridereta molto e farete tantissima festa.

Concludo con quella che secondo me è una delle rime più belle del mondo: “la gente non capisce che sbaglia quando muore, anche Gesù il terzo giorno si è accorto dell’errore”… GENIO.

IT’S A FUN TO STAY AT THE Y.M.A.S. (tanto non capirete la sottile ironia del titolo) – Sinners Never Sleep by You Me At Six

Di Chiara Cislaghi

Invece di scrivere la mia tesi recensisco il nuovo album degli You Me At Six… ed è tipo il loro primo album che ascolto e quindi non so assolutamente cosa scrivere, ma fa niente qualcosa di incredibilmente figo mi verrà in mente mentre ascolto le tracks.

Sinners never sleep è uscito il 3 ottobre 2011 ed è il terzo disco della band di Surrey, Inghilterra, dove sono amati e seguiti da chiunque;

La prima canzone è Loverboy ed è anche il primo singolo da cui è stato estratto il video nel quale Josh Franceschi è veramente sexy e  i membri della band sono in una tipica “sala-da-interrogatorio” in quanto accusati di un qualche crimine da due poliziotti cattivissimi. Si succedono anche dei momenti in cui appaiono delle fanciulle che ballano… ma torniamo alla canzone, direi che è molto “catchy” in quanto mi ha abbastanza preso ed è la prima volta che li ascolto seriamente, il giro di basso e il tarararara rara ra rarrà iniziali ti si appiccicano alle pareti del cervello…per quanto riguarda il testo onestamente credo che abbia un significato ma purtroppo non lo colgo quindi vi posso solo dire che parla di questo “loverboy” che, a quanto apre, è stato bellamente ucciso… dal Josh!!(Così si capisce dal video in quanto appare lui con la “tipica-targa-per-fare-la-foto-da-detenuto” con la scritta “sinner” – ma da quando i sinner uccidono poi?-) . Volete che mi dilunghi in odi a virtuosismi tecnici? Spero di no perché ne rimarreste profondamente delusi in quanto non ho nessuna intenzione di farlo;

Bene, l’album prosegue con Jaws On The Floor, onestamente appena partita ho pensato: “niente di che”, ma poi mi saltano fuori con “Life’s a bitch, but I’m friends with her sister” e mi ha preso moltissimo. Il testo credo parli di una sorta di relazione non ben definita con questa ragazza che quando deciderà “to cut the strings” deciderà anche di rovinargli la “summertime” e quindi lui tenta di spiegargli che non è il caso e che potrebbero essere qualsiasi cosa lei voglia perché lui ha sta cercando di vivere nel suo mondo;

La terza canzone è Bite my tongue featuring Oli Sykes dei Bring Me The Horizon ed è una canzone che parte tranquilla ma poi diventa Bbrooooooootal (come direbbe la Khelly). Dal vivo la parte in growl è stata cantata da Josh Franceschi che in assenza di Oli se la sa cavare benissimo da solo. In quanto al testo, riguarda una sorta di break up perché lui è “married to the music” nel bene o nel male e sostiene che “you’ve taken the pride in becoming nothing” e lui non ce la fa più a vedere questo suo lato perché è diventata quello che lei stessa prima odiava, si venduta per la fama e poi urla un “fuck you” che direi che riassume tutta la canzone;

Si continua con  This is the first thing,  anche questa canzone è carina nonostante parli (ancora) di un amor finito, e nello specifico del primo amore;

Segue No one does it better e il tutto sta diventando un tantinello pesante con tutti questi amori andati a quel paese…però tutto sommato ci sta anche questa di canzone, perché se io posso salvare te allora tu puoi salvare me, perché nessuno lo fa meglio di te… detto ciò scriviamo canzoni più allegre no? Su con la vita dai!;

Passiamo alla sesta canzone Little Death credo che il titolo dica tutto da sé – sempre che sappiate che un little death non è una piccola morte ma un orgasmo -. Posso permettermi di dire che anche questa è nello stile degli YMAS, di questo album quantomeno;

Crash è una tipica “ballad” abbastanza coinvolgente. Bello il testo che parla (indovinate un po’?) di un amore da teenager finito ma che col tempo, dopo essere riusciti a rimetterne insieme i pezzi, benché non ci sia niente sulla loro strada e nonostante potrebbero anche cadere, si potranno rialzare insieme… un po’ smielata ma anche originale come testo;

