Thanks for surviving (cit.) – Yellowcard @ Rock Planet 03-09-11

 Di Michela Rognoni

Foto di: un tizio dello staff degli Yellowcard,Michela Rognoni e Sara Cavazzini

Visto come sono andate le cose questa recensione finirà per trattare più il “prima” e il “dopo” che il “durante” del concerto degli Yellowcard al Rock Planet di Pinarella di Cervia.

Le previsioni davano brutto tempo ma non potevamo che partire da Milano in shorts e canottiera per andare “al mare”. Never trust a metereologo. Infatti c’erano 35 gradi.

Avendo vinto il Meet & Greet con la band (e avendo amiche a cui non allettava più di tanto l’idea di farsi spiaccicare in prima fila) decidiamo di andare in albergo a riprenderci dall’estenuante viaggio passato perlopiù cantando e mangiando la pizza insipida di spizzico.

Credo fossero circa le 5 quando per la prima volta andammo davanti al rock planet. E non c’era quasi nessuno: qualcuno che barboneggiava seduto davanti all’entrata, qualcun altro intorno ad un palo e il tourbus. L’idea che va per la maggiore è quella di passare qualche altra ora a cazzeggiare altrove.Al nostro ritorno al Rock Planet notiamo degli Yellowcard che scendono dal bus e scompaiono nel vuoto. Poi Longineu Parson III grida “I love you” dal finestrino di una macchina mentre Sean O’Donnel parla ad un tizio con una telecamera fuori dal bus e poi si allontana a piedi.

Non avendo niente da fare iniziammo ad inseguirlo cercando di non farci notare per poi raggiungerlo e fingere un incontro casuale davanti ad una piadineria ed andarcene, dopo avergli chiesto una foto, nella stessa direzione da cui eravamo venute.

Cenando notammo delle facce che ridendo lasciavano un negozio di souvenir, sospettammo la presenza di qualche Yellowcard nel negozio (sospetto confermato più tardi) ma non avevamo abbastanza voglia di abbandonare le nostre piadine per controllare.

Tralascio qualche passaggio stupido ed arrivo al punto in cui manca poco al M&G:

Il “tizio di Freak Promotion” (che aveva messo in palio i posti per il M&G attraverso un contest) ci dice di accodarci nella fila di “quelli-che-ancora-non-hanno-il-biglietto” e che teoricamente dovremmo entrare prima degli altri ma le porte si aprono. Tutti entrano tranne noi, che rimaniamo abbandonati a noi stessi finché la fotografa spiega la situazione ad un tizio della sicurezza che ci fa finalmente entrare. Alle casse ci sono problemi con le liste, ci fermiamo davanti alle casse ad aspettare e ci prendiamo badilate di insulti dalla simpaticissima security di quel bellissimo posto egregiamente organizzato che è il Rock Planet. Finalmente riusciamo ad entrare e veniamo accompagnati al luogo del meet attraversando la sala del concerto in cui fa molto caldo.

Ci ritroviamo all’aperto in una specie di cortile in cui stanno aspettando 2/5 degli Yellowcard. Nessuno si muove, attimi di panico, poi gli altri 3/5 degli Yellowcard arrivano e così noi andiamo a farci autografare i booklet e a fare tutte le altre cose che si fanno ai meet. Elencherò gli avvenimenti più importanti:

Ryan Mendez mi ha rotto svariate costole abbracciandomi.

Delle ragazze di “Yellowcard Italia” avevano fatto firmare a chiunque (compreso Gabe Saporta) una bandiera italiana e l’hanno donata alla band e Sean Mackin eccitatissimo ha chiesto di potersela mettere sulle spalle scandendo per bene ogni singola parola della sua frase.

Il pelatino del Rock Planet era impaziente di farci concludere il meet ma Ryan Key l’ha messo a tacere dicendogli che dovevamo ancora fare le foto uno ad uno insieme alla band.

Insomma, tutto questo per dirvi che gli Yellowcard sono persone per bene molto simpatiche e gentili , non si sentono delle rockstar e vogliono bene a tutti indistintamente.

Dopo tutto ciò avremmo dovuto assistere il concerto da una posizione privilegiata al lato del palco. Peccato che questa posizione al Rock Planet non esista.

La sala è stracolma di gente e l’aria è solo vagamente respirabile. Ci mettiamo al lato del palco da dove più o meno non si vede nulla se non sei alto abbastanza.

A dare inizio alla serata sono gli Skylong, un gruppo emergente del luogo (che ho sempre desiderato di sentire dal vivo). Sono molto giovani e non nascondono il loro desiderio di finire in fretta la loro esibizione per potersi godere gli Yellowcard, gruppo fondamentale anche della loro adolescenza. Suonano pochi pezzi – pochi ma buoni – tra cui un pezzo vecchio scelto dai loro fans “Got to go” e “Show me your best on the dancefloor” di cui dovrebbe essere stato girato il videoclip durante l’esibizione e chiudono con una simpatica cover di “50 Special” che fa sorridere ed agitare la folla. Se proprio devo trovare un neo nella loro esibizione potrei accusare il cantante di aver trasmesso poca energia ma probabilmente è stata colpa del caldo quindi fate finta che questa frase non sia mai stata scritta.

Dopo gli Skylong l’aria nel locale, non è che fosse irrespirabile ma inesistente.

Da una sala all’aperto, in piedi sopra ad un’aiuola si riusciva a vedere il palco per cui quella sarebbe stata la mia posizione. Non giudicate questa decisione come scarso coinvolgimento, interpretatela piuttosto come spirito di sopravvivenza.

Quando gli Yellowcard salgono sul palco il pubblico esplode tra urla ed applausi. Poi parte “for you and your denial” e si scatena l’inferno (figura scelta non a caso). La band è stracolma di energia e non esita a sprigionarla sul palco attraverso i pezzi forti che hanno segnato i loro 10 anni di carriera come “Way away”, “Breathing”, “Rough landing Holly” amalgamati con i pezzi forti del loro ultimo disco come “With you around” e “Life of leaving home”. L’acustica non è delle migliori: le seconde voci spesso si sentono meglio della voce principale. Le voci del pubblico sono spesso più chiare della voce principale.

Grazie al cielo nella scaletta erano presenti due pezzi in acustico: “Empty apartment” e “Sing for me” durante i quali il frontman Ryan Key chiede al pubblico di cantare, di muoversi a ritmo e di imitare gli assoli di chitarra e il batterista Longineu Parson III evita un collasso uscendo nella sala all’aperto dopo essersi sdraiato più volte di fianco alla batteria. Mendez corre ad accertarsi sulle sue condizioni. O’Donnel beve un sorso di birra. Mackin sembra essere l’unico a non sentire caldo e salta sul palco ad incantare tutti con il suo violino.

Dopo questa pausa la band continua con altri pezzi forti,cercando in tutti i modi di ignorare il caldo, ci ridono sopra “questo è lo show più caldo in 10 anni di carriera” twitteranno in seguito, e ringraziano il pubblico per il modo in cui resistono. Ed è la volta di “Only one” in cui ancora una volta Ryan gioca a cantare col pubblico e a coinvolgerlo.

La storia dello scendere e risalire sul palco al Rock Planet non funziona molto bene ma è sicuramente una scusa per prendere un po’ d’aria prima di chiudere lo spettacolo con la crème de la crème della carriera degli Yellowcard: l’ultimo singolo “Hang you up”, l’anthem della speranza “Believe” e “Ocean avenue” a cui non servono descrizioni.

Uscendo dal locale non possiamo fare a meno di notare che le ventole sul soffitto girano aria calda e viziata, che tutto è umidiccio e appiccicoso e che nella sala a fianco dove stavano trasmettendo musica da discoteca c’era l’aria condizionata.

Fuori dal locale un ragazzo lascia una pozzanghera strizzando la maglietta lavata di sudore e Longineu firma svariate ore di autografi mentre i due Ryan si allontanano su una Lancia Y.

Quanto a noi…è il momento di una festa sulla spiaggia.

Grazie Rock Planet, gli Yellowcard hanno detto che torneranno il prima possibile…ma speriamo che tornino all’Alcatraz di Milano. A Dicembre.

 Ps: a breve le foto del meet. A BREVE.

Pps:(la grammatica che è stata torturata in questa recensione non ha riportato danni permanenti)

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Se sei nel dubbio, chiedilo a Ryan Key su twitter! – When You’re Through Thinking Say Yes by Yellowcard

 di Michela Rognoni

Dopo aver pianto lacrime amare per lo pseudo scioglimento degli Yellowcard nel lontano 2007,

When You’re Through Thinking Say Yes, settimo album in studio della band, rappresenta un ritorno al passato.

La distanza dalle scene ha fatto bene alla band che si ripresenta dopo quattro anni dal non perfettamente riuscito “Paperwalls” in ottima forma e con un lavoro del tutto convincente.

I primi secondi di The Sound Of You And Me mi hanno disorientata, ricordandomi un pezzo ska-punk (mi ha ricordato gli ultimi lavori degli Shandon, non so se possa interessarvi), ma subito dopo il pezzo si trasforma lasciando intravedere quello che ci si dovrà aspettare dall’album: tanta energia e tante emozioni in perfetto stile yellowcard.

Il primo singolo estratto, For You And Your Denial si apre col violino di Sean Mackin – come tutte le migliori canzoni del gruppo -. Qui il testo è catchy quanto la musica: ti farà diventare pazzo risuonandoti nella testa per almeno 13 ore dopo il primo ascolto.

Con With You Around si mantiene alto il livello d’energia. Se il vostro animo è esageratamente californiano e avete passato delle esperienze simili a quelle narrate nel testo – e soprattutto se vi piacciono i Saves The Day – questo è il pezzo che fa per voi! Potrebbe essere l’ Ocean Avenue della nuova generazione.

Se avete ascoltato gli Yellowcard almeno una volta nella vostra vita, sarete sicuramente a conoscenza del fatto che scrivono delle ballad strappalacrime da paura. Hang You Up, secondo singolo estratto, è una di queste. Voce cantilenante, parole d’amore, chitarra acustica e il solito violino che incupisce i toni.

Ci pensa Life Of Living Home ad asciugarci le lacrime. Testo autobiografico come piace fare al signor Key. Ritmo sostenuto, violino punzecchiante ma l’atmosfera solare del primo trittico non è ancora ritornata. Stava aspettando che iniziasse Hide probabilmente. Ci sono gli oooh oooh che ci piacciono tanto e c’è anche la voglia di saltare come degli idioti.

Soundtrack. E qui dirò una cosa senza senso ma devo dirla perché mi preme di farlo: questo pezzo mi ricorda un pezzo di un gruppo emergente italiano che dovete assolutamente ascoltare, ovvero, gli A Place In The Sun. Chiusa questa parentesi non resta molto da dire, continua l’atmosfera da school party e c’è un pezzo a due voci che è esaltantissimo. E’ uno dei pezzi più belli del disco.

Sing For Me è un’altra ballad, ancora più strappalacrime di Hang You Up. Piena di speranza e d’amore. Non ascoltatela se vi è successso qualcosa di brutto, cioè fatelo solo se non sapete l’inglese o se siete masochisti.

Immediatamente dopo con See Me Smiling sembra che stiano seguendo lo stesso schema di Hang You Up/Life Of Leaving Home. E’ decisamente un pezzo energico ma non solare, gli strumenti non sono più tristi ma sono un po’ arrabbiati e danno al pezzo una carica particolare.

Ci pensa Be The Young a chiudere in bellezza: ammorbidisce i toni e incupisce ancora un po’ l’atmosfera come tutte le ultime tracce dei dischi dovrebbero fare. Il testo è la cosa più bella del pezzo e potrebbe anche lanciare un messaggio da parte della band: Growing up has just begun.

In conclusione niente intermezzi elettronici e niente cambiamenti radicali sono la chiave per far breccia nei cuori dei nostalgici del pop punk che secondo Gabe Saporta è così ’05.

 

Gli Yellowcard saranno in concerto in Italia il 3 settembre al Rock Planet di Pinarella di Cervia.

Brallon Exists, c’era la lingua! – Panic! At The Disco @Rocca Malatestiana Cesena 23-08-11

Di Michela Rognoni

Nel bel mezzo dell’estate, mentre tutto era dorato nel cielo, le nostre eroine – dopo una sostanziosa colazione al palazzo degli uffici — si gettano impavide nell’ardua impresa: giungere all’entrata della Rocca Malatestiana, dove quel giorno, per il volere di Re Gabe Saporta 1 ed unico – che tutto può -, si sarebbero esibiti i Panic! At The Disco, giovini menestrelli in grado di intrattenere e divertire le corti di tutto il mondo.

Dopo aver lottato con draghi sputafuoco, tagliato rovi con le spade, ed essere sopravvissute al sole cocente, le nostre eroine giungono a destinazione, dove incontrano altre amiche e delle giovani cortigiane che scrivevano numeri sulle mani della gente con dei pennarelli indelebili. In quel momento c’erano meno di 20 persone ad attendere il grande evento, ma presto si sarebbero moltiplicate. All’arrivo di una nuova giovine eroina, proprietaria della famosa osteria chiamata “Panic! At The Disco Italia”, le nostre eroine, sedute all’ombra di un albero di ombrelli, cominciarono a scrivere un albo da portare in dono agli ospiti della serata, con lo scopo di far loro conoscere i posti più belli d’Italia (e soprattutto le più gustose leccornie) e presentare una petizione per rendere Ian e Dallon membri ufficiali, firmata da persone importanti come Pauly D,Jalex ed il Re in persona. – Se noi stiamo facendo lo scrapbook, è palese che qualcuno di noi centra qualcosa con Panic! At The Disco Italia, avreste potuto evitare di dover aggiungere una “X” al vostro calendario delle figure di merda -.

 Le 12 ore di attesa non sono state così estenuanti come si potrebbe pensare, anzi passarono piuttosto veloci, mangiando caramelle, facendo sondaggi sull’esistenza di R(h)ydon, trollando qualsiasi essere vivente ed intonando gli inni nazionali scritti da Re Gabe dopo lo scioglimento dei Midtown…così tanto da giungere alla convinzione di stare per vedere i Cobra Starship e non i Panic! At The Disco.

 A questo punto, come in tutte le storie arrivano gli antagonisti: Dei cavalieri neri mascherati, sui loro forti e veloci destrieri passarono davanti alla fila senza alcun rispetto per i numerini scritti sulle mani dei presenti, causando agitazione, rabbia e caos fuori dalle mura del castello. Ci avviciniamo alle transenne, ci penserà Gabe a trovare la punizione più giusta per questi malfattori.

Intanto la compagnia itinerante di menestrelli fa il suo arrivo alle porte del castello scendendo da un arcobaleno su una magica carrozza trainata da unicorni – nati dal sorriso di Spencer -. Dopo pochi minuti Zack, il castellano, venne ad annunciare i nomi dei fortunati cortigiani che avrebbero avuto il privilegio di incontrare la banda di trovatori e li accompagnò all’interno della Rocca. Fu questione di minuti, poi anche il resto della folla fu invitato all’interno del castello e si posizionò davanti all’area allestita per la festa. Quelle tra le nostre eroine che non ebbero il privilegio del meet and greet riuscirono comunque ad avere una posizione piuttosto privilegiata durante l’esibizione. (Le altre nel frattempo hanno comodamente seguito l’intero concerto dal backstage.)

 Solo dopo due ore di attesa in piedi iniziarono le danze. Sul palco dei paggetti italiani chiamati Soldiers of a wrong war. Non vedevo l’ora di sentirli – in realtà non vedevo l’ora di sentire qualsiasi cosa, mi sarebbe bastato che iniziasse il concerto – Sono stati una bella sorpresa. Ragazzi simpatici con tanta voglia di fare musica e di farla bene. Nei loro pezzi c’era energia, sono riusciti bene ad intrattenere un pubblico che non li conosceva quasi per niente. Un grosso inchino al chitarrista che ha suonato con la clavicola rotta.

Dopo di loro gli About Wayne, già conosciuti da gran parte del pubblico grazie a Freaks, avevano un fan club di una decina di persone che erano lì solo per loro e non sembravano deluse dall’esibizione. Nonostante ciò, io personalmente non ne sono rimasta colpita – forse anche per le condizioni pietose in cui mi trovavo, forse perché volevo che finissero presto per gustarmi i Panic!- : Dopo il secondo pezzo ho cominciato a trovarli piuttosto banali e il loro modo di intrattenere il pubblico con un umorismo che sembrava forzato mi infastidiva parecchio. La cover di Eleanor Rigby (probabilmente il loro pezzo più famoso) è stata la cosa più sopportabile. In questa occasione, la formazione è stata nobilitata dalla presenza di Luca Marino, batteria degli Electric Diorama.

 Altre interminabili ore di soundcheck tra la fame e un tizio dai tratti orientali che mangiava pizza sul palco, e poi finalmente si abbassano le luci e i Panic! At The Disco fanno la loro apparizione sulle note di Ready To Go. Pezzo (e titolo) perfetto per iniziare. I ragazzi, subito dal primo pezzo si presentano in piena forma, Brendon sembra fluttuare sul palco. Seguono uno dietro l’altro, come proiettili,alcuni dei loro pezzi più forti, tra cui il tormentone dell’ultimo album “The Ballad of Mona Lisa” ed alcuni pezzi di “A Fever You Can’t Sweat Out” eseguiti con una maestria tale da farci capire quanto i due nuovi membri non-ancora-ufficiali, Ian Crawford (chitarra) e Dallon Weekes ( basso) , si sentano perfettamente a loro agio nella band – Le seconde voci ora sono molto meglio di quelle del signorino Ross IMHO – . Strepitosa l’alternanza di pezzi nuovi – come la “Trade Mistakes” acclamata da tutti – e vecchi – come la “Camisado” cantata da pochi – . Circa a metà concerto Urie dedica ai fans Always – e non Northern Downpour, come ci si sarebbe potuto aspettarsi – , imbraccia la chitarra acustica e lascia una pausa al resto della band. E mentre la maggior parte delle ragazzine sognanti si riprendono dai loro “Uriegasms”(parola da bimbiminkia IEHO) c’è ancora qualche idiota che pensa sia una buona scelta pogare sulle parole zuccherose del frontman. Subito dopo gli unici pezzi da “Pretty Odd”: i due singoli “Nine in the Afternoon” e “That Green Gentlemen”. Non sono mancati gli intermezzi divertenti e le chicche da ricordarsi per tutta la vita, come la canzone in italiano intonata a cappella da Brendon prima di suonare “Memories” o la cover di “Classico” dei Tenacious D che ha dimostrato l’affiatamento di Brendon con il nuovo chitarrista e per finire il rap, forse improvvisato, ri-entrati sul palco dopo quella cosa del “one more song” che fanno tutti.

Anche gli scambi di effusioni e gli atteggiamenti ambigui in pubblico rispondono all’appello: se non ci credete vi basta cercare su you tube i video della hit “I Write Sins Not Tragedies” perché c’era la lingua, noi l’abbiamo vista. Un’altra sorpesa della serata è stata “New Perspective”, dalla colonna sonora di “Jennifer’s Body” che nessuno si aspettava di sentire, ma è stata molto apprezzate (e una delle migliori canzoni della serata secondo me). Lo spettacolo riparte con “Time To Dance” ma è destinato a finire dopo pochi esaltanti minuti sulle note di “Nearly Witches (Ever Since We Met)” Tra sorrisi ed inchini i nostri menestrelli ci dicono quanto siano dispiaciuti di dover lasciare l’Italia, ma devono ripartire immediatamente, destinazione Germania. Montano sulla loro carrozza incantata e gli unicorni al galoppo risalgono il magico arcobaleno.

Sono Matty Lewis: il mio nuovo hairstyle non piace a tutti, ma il nuovo album della mia band dovrebbe. – Get Nice! by Zebrahead

 Di Michela Rognoni

In mezzo ai vari Seth Cohen e Marissa Cooper, ad Orange County, di tanto in tanto appaiono degli elementi particolari tipo gli Zebrahead che, attivi dal 1996, decidono quest estate di portare un po’ di sole anche nel resto del mondo, lanciando il loro nono lavoro in studio, Get Nice!

Quello che ha sempre caratterizzato la band è il loro genere eclettico che pesca quel che serve dal pop punk, dal rap, da qualche genere che finisce con core e una spruzzatina di funk.

In questo album non si smentiscono, dopotutto è proprio questo che ha permesso loro di cavalcare le onde per quasi quindici anni, ma di certo non mancano le sorprese: infatti buona parte del disco presenta delle melodie un po’ più aggressive e pesanti rispetto al solito.
Non vi preoccupate, restano uno dei gruppi più Party sulla scena!

 Inseriamo il disco nello stereo.

Aspettiamo pochi secondi e parte “Blackout” con un’intro effetto mono che però ci mette molto poco ad esplodere nelle casse. Questa è una delle tracce aggressive, meno voglia di ballare e più impulsi di sfasciare il mondo. Di certo l’energia non manca, è un imput favoloso.

Nothing To Lose” invece è un ritorno ai vecchi Zebrahead. Questo pezzo fa tirare un sospiro di sollievo a quei fans che non amano i cambiamenti. Dopo il secondo ascolto non riuscirete mai più a levarvi il ritornello dalla testa. Il rap di Ali domina la scena.

She Don’t Wanna Rock” segue su questa scia. All’inizio ricorda un po’ i Beastie Boys, o la colonna sonora di un teen movie della Disney in cui qualche giovincello nerd sorprende tutti con passi di break dance durante il ballo della scuola e la reginetta alla fine scappa con lui. Le parole “she said I can’t bang my head” bastano a farti muovere veramente la testa.

Ricky Bobby” è il primo singolo estratto. Ed è estremamente (melodic) qualsiasicosaCORE. Ancora voglia di spaccare il mondo durante le strofe, alternata a voglia di ballare nel ritornello. C’è anche un assolo, probabilmente la cosa che più si avvicina ad un virtuosimo che possa essere tollerata in questo genere musicale. Quello che domina qui è la nuova capigliatura di Matty (scusate, morivo dalla voglia di scriverlo).

Get Nice!” è IL summer anthem 2011. non ci sono altre parole per descriverlo.”We can prove them wrong if you throw your hands up”. L’atmosfera da pool party, l’allegria, gli hey hey hey, ti fanno sentire sulla pelle il sole della California , ti spediscono sulla spiaggia con un cocktail alla frutta in mano, ti fanno sentire il sale nei capelli. Per questo “summer anthem” è l’unica descrizione che posso darvi. Perché con la testa sono in California e non davanti ad un computer.

Segue “The Joke’s On You”. Da questa traccia in poi l’album è ufficialmente “più pesante”. La voce di Ali sta sempre dominando la scena, ma il potente riff nel sottofondo gli da del filo da torcere. Pseudo-virtuosismi anche qui. Questi ragazzi sanno quello che fanno.

Nudist Priest” comincia con una sirena che si trasforma in uoooooh, il ritmo incalzante, quasi ska, lascia poi spazio ad un sound più melodic hardcore che lascia poi spazio ad un ritornello superorecchiabile che si conclude ancora in un uooooo. Questa è circa la struttura della canzone, eccetto per il bridge che secondo me potrebbe funzionare come sigla per qualche serie TV per teenagers.

A me Galileo non mi è mai stato così simpatico, quindi in un certo senso mi fa piacere sapere che fosse nel torto. No, non sto vaneggiando, è solo che la prossima canzone di intitola “Galileo Was Wrong” e mantiene anch’essa il sound più duro di cui vi parlavo prima. Con la presenza di ulteriori non-virtuosismi nel ponte, questa si candida al titolo di “canzone meno orecchiabile dell’album”. (le parole pronunciate così velocemente sembrano lanciarti una sfida. Dicono “impaaaaraci, impaaaaraci. Impresa impossibile per noi italiani).

È la volta di “Truck Stops And Tail Lights”. Vi giuro che quando l’ho sentita ho pensato ad una collaborazione perché la voce all’inizio mi ricorda particolarmente gli Offspring, non so bene per quale motivo. Il pezzo poi esplode grazie al ritmo incalzante da discoteca rock. E’ il pezzo perfetto su cui esaltrarsi per cose futili, e nel bridge si può fare tantissimo air guitar. Dovrebbe essere inserito in qualche Guitar Hero.

Da “I’m Definitely Not Gonna Miss You” potreste aspettarvi una tipica, banalissima break up song. E invece… no aspettate, effettivamente è una tipica banalissima break up song. Solo che il banale degli Zebrahead non è banale. Quindi è tutto a posto. Testo semplice e di grande impatto. In effetti, quella persona di cui stanno parlando non manca nemmeno a me. Nanna nanna na na na na!

To Bored To Bleed” ha un bellissimo testo. Come per la maggior parte dell’album le lyrics sono più serie e mature – non si parla solo di party più che altro -. Non c’è molto altro da dire.

Kiss Your Ass Goodbye” sarebbe degna di nota anche solo per il titolo. È qualcosa che non mi aspettavo. Credo che sia la cosa più vicina ad una ballad che gli Zebrahead potrebbero mai fare.. E non è per niente una ballad! Resterete sorpresi probabilmente.

L’inizio di “This is Gonna Hurt You Way More Than It’s Gonna Hurt Me” va cantato a squarciagola da sbronzi. Farebbe un effetto bellissimo. Per il resto è perfetta come inno di fine estate, un po’ malinconica ma sempre ricca di energia e voglia di vivere. Perfetto stile Zebrahead, è vietato non divertirsi (anche quando si è tristi).

Demon Days” è il pezzo di chiusura. E si chiude in grande stile direi! Si tratta sempre di un pezzo forte e orecchiabile. Molto anni 90 anche oserei dire (forse sono io che sono in vena ma anche questo mi ricorda gli offspring).
Dopo aver sentito questo pezzo di spegnere lo stereo non se ne parla proprio. Rimettete il CD da capo o se proprio volete cambiare, mettete Phoenix!

GLI ZEBRAHEAD SARANNO IN CONCERTO PER L’UNICA DATA ITALIANA IL 13 NOVEMBRE 2011 ALLA ROCK ‘N ROLL ARENA DI ROMAGNANO SESIA.

La ragione per cui gli Asking Alexandria non avrebbero dovuto vincere un Kerrang! Award – So Alive by Octane OK

 Di Michela Rognoni

So Alive è il primo EP rilasciato dagli inglesi, nominati ai Kerrang! Awards come best british newcomer, Octane OK, ed uscirà il 22 agosto.
(Io sono già in possesso di una copia autografata perchè li ho pregati di allargare il pre-order anche all’Italia.)

Partiamo dal principio:

Mi sono innamorata di questa band sentendola dal vivo alla O2 Academy a Londra mentre aprivano il concerto degli Sugarcult ed è stata una delle poche volte nella mia vita in cui una band di spalla sconosciuta mi è piaciuta più degli headliner. Al concerto ho avuto il piacere di ascoltare molte più canzoni rispetto a quelle contenute nel disco, come ad esempio Take Take che è una delle canzoni più orecchiabili che esistano visto che dopo un minuto di canzone gia ero in grado di canticchiare il ritornello e ho rotto i maroni a chiunque anche nei giorni seguenti.

La band è formata da quattro elementi, tutti molto giovani:

Paul Tandy – Voce e chitarra

Mikey Rainsford – Chitarra e voce

Tom Weston – Batteria

Drew Comley – Basso e voce.

Il loro suono è un’esaltazione tipico British rock giovanile insaporito con qualche goccia di pop punk tipicamente americano che non fa mai male.

The One è il brano con cui si apre il sipario con degli effetti simili a quelli utilizzati dagli ultimi vanilla sky (nomino loro perchè essendo italiani sono conosciuti più o meno da tutti).

Ma non bisogna lasciarsi ingannare da così poco, il ritornello diventa decisamente molto più rock.
Il testo parla d’amore, come la maggior parte dei testi in questo EP.

Segue Pretty Lady, canzone un po’ più pesante dal ritmo incalzante scandito da vari “Hey! Hey!” e seconde voci distorte di sottofondo. Il testo è molto ripetitivo ma non così tanto da diventare monotono.

Fly Again è uno dei pezzi forti della band essendo anche associata ad un video presente sul canale you tube della band. Ed effettivamente questo è uno dei pezzi più belli del disco, anche grazie al testo ricco di forza e di speranza, quasi un inno che recita “so you can’t hurt me/ the way you want to/I’m getting older/I’m feeling stronger/ the time has come to fly again””

Anche Courtain Call possiede un video musicale, che va addirittura in onda su Kerrang! TV. Questo è probabilmente il pezzo più conosciuto della band, il cui pregio migliore è la voce potente e pulita di Tandy. In questo pezzo è presente anche un assolo di chitarra di Mikey degno di nota (non illudetevi,è pur sempre pop rock).

Il disco si chiude con una versione acustica di Parties Over che è una canzone da sposare. Accompagnata da chitarre e pianoforte la voce di Tandy riesce a trasmettere molta emozione e la contrapposizione con delle seconde voci che sembrano appena accennate riesce a regalarti un senso di pace interiore capace di farti dimenticare che questo purtroppo è soltanto un EP di cinque canzoni.

LOVE rocks the City of love – Angels and Airwaves in Paris 31-01-11

Di Samir Batista

Il gran giorno è arrivato. Dopo 3 lunghissