Quelli alternativi sostengono che la musica italiana sia una merda – Caparezza @Metalrock Pisa 09-09-11

 Di Elisa Susini

Foto di Elisa Susini

 !AVVERTENZE!

Nessun surfista è stato maltrattato durante la stesura di questo post. Le persone citate sono in realtà creature mitologiche che popolano, a vostra insaputa, i vostri armadi. Fingete di conoscerli e nessuno si farà male.Ogni riferimento a gruppi emergenti italiani tipo gli Skylong è puramente casuale. -Jimmy-

È dal 2003 che io e Matte ascoltiamo Caparezza, da quando mtv era ancora un canale musicale e passava Il Secondo Secondo Me. E finalmente lo andiamo a vedere in concerto al Metarock a Pisa.
Appena arrivati recuperiamo la Vale, la Vane e Edo. Siamo pronti!
Prima di Caparezza suona un po’ Manu PHL, che praticamente è Er Piotta della Torre Pendente per intendersi e noi ci dilettiamo a fare il Fist Pump durante tutte le sue canzoni, da veri guidos.

Ad un certo punto sono le 10 e iniziamo a sentire canzoni natalizie, sembra di essere dentro al Rockefeller Centre di New York in pieno Xmas Time, inizia anche a nevicare tanto sapone sulle nostre teste e sul palco ci sono due renne e un Babbone Natale. Poi BOOM, arriva Caparezza, parte il delirio e decidiamo di farci travolgere tutti insieme sulle note di Ilaria Condizionata.
Il Rezza Capa è una macchinetta e siccome dobbiamo farci le ossa per quando verranno i Rancid in Italia, abbiamo deciso di pogare ininterrottamente dando inizo al Road To Rancid Tour – praticamente abbiamo un anno per dare il meglio di noi ai concerti e poter arrivare a quello dei Rancid in forma per resistere in mezzo alla fine del mondo, ma questa è un’altra storia -.
Il Road to Rancid in mezzo alla polvere si interrompe non perché stavamo mangiando la terra, ma perché il Capa canta Eroe -su cui non è proprio il caso di pogare -, ed è stata da brividi. Io e Matte eravamo in catarsi.
Dopo la catarsi parte tutta una sfilza di canzoni del cd nuovo, tutte belle e tutte introdotte alla grande da quel ricciolone che era sul palco .. to name a few: La Ghigliottina, Sono il tuo Sogno Eretico, Il Dito Medio di Galileo, Chi se ne frega della Musica.

Fra una canzone e l’altra il Capa saltava, raccontava cose divertentissime, si mascherava, faceva sketch e faceva riflettere. Che mito!
a metà concerto c’è un medley di una canzone per ogni album e dopodiché è la volta di Legalize The Premier.

In mezzo alla polvere poi scontro col Barso e accanto a lui c’era una matta con una sciarpa legata alla bocca per non respirare lo sporco, e non poteva che essere la Pardo. Durante una canzone che non conoscevo ho anche preso una testata dal Brennnon, che ha visto più volte gli Skylong e a lui non hanno mai dato buca, ma si lamentava per aver perso il Tommo, Cricri e Ric. Durante la canzone successiva, Non Siete Stato Voi, il povero Brennon perderà anche me. Altro momento iper-catartico per me, soprattutto quando alla fine appare sullo schermo alle spalle del Capa la scritta “La Legge è uguale per tutti”. Noi giuristi eravamo tutti coi lucciconi agli occhi.

Prima di uscire dal palco per il finto congedo, tu dove vai a ballare? Vieni a Ballare in Puglia! La Vane è su di giri, era venuta al concerto con un accendino a tema con su scritto Gallipoli, ma anche noi mangia-terra lì sotto al palco siamo su di giri. Il devasto durante questa canzone. E anche la scena più bella della serata: circa due secondi prima del ritornello vedo Ric *senza maglia* e Ric *senza maglia* mi vede, fa per venirmi incontro ma parte il ritornello e il povero surfista viene travolto dal pogo che lo porterà chissà dove. Come ridevo.

Ma torniamo a noi. Il Capa si prende due secondi, noi respiriamo un altro po’ di terra e col saluto di Star Wars e altre robe da nerd che purtroppo non ho saputo cogliere, viene introdotta Io Vengo dalla Luna. Ma io ero distrutta e ho cercato di fare un video durante parte della canzone. Dopo è il momento degli spoiler con Kevin Spacey, la canzone di Matte, che è quasi laureato in Cinema Musica e Teatro. Presa a male per Edo che l’indomani voleva vedere The Prestige.

Il concertone si conclude con Follie Preferenziali. E davvero di concertone si parla. Il Capa è davvero un grande entertainer!!
Peccato non abbia suonato Il Secondo Secondo Me e La Mia Parte Intollerante.
Per fortuna niente Fuori dal Tunnel: quella canzone è stata “snaturata da quegli intelligentoni degli italiani” dice.
Ricoperti di sporco, sudati e con la terra fin dentro il naso, salutiamo Caparezza con furore e ce ne torniamo a casa tutti contenti parlando di come la SIAE abbia interrotto quella bella cosa che era aimatrabolreidio e di come sia stata in qualche modo replaced da questo bel blog che non viene cagato da nessuno perché nessuno è veramente in grado di usare wordpress.

Annunci

Gli Offspring portano meno gente rispetto ai Blink 182 – Iday Festival #2 Bologna 04-09-11

 Di Sabrina Hoppus Outmani, Foto di Daniele Wandja

Cari lettori di questo fantastico blog che alimenta gli atti di cyberbulling nei confronti del signor Gabe, oggi avrete la possibilità di rivivere l’opportunità di rivivere l’ I-Day festival #2 2011.
Headliners: The offspring.
Supporters: Adam Kills Eve, If I Die Today, Face To Face, Tacking Back Sunday, No Use For A Name e Simple Plan.
Essendo stata anche all’edizione precedente del festival dove si celebrava il ritorno in scena dei Blink-182 (AAAAAAAAA♥), non ho potuto fare a meno di notare quanta poca gente ci fosse. In un certo senso fu quasi meglio, almeno per il fatto dei pontamenti facili, anche se rari.
Seconda visibile differenza sicuramente il clima: tanta bella, fresca, rompicazzo, rovina frangette fighe, piscia di Dio.
Dunque entrammo con calma all’arena per poi esser controllati dalla squadra anti tappi. Purtroppo il primo piano che avevo usato per raggirarli è fallito poichè con l’aiuto della loro supervista han potuto sgamare il mio push-up a forma di bottiglia. Ma avevo un piano B, ovviamente riuscito, di cui non posso parlare perchè schedato nei top secrets.
Ma passiamo alle cose serie: JACK E COLA GRATIS PER TUTTTTTTTTTTTTIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!! -grandissima idea, non c’è dubbio.
Verso le 14, dopo il tradizionale relax sulla collinetta, fanno la loro entrata gli Adam Kilss Eve. Simpatici. No, non è vero. Han fatto un paio di battutine tristissimi della serie “siamo su un palco e allora facciamo i fighi magari ci cagano”. PUNTEGGIO FINALE: 32. (calcolato su un punteggio da 0 a 50 dove il punteggio massimo è Gabe -Jimmy-)

Seguono gli If I Die Today, italiani come i precedenti, che mi vien da definirlili una specie di A Day To Remember nazionali fatti male. Non eran malissimo se tralasciamo il blasfemismo nel dire “face to fat” e i jeans aderentissimi dal risvolto altissimo. PUNTEGGIO FINALE: 32.5.

 Passa un’altra mezzìoretta e finalmente si inizia con un po di sano punk-rock assieme agli storici Face To Face, in Italia per la prima volta! Anche se li ho enjoyati dalla collinetta come quelli prima posso confermare che live spaccano davvero. PUNTEGGIO FINALE: 41.

E arriva anche il momento dei Tacking Back Sunday, da me e la mia collega Josuè molto attesi. Meno male che gli altri sapevano suonare perchè il cantante non sa cantare. Fottutissimo emo frangione dalle braccia corte che cercava in tutti i modi di suicidarsi attorcigliandosi sul collo il jack del microfono. Ha collaborato anche il diluvio universale a rendere quello show ancora piu’ penoso (non significa che non mi sia divertita), tanto da fermare tutto per una decina di minuti. PUNTEGGIO FINALE: 36.5.

Riparte lo spettacolo con quelle bestie dei Nufan. CHE BOMBEEEEEEEEEEEERI. Stupendi! E i loro capelli son strafighi (ho potuto notarli da abbastanza vicino)! E loro spaccan da Dio! E il loro striscione con su scritto solo “NO USE” ha vinto! E son riuscita a fare un crowd surfing di 5 secondi su una canzone di cui non ricordo il titolo ma è con “invincible” che ne sarebbe valsa la pena. *faccinatriste* Vabbè i Nufan meritano. PUNTEGGIO FINALE: 43.5.

SIMPLE PLAAAAN! Chi l’avrebbe detto che li avrei visti due volte? Ma non me ne lamento, anzi, live sono ottimi! Apertura con “Shut Up” e tutte le loro canzoni piu’ cariche all’inizio. Poi son passate a quelle robette pop new generation. Sempre grande presenza scenica con i loro soliti monologhi in italiano improvvisati del tipo “Yeah, spaghetti alla bolognese. Grazia milla italia!” …La tenerezza ♥♥ – questi hanno un’ossessione per la pasta -Jimmy- . Durante la celebre Jump inducono il pubblico a creare un allegro pogo-girotondo oltre a saltare ovviamente. Guadagnano punti Pierre Bouvier che mi ha vista (ODDIDdoiOi!!11!!) e David Desrosiers per i giochetti fighi con i plettri non riusciti a pieno e per aver fatto muovere i culetti a ritmo col suo su “I gotta feeling” e “Raise your glass”. PUNTEGGIO FINALE: 47.

E dopo un’ attesa ricca di cori improvvisati sul signor Berluscane, arrivano anche gli Offspring. JAJAJAJAJAJAJA! Che delirio! I capelli di Noodles, la carica di Dexter, tutto perfetto. Dunque apertura strafiga con “All I want” e poi partono, una canzone dopo l’altra con pochissime pause. Devasto durante “Pretty Fly (For a white guy)”, che dico super pogo durante tutto il concerto! Anche su “Kristy, are you doing okay?” , ovvio. Super felicità quando ho sentit il riff inizial di original prankster x cui ho pregato dalle 9 di mattina. Fatta bene anche la canzone nuova che stanno promuovendo durante questo tour “november song” che a quant pare esisteva anche l’anno scorso ma con un arrangiamento troppo poco offspring (testimonia noodles durante l’intervista post concerto fatta da offspring.it).
“Self esteem” dal vivo è una cosa fantastica! e chi è andato a tempo con i lalala fin dall’inizio – tipo me –  è un figo. Ma anche con “Why don’t you get a job?” il pubblico è impazzito

Grande serata sicuramente, -lo sarebbe stata anche se avessero suonato solo tanti auguri a te – alla faccia di tutti coloro che dicono che non ce la fanno piu’. Peccato solo che abbiano conversato poco con il pubblico. Fanno i Vippponi. TANTO AMORE ♥♥. PUNTEGGIO FINALE: GABE.

E’ Tutta Colpa Di Gabe – Night Shades by Cobra Starship

Di Michela Rognoni con la gentile collaborazione di Michela Ravasio

Dopo anni di scelte discutibili (come sciogliere i midtown) Gabe Saporta e i suoi Cobra Starship con Night Shades ci offrono un’atmosfera da giro in autopista alle feste di paese.

Se volete ascoltare un disco per farvi emozionare da musica e testi dovreste evitare di ascoltare questo disco. Se invece ciò che volete è divertirvi, fare i tamarri in macchina e dimenticare i problemi del mondo mettetevelo in loop, non vi deluderà. Non mi va di parlare bene di questo disco. Ma non mi va nemmeno di stroncarlo.

Da come stavano andando le cose con viva la cobra e hot mess ci si aspettava una continuazione su quella linea. Musica elettronica con riff ancora un po’ pesanti. Invece il caro Ryland appende la chitarra al chiodo e si lancia alla scoperta del Synth.

Fare una recensione traccia per traccia sarebbe superfluo (sarebbe anche spoiling per quelli di voi che non l’hanno ancora sentito, non voglio rovinarvi la sorpresa, non questa volta).

Questo disco presenta svariate collaborazioni con la gente più disparata (dalle plastiscines ai jump into gospel) – non vorrei dire che questo sia legato al fatto che gabe non ce la fa più a cantare da solo, però in effetti è quello che penso – , infatti anche il primo singolo estratto “You Make Me Feel…” presenta la firma di Sabi (che non so chi sia in realtà) ,sta sbancando le classifiche e – a causa del genere molto in voga – passa addirittura qualche volta su qualche radio italiana.

Middle Finger è la traccia che mi ispira di più, non so dire esattamente perchè ma trovo che sia perfetta per fare il maranza coi finestrini abbassati quando si beccano i semafori rossi.

Le altre canzoni, tra cui “Don’t Blame The World, It’s DJ’s Fault” (che dovrebbe chiamarsi don’t blame the world, it’s GABE fault) sono più indicate per passare a prendere gli amici sotto casa facendosi riconoscere da tutto il palazzo oppure, ed è il caso di “#1 Night”, per fermarsi davanti alle discoteche a far scendere gli amici prima di fare manovra e parcheggiare.

Bene direi che questa recensione è pronta per volgere al termine e concluderei dicendo che c’è Gabilliam ovunque. Nuovo giro, nuova corsa! Inserite il gettone e tra fumi bianchi e luci colorate possiamo ricominciare da “You Belong To Me”.

Thanks for surviving (cit.) – Yellowcard @ Rock Planet 03-09-11

 Di Michela Rognoni

Foto di: un tizio dello staff degli Yellowcard,Michela Rognoni e Sara Cavazzini

Visto come sono andate le cose questa recensione finirà per trattare più il “prima” e il “dopo” che il “durante” del concerto degli Yellowcard al Rock Planet di Pinarella di Cervia.

Le previsioni davano brutto tempo ma non potevamo che partire da Milano in shorts e canottiera per andare “al mare”. Never trust a metereologo. Infatti c’erano 35 gradi.

Avendo vinto il Meet & Greet con la band (e avendo amiche a cui non allettava più di tanto l’idea di farsi spiaccicare in prima fila) decidiamo di andare in albergo a riprenderci dall’estenuante viaggio passato perlopiù cantando e mangiando la pizza insipida di spizzico.

Credo fossero circa le 5 quando per la prima volta andammo davanti al rock planet. E non c’era quasi nessuno: qualcuno che barboneggiava seduto davanti all’entrata, qualcun altro intorno ad un palo e il tourbus. L’idea che va per la maggiore è quella di passare qualche altra ora a cazzeggiare altrove.Al nostro ritorno al Rock Planet notiamo degli Yellowcard che scendono dal bus e scompaiono nel vuoto. Poi Longineu Parson III grida “I love you” dal finestrino di una macchina mentre Sean O’Donnel parla ad un tizio con una telecamera fuori dal bus e poi si allontana a piedi.

Non avendo niente da fare iniziammo ad inseguirlo cercando di non farci notare per poi raggiungerlo e fingere un incontro casuale davanti ad una piadineria ed andarcene, dopo avergli chiesto una foto, nella stessa direzione da cui eravamo venute.

Cenando notammo delle facce che ridendo lasciavano un negozio di souvenir, sospettammo la presenza di qualche Yellowcard nel negozio (sospetto confermato più tardi) ma non avevamo abbastanza voglia di abbandonare le nostre piadine per controllare.

Tralascio qualche passaggio stupido ed arrivo al punto in cui manca poco al M&G:

Il “tizio di Freak Promotion” (che aveva messo in palio i posti per il M&G attraverso un contest) ci dice di accodarci nella fila di “quelli-che-ancora-non-hanno-il-biglietto” e che teoricamente dovremmo entrare prima degli altri ma le porte si aprono. Tutti entrano tranne noi, che rimaniamo abbandonati a noi stessi finché la fotografa spiega la situazione ad un tizio della sicurezza che ci fa finalmente entrare. Alle casse ci sono problemi con le liste, ci fermiamo davanti alle casse ad aspettare e ci prendiamo badilate di insulti dalla simpaticissima security di quel bellissimo posto egregiamente organizzato che è il Rock Planet. Finalmente riusciamo ad entrare e veniamo accompagnati al luogo del meet attraversando la sala del concerto in cui fa molto caldo.

Ci ritroviamo all’aperto in una specie di cortile in cui stanno aspettando 2/5 degli Yellowcard. Nessuno si muove, attimi di panico, poi gli altri 3/5 degli Yellowcard arrivano e così noi andiamo a farci autografare i booklet e a fare tutte le altre cose che si fanno ai meet. Elencherò gli avvenimenti più importanti:

Ryan Mendez mi ha rotto svariate costole abbracciandomi.

Delle ragazze di “Yellowcard Italia” avevano fatto firmare a chiunque (compreso Gabe Saporta) una bandiera italiana e l’hanno donata alla band e Sean Mackin eccitatissimo ha chiesto di potersela mettere sulle spalle scandendo per bene ogni singola parola della sua frase.

Il pelatino del Rock Planet era impaziente di farci concludere il meet ma Ryan Key l’ha messo a tacere dicendogli che dovevamo ancora fare le foto uno ad uno insieme alla band.

Insomma, tutto questo per dirvi che gli Yellowcard sono persone per bene molto simpatiche e gentili , non si sentono delle rockstar e vogliono bene a tutti indistintamente.

Dopo tutto ciò avremmo dovuto assistere il concerto da una posizione privilegiata al lato del palco. Peccato che questa posizione al Rock Planet non esista.

La sala è stracolma di gente e l’aria è solo vagamente respirabile. Ci mettiamo al lato del palco da dove più o meno non si vede nulla se non sei alto abbastanza.

A dare inizio alla serata sono gli Skylong, un gruppo emergente del luogo (che ho sempre desiderato di sentire dal vivo). Sono molto giovani e non nascondono il loro desiderio di finire in fretta la loro esibizione per potersi godere gli Yellowcard, gruppo fondamentale anche della loro adolescenza. Suonano pochi pezzi – pochi ma buoni – tra cui un pezzo vecchio scelto dai loro fans “Got to go” e “Show me your best on the dancefloor” di cui dovrebbe essere stato girato il videoclip durante l’esibizione e chiudono con una simpatica cover di “50 Special” che fa sorridere ed agitare la folla. Se proprio devo trovare un neo nella loro esibizione potrei accusare il cantante di aver trasmesso poca energia ma probabilmente è stata colpa del caldo quindi fate finta che questa frase non sia mai stata scritta.

Dopo gli Skylong l’aria nel locale, non è che fosse irrespirabile ma inesistente.

Da una sala all’aperto, in piedi sopra ad un’aiuola si riusciva a vedere il palco per cui quella sarebbe stata la mia posizione. Non giudicate questa decisione come scarso coinvolgimento, interpretatela piuttosto come spirito di sopravvivenza.

Quando gli Yellowcard salgono sul palco il pubblico esplode tra urla ed applausi. Poi parte “for you and your denial” e si scatena l’inferno (figura scelta non a caso). La band è stracolma di energia e non esita a sprigionarla sul palco attraverso i pezzi forti che hanno segnato i loro 10 anni di carriera come “Way away”, “Breathing”, “Rough landing Holly” amalgamati con i pezzi forti del loro ultimo disco come “With you around” e “Life of leaving home”. L’acustica non è delle migliori: le seconde voci spesso si sentono meglio della voce principale. Le voci del pubblico sono spesso più chiare della voce principale.

Grazie al cielo nella scaletta erano presenti due pezzi in acustico: “Empty apartment” e “Sing for me” durante i quali il frontman Ryan Key chiede al pubblico di cantare, di muoversi a ritmo e di imitare gli assoli di chitarra e il batterista Longineu Parson III evita un collasso uscendo nella sala all’aperto dopo essersi sdraiato più volte di fianco alla batteria. Mendez corre ad accertarsi sulle sue condizioni. O’Donnel beve un sorso di birra. Mackin sembra essere l’unico a non sentire caldo e salta sul palco ad incantare tutti con il suo violino.

Dopo questa pausa la band continua con altri pezzi forti,cercando in tutti i modi di ignorare il caldo, ci ridono sopra “questo è lo show più caldo in 10 anni di carriera” twitteranno in seguito, e ringraziano il pubblico per il modo in cui resistono. Ed è la volta di “Only one” in cui ancora una volta Ryan gioca a cantare col pubblico e a coinvolgerlo.

La storia dello scendere e risalire sul palco al Rock Planet non funziona molto bene ma è sicuramente una scusa per prendere un po’ d’aria prima di chiudere lo spettacolo con la crème de la crème della carriera degli Yellowcard: l’ultimo singolo “Hang you up”, l’anthem della speranza “Believe” e “Ocean avenue” a cui non servono descrizioni.

Uscendo dal locale non possiamo fare a meno di notare che le ventole sul soffitto girano aria calda e viziata, che tutto è umidiccio e appiccicoso e che nella sala a fianco dove stavano trasmettendo musica da discoteca c’era l’aria condizionata.

Fuori dal locale un ragazzo lascia una pozzanghera strizzando la maglietta lavata di sudore e Longineu firma svariate ore di autografi mentre i due Ryan si allontanano su una Lancia Y.

Quanto a noi…è il momento di una festa sulla spiaggia.

Grazie Rock Planet, gli Yellowcard hanno detto che torneranno il prima possibile…ma speriamo che tornino all’Alcatraz di Milano. A Dicembre.

 Ps: a breve le foto del meet. A BREVE.

Pps:(la grammatica che è stata torturata in questa recensione non ha riportato danni permanenti)

Se sei nel dubbio, chiedilo a Ryan Key su twitter! – When You’re Through Thinking Say Yes by Yellowcard

 di Michela Rognoni

Dopo aver pianto lacrime amare per lo pseudo scioglimento degli Yellowcard nel lontano 2007,

When You’re Through Thinking Say Yes, settimo album in studio della band, rappresenta un ritorno al passato.

La distanza dalle scene ha fatto bene alla band che si ripresenta dopo quattro anni dal non perfettamente riuscito “Paperwalls” in ottima forma e con un lavoro del tutto convincente.

I primi secondi di The Sound Of You And Me mi hanno disorientata, ricordandomi un pezzo ska-punk (mi ha ricordato gli ultimi lavori degli Shandon, non so se possa interessarvi), ma subito dopo il pezzo si trasforma lasciando intravedere quello che ci si dovrà aspettare dall’album: tanta energia e tante emozioni in perfetto stile yellowcard.

Il primo singolo estratto, For You And Your Denial si apre col violino di Sean Mackin – come tutte le migliori canzoni del gruppo -. Qui il testo è catchy quanto la musica: ti farà diventare pazzo risuonandoti nella testa per almeno 13 ore dopo il primo ascolto.

Con With You Around si mantiene alto il livello d’energia. Se il vostro animo è esageratamente californiano e avete passato delle esperienze simili a quelle narrate nel testo – e soprattutto se vi piacciono i Saves The Day – questo è il pezzo che fa per voi! Potrebbe essere l’ Ocean Avenue della nuova generazione.

Se avete ascoltato gli Yellowcard almeno una volta nella vostra vita, sarete sicuramente a conoscenza del fatto che scrivono delle ballad strappalacrime da paura. Hang You Up, secondo singolo estratto, è una di queste. Voce cantilenante, parole d’amore, chitarra acustica e il solito violino che incupisce i toni.

Ci pensa Life Of Living Home ad asciugarci le lacrime. Testo autobiografico come piace fare al signor Key. Ritmo sostenuto, violino punzecchiante ma l’atmosfera solare del primo trittico non è ancora ritornata. Stava aspettando che iniziasse Hide probabilmente. Ci sono gli oooh oooh che ci piacciono tanto e c’è anche la voglia di saltare come degli idioti.

Soundtrack. E qui dirò una cosa senza senso ma devo dirla perché mi preme di farlo: questo pezzo mi ricorda un pezzo di un gruppo emergente italiano che dovete assolutamente ascoltare, ovvero, gli A Place In The Sun. Chiusa questa parentesi non resta molto da dire, continua l’atmosfera da school party e c’è un pezzo a due voci che è esaltantissimo. E’ uno dei pezzi più belli del disco.

Sing For Me è un’altra ballad, ancora più strappalacrime di Hang You Up. Piena di speranza e d’amore. Non ascoltatela se vi è successso qualcosa di brutto, cioè fatelo solo se non sapete l’inglese o se siete masochisti.

Immediatamente dopo con See Me Smiling sembra che stiano seguendo lo stesso schema di Hang You Up/Life Of Leaving Home. E’ decisamente un pezzo energico ma non solare, gli strumenti non sono più tristi ma sono un po’ arrabbiati e danno al pezzo una carica particolare.

Ci pensa Be The Young a chiudere in bellezza: ammorbidisce i toni e incupisce ancora un po’ l’atmosfera come tutte le ultime tracce dei dischi dovrebbero fare. Il testo è la cosa più bella del pezzo e potrebbe anche lanciare un messaggio da parte della band: Growing up has just begun.

In conclusione niente intermezzi elettronici e niente cambiamenti radicali sono la chiave per far breccia nei cuori dei nostalgici del pop punk che secondo Gabe Saporta è così ’05.

 

Gli Yellowcard saranno in concerto in Italia il 3 settembre al Rock Planet di Pinarella di Cervia.

Brallon Exists, c’era la lingua! – Panic! At The Disco @Rocca Malatestiana Cesena 23-08-11

Di Michela Rognoni

Nel bel mezzo dell’estate, mentre tutto era dorato nel cielo, le nostre eroine – dopo una sostanziosa colazione al palazzo degli uffici — si gettano impavide nell’ardua impresa: giungere all’entrata della Rocca Malatestiana, dove quel giorno, per il volere di Re Gabe Saporta 1 ed unico – che tutto può -, si sarebbero esibiti i Panic! At The Disco, giovini menestrelli in grado di intrattenere e divertire le corti di tutto il mondo.

Dopo aver lottato con draghi sputafuoco, tagliato rovi con le spade, ed essere sopravvissute al sole cocente, le nostre eroine giungono a destinazione, dove incontrano altre amiche e delle giovani cortigiane che scrivevano numeri sulle mani della gente con dei pennarelli indelebili. In quel momento c’erano meno di 20 persone ad attendere il grande evento, ma presto si sarebbero moltiplicate. All’arrivo di una nuova giovine eroina, proprietaria della famosa osteria chiamata “Panic! At The Disco Italia”, le nostre eroine, sedute all’ombra di un albero di ombrelli, cominciarono a scrivere un albo da portare in dono agli ospiti della serata, con lo scopo di far loro conoscere i posti più belli d’Italia (e soprattutto le più gustose leccornie) e presentare una petizione per rendere Ian e Dallon membri ufficiali, firmata da persone importanti come Pauly D,Jalex ed il Re in persona. – Se noi stiamo facendo lo scrapbook, è palese che qualcuno di noi centra qualcosa con Panic! At The Disco Italia, avreste potuto evitare di dover aggiungere una “X” al vostro calendario delle figure di merda -.

 Le 12 ore di attesa non sono state così estenuanti come si potrebbe pensare, anzi passarono piuttosto veloci, mangiando caramelle, facendo sondaggi sull’esistenza di R(h)ydon, trollando qualsiasi essere vivente ed intonando gli inni nazionali scritti da Re Gabe dopo lo scioglimento dei Midtown…così tanto da giungere alla convinzione di stare per vedere i Cobra Starship e non i Panic! At The Disco.

 A questo punto, come in tutte le storie arrivano gli antagonisti: Dei cavalieri neri mascherati, sui loro forti e veloci destrieri passarono davanti alla fila senza alcun rispetto per i numerini scritti sulle mani dei presenti, causando agitazione, rabbia e caos fuori dalle mura del castello. Ci avviciniamo alle transenne, ci penserà Gabe a trovare la punizione più giusta per questi malfattori.

Intanto la compagnia itinerante di menestrelli fa il suo arrivo alle porte del castello scendendo da un arcobaleno su una magica carrozza trainata da unicorni – nati dal sorriso di Spencer -. Dopo pochi minuti Zack, il castellano, venne ad annunciare i nomi dei fortunati cortigiani che avrebbero avuto il privilegio di incontrare la banda di trovatori e li accompagnò all’interno della Rocca. Fu questione di minuti, poi anche il resto della folla fu invitato all’interno del castello e si posizionò davanti all’area allestita per la festa. Quelle tra le nostre eroine che non ebbero il privilegio del meet and greet riuscirono comunque ad avere una posizione piuttosto privilegiata durante l’esibizione. (Le altre nel frattempo hanno comodamente seguito l’intero concerto dal backstage.)

 Solo dopo due ore di attesa in piedi iniziarono le danze. Sul palco dei paggetti italiani chiamati Soldiers of a wrong war. Non vedevo l’ora di sentirli – in realtà non vedevo l’ora di sentire qualsiasi cosa, mi sarebbe bastato che iniziasse il concerto – Sono stati una bella sorpresa. Ragazzi simpatici con tanta voglia di fare musica e di farla bene. Nei loro pezzi c’era energia, sono riusciti bene ad intrattenere un pubblico che non li conosceva quasi per niente. Un grosso inchino al chitarrista che ha suonato con la clavicola rotta.

Dopo di loro gli About Wayne, già conosciuti da gran parte del pubblico grazie a Freaks, avevano un fan club di una decina di persone che erano lì solo per loro e non sembravano deluse dall’esibizione. Nonostante ciò, io personalmente non ne sono rimasta colpita – forse anche per le condizioni pietose in cui mi trovavo, forse perché volevo che finissero presto per gustarmi i Panic!- : Dopo il secondo pezzo ho cominciato a trovarli piuttosto banali e il loro modo di intrattenere il pubblico con un umorismo che sembrava forzato mi infastidiva parecchio. La cover di Eleanor Rigby (probabilmente il loro pezzo più famoso) è stata la cosa più sopportabile. In questa occasione, la formazione è stata nobilitata dalla presenza di Luca Marino, batteria degli Electric Diorama.

 Altre interminabili ore di soundcheck tra la fame e un tizio dai tratti orientali che mangiava pizza sul palco, e poi finalmente si abbassano le luci e i Panic! At The Disco fanno la loro apparizione sulle note di Ready To Go. Pezzo (e titolo) perfetto per iniziare. I ragazzi, subito dal primo pezzo si presentano in piena forma, Brendon sembra fluttuare sul palco. Seguono uno dietro l’altro, come proiettili,alcuni dei loro pezzi più forti, tra cui il tormentone dell’ultimo album “The Ballad of Mona Lisa” ed alcuni pezzi di “A Fever You Can’t Sweat Out” eseguiti con una maestria tale da farci capire quanto i due nuovi membri non-ancora-ufficiali, Ian Crawford (chitarra) e Dallon Weekes ( basso) , si sentano perfettamente a loro agio nella band – Le seconde voci ora sono molto meglio di quelle del signorino Ross IMHO – . Strepitosa l’alternanza di pezzi nuovi – come la “Trade Mistakes” acclamata da tutti – e vecchi – come la “Camisado” cantata da pochi – . Circa a metà concerto Urie dedica ai fans Always – e non Northern Downpour, come ci si sarebbe potuto aspettarsi – , imbraccia la chitarra acustica e lascia una pausa al resto della band. E mentre la maggior parte delle ragazzine sognanti si riprendono dai loro “Uriegasms”(parola da bimbiminkia IEHO) c’è ancora qualche idiota che pensa sia una buona scelta pogare sulle parole zuccherose del frontman. Subito dopo gli unici pezzi da “Pretty Odd”: i due singoli “Nine in the Afternoon” e “That Green Gentlemen”. Non sono mancati gli intermezzi divertenti e le chicche da ricordarsi per tutta la vita, come la canzone in italiano intonata a cappella da Brendon prima di suonare “Memories” o la cover di “Classico” dei Tenacious D che ha dimostrato l’affiatamento di Brendon con il nuovo chitarrista e per finire il rap, forse improvvisato, ri-entrati sul palco dopo quella cosa del “one more song” che fanno tutti.

Anche gli scambi di effusioni e gli atteggiamenti ambigui in pubblico rispondono all’appello: se non ci credete vi basta cercare su you tube i video della hit “I Write Sins Not Tragedies” perché c’era la lingua, noi l’abbiamo vista. Un’altra sorpesa della serata è stata “New Perspective”, dalla colonna sonora di “Jennifer’s Body” che nessuno si aspettava di sentire, ma è stata molto apprezzate (e una delle migliori canzoni della serata secondo me). Lo spettacolo riparte con “Time To Dance” ma è destinato a finire dopo pochi esaltanti minuti sulle note di “Nearly Witches (Ever Since We Met)” Tra sorrisi ed inchini i nostri menestrelli ci dicono quanto siano dispiaciuti di dover lasciare l’Italia, ma devono ripartire immediatamente, destinazione Germania. Montano sulla loro carrozza incantata e gli unicorni al galoppo risalgono il magico arcobaleno.

News di musica come se te le raccontasse il tuo migliore amico