L’ottava canzone è Reckless il titolo promette bene ed infatti èuna canzone strumentalmente allegra anche se il testo non è dei più felici, è intenso ed originale… ennesima ragazza andata via ma chissenefrega ci passiamo sopra (così ci piace di più) perché sono Mr.Reckless with the capital R!;

Si avvicina la fine dell’album e della tortura editoriale alla quale vi sto sottoponendo…Time is money featuring Winston McCall dei Parkway drive, parte bene e finisce con una voce broooooootalissima ma ci sta, anche qui si parla di una certa signorina che benché lui la ami ancora si è un po’ rotto le scatole di tutte le boiate che combina e quindi un liberatorio “I’m sick of this shit” chiude l’allegro quadretto;

Little bit of truth è un’ altra ballata..carina anche questa devo dire..anche il testo ci sta, dice “voglio scrivere una canzone che non ho mai scritto prima, una canzone che ti faccia sorridere, che faccia sì che tu rimanga qui per un po’, ho bisogno che tu sappia che ogni volta che sono di fronte a te mi sento invincibile, ho molto da imparare e ogni bridge che canto sembra che io stia bruciando e quindi quello che devo fare è cantare una canzone e sono stanco di dire che mi dispiace anche se non è vero, ma è tutto quello che ho”;

The dilemma è una canzone con un ritmo orecchiabile, parte dicendo “lascia che ti racconti la storia di un ragazzo e di una ragazza, una versione diversa da quella che hai sentito..ok sto dicendo un bugia” ecco e io che mi ero illusa… parla di un’altra fanciulla un po’ superficiale (“she cared for the stage, not who she was with”) e che nonostante sia una “golden girl with golden hair” lui non ha tempo da pardere con questo tipo di persone;

When I was younger conclude l’album..è un’altra ballata sulla differenza di pensiero che hai quando sei “giovane” e del come questo cambi mentre cresci, sul come quando sei piccolo prendi come oro colato quello che tuo padre ti insegna, ma poi, crescendo, devi imparare ad arrangiarti da solo e “to carry the torch”.

Spero di aver fatto una recensione decente nonostante la mia inesperienza…alla prossima recensione!

Esaltarsi per l’EP di un gruppo che nessuno considera sentendosi un sacco anni ’90 – In Stereo by Cartel

Non sto nemmeno a chiedervelo, lo so che solo  lo 0,1% di voi si ricorda dei Cartel. Quelli di Honestly, il video che tratta delle relazioni sui social network. Quelli della punk cover di Wonderwall. Niente?

Questo è perché i gruppi migliori non ottengono mai il riconoscimento che meritano.

Bè, il loro ultimo disco fu rilasciato nel 2009 per l’etichetta wind-up.

Nel frattempo il bassista Jeff Lett ha lasciato la band e non è stato sostituito.

Ora sotto etichetta indipendente lanciano In Stereo, primo EP autoprodotto della band, formato da solo cinque canzoni ma irresistibilmente catchy.

L’album si apre con Lessons In Love che è la tipica canzone d’amore da college americano cantata con l’aggressività giusta per rendere l’idea. Sentendo questo disco la prima reazione spontanea che si ha è quella di dire “grazie al cielo è rimasto ancora qualche immune all’inserimento casuale di musica elettronica nei propri pezzi!”. Un delizioso sound early ’00 avvolge In Stereo dall’inizio alla fine.

American Dreams ti fa sognare gli States ovviamente. Ha un riff superorecchiabile che ci insegue per tutta la durata del brano. Inoltre il ritornello semplice e diretto e l’incredibile voce di Will Pugh aiutano questa canzone ad incollarsi nella nostra testa dopo il primo ascolto.

Si torna nel 2006 con Conduit, in quel periodo in cui la terza emo wave stava per sconvolgere l’umanità e gruppi come finch e funeral for a friend andavano alla grande. La differenza è che c’è sempre il vecchio Will che riesce a far emergere la sua voce nonostante le pungenti chitarre e la potenza della batteria. L’altra differenza è che questo è il 2011, e questa canzone è sicuramente qualcosa di già sentito, ma non così recentemente.

Ed ecco la title-track, che solitamente è la canzone più brutta dell’album ma in questo caso fa crollare la teoria essendo la migliore. Parla di musica pura e semplice ed è altamente autobiografica.

Un pop punk in cui la parte pop non prevale su quella punk, come ai bei vecchi tempi.

“I had a plan to start a band/But now it’s falling apart” decidete voi se è ironico o patetico, ma in qualsiasi caso autoprodursi ed essere completamente indipendenti è stata la miglior decisione che potesse essere presa, se questo è il risultato finale.

L’euforia legata a questo disco è destinata a finire presto dato che siamo già all’ultimo brano. Something To Believe ha tutte le qualità per essere la cosa più orecchiabile del mondo – e sembra anche essere il pezzo dei Cartel più amato in quei paesi in cui qualcuno li conosce ed apprezza. –

Sentirsi vecchi cantando il ritornello dopo averlo sentito una sola volta non ha prezzo. Per tutto il resto c’è il pop punk sporcato dalla tecnologia.

Whatever-you-like of Brixton – You Me At Six @o2 Academy Brixton 15-10-11

Di Denise Pedicillo e Michela Rognoni
Foto di Denise Pedicillo

Non pensavo che gli You Me At Six fossero così popolari in UK ed è per questo motivo che ci siamo presentate davanti alla o2 academy di pomeriggio – e anche perché sprecare un’intera giornata a Brixton non avrebbe avuto molto senso – . Arrivate lì abbiamo visto gente accampata dalla sera precedente che ci chiedevano di buttare i loro materassi e cuscini.
Due sono state le cose più fighe successe durante l’attesa: la prima era il tizio dello staff che girava con il sacco per raccogliere la spazzatura e che urlava cose del tipo “your mom doesn’t allow you, I don’t allow you too” e che sembrava un marines – c’era anche la filastrocca pick it up qualcosa ma non ce la ricordiamo, però abbiamo riso un sacco -. L’altra erano Josh e Max che si parlavano da una finestra all’altra, imitando il tizio che raccoglieva i fondi e parlava nel megafono.
Anche i tizi dei Lower Than Atlantis, o forse erano i Deaf Havana, cercavano di essere simpatici, e lanciavano la frutta ai loro fans per poi cercare di far canestro nel cesto delle offerte con alcune monete.
Ma passiamo al concerto.. la o2 academy è un posto fighissimo, sembra di essere in un esterno quando invece si ha un tetto sopra la testa e inoltre da ogni parte si vede benissimo, visto che il pavimento e fatto in salita. Per questo motivo decidiamo di non andare nella folla ma stare davanti all mixer, dove resteremo comodamente sedute durante le esibizioni dei supporter e dove io cercherò di prendere la scaletta per terra, invocando il potere di Mc Gyver e Gabe Saporta.

Ad aprire il concerto sono i Lower Than Atlantis, la gente inglese sembrava essere felice di ciò, ed interagiva con la band e si esaltava tantissimo. Qualcuno della band chiese al pubblico di sedersi per terra. E allora noi ci sedemmo per terra, senza mai più rialzarci però.

Dopo di loro i Deaf Havana sembravano avere ancora più fans. Scusateci ma non è che siamo proprio intenditrici di questo genere di musica urlato e brutale. Anche qui, stavamo sempre sedute per terra ad osservare gli strani comportamenti degli altri spettatori, quasi tutti ubriachi.

Le luci si spengono per accendersi subito dopo e illuminando un Dan Flint a petto nudo. Data la mia posizione e la mia talpaggine, sembra di vedere il cantante dei Red Hot Chilli Peppers ma dettagli. Subito dopo salgono uno alla volta gli altri You Me At Six. L’ultimo ad apparire è ovviamente Josh. Iniziano a suonare Consequence e la folla inizia a cantare con loro. Tra una canzone e l’altra, le luci si spengono e si riaccendono illuminando Josh che da spazio a discorsi che, più che discorsi, sembrano pubblicità “è uscito il nostro nuovo CD compratelo”, “Ora facciamo un tour blabla, veniteci”, “grazie per essere venuti, siete il pubblico migliore del mondo” etc..
La scaletta è composta da 15 canzoni, e le esibizioni pompano un casino, tanto che durante Trophy Eyes si formano due cerchi, uno davanti al palco e l’altro a lato del mixer, e la gente comincia a pogare.
Con Bite My Tongue – canzone che pensavo non avrebbero mai suonato, dato la parte whoo whoo di Oliver Sykes (potevano farla fare ai deaf havana volendo) – si scoprono le doti bvootal nascoste di Mr Franceschi, doti comunque apprezzabili anche se ti lasciano un po’ a bocca aperta all’inizio.
Arriva il momento in cui le luci si spengono, gli You Me At Six scendono dal palco, fingendo di aver concluso il concerto, e la folla – soprattutto il tizio ubriaco di fianco a noi – comincia ad intonare una “lalalalalalala la la” anticipando Lover Boy, che sarebbe stata la prossima canzone. Da qui in poi è il delirio: gente che salta, ubriachi che cominciano a pogare random, ragazzi che buttano le proprie fidanzate sulla gente e poi le filmano e infine Josh che fa salire sul palco le persone per concludere il concerto sulle note di Underdog. – In mezzo c’era Stay With me tipo, tutti cantavano come degli ossessi. –
Tralasciamo l’interminabile fila per uscire e per il merch e i tizi al mixer che non capiscono il mio “give me the setlist under the table” ma dettagli.

Fuori ci sono dei tizi da film sul punk che amoreggiano – probabilmente pieni di sostanze stupefacenti – avvolti in un materasso. Purtroppo siccome la metro chiude troppo presto non possiamo stare ad aspettare fuori dal locale. Ciao You Me At Six, forse ci rivedremo quando verrete in Italia.

I FOB non erano belli solo per i testi di Pete Wentz – Soul Punk by Patrick Stump

Non di solo pop punk vive l’uomo. Questo è il verbo che Patrick Stump diffonde col suo nuovo lavoro “Soul Punk”, disco in cui è lieto di includere senza timore tutte le sue influenze musicali.

Si lancia nell’esplorazione di un nuovo mondo. Il suo mondo, viste le particolari scelte stilistiche relative alla sua voce già presenti nei lavori dei Fall Out Boy.

L’album si apre con Explode, che ricorda inevitabilmente Michael Jackson. E’un brano energico e molto ballabile. Meno catchy di quanto ci si potrebbe aspettare. Inutile dire che la voce di Patrick resta sempre al centro dell’attenzione.

This City è la sua City e lui la ama. E anche Lupe Fiasco la ama visto che canta la parte rap della canzone. È una canzone che non mi aspettavo di sentire ma che sono contenta che esista, è veramente una ventata di novità. Ben fatta, divertente e non banale. Perfetta da sentire mentre ci si prepara per una serata con gli amici.

Le percussioni e gli effetti in sottofondo all’inizio di Miserabile Dance non promettono niente di buono. Il modo in cui il buon vecchio Patrick usa la sua voce ci fa un po’ ricredere, ma nemmeno più di tanto. Sembra di essere tornati indietro di qualche decennio. Signori e Signore ecco a voi gli anni ’80. Solo con più innovazioni tecnologiche da poter utilizzare.

Spotlight è decisamente il mio genere. E’ in perfetta sintonia con la nuova ondata di pop punk/party hardy in voga negli ultimi tempi. Forse un pelo più elettronica. Altro che oh nostalgia, ti viene una gran voglia di saltare e cantare usando una spazzola come microfono. Soprattutto le parti in cui Stump tira gli acuti come solo lui sa fare.

In The “I” in lie, Patrick sembra felice ed orgoglioso di essere un cheat e dice “if you’re unfaithful put your hands in the air”. La sua voce, soprattutto nei ritornelli è molto in stile FOB, decidete voi se è un bene o un male. Nonostante tutto la melodia non è molto orecchiabile e nemmeno così allegra. Resta comunque una bella canzone dal titolo geniale interpretata in maniera perfetta.

Run Dry è una canzone veramente ipnotizzante. Il ritornello è scandito dagli step 1,2,3,4,5 che non sto a spiegarvi per non farla troppo lunga, tanto dal titolo potete intuire di cosa parla. Il ritmo incalzante e il testo semplice e divertente facilitano la conquista della vostra mente da parte di questa canzone.

Greed  è un pezzo che non rimarrebbe impresso nella mente se non fosse per la sua outro strumentale.

Everybody Wants Somebody parte con una voce bassa e profonda e un mood un po’ da ora del te. Dopo pochi secondi però parte la festa. Testo estremamente ripetitivo, strane trombette che non fanno assolutamente atmosfera. Falsetto esagerato. Non è una bella canzone questa.

Allie parte con delle simpaticissime rullate che si trasformano in un ritmo incalzante un po’ in stile R’n B. E più o meno il pezzo prosegue in questa direzione, Patrick sembra un po’ una diva pronta a lasciare tutti di stucco con le sue capacità vocali. Ad un certo punto parte un inaspettato assolo di chitarra che rende il tutto ancora più seduttivo.

Coast (It’s Gonna Be Better) è una canzone pop di cui l’unica cosa che colpisce veramente è il testo: “I keep making mistakes, but it takes some time to get anything right”

Dopo aver sentito questo album penso che mi farò un cd per la macchina con tutte le canzoni discotecare dei gruppi/cantanti “alternativi”.

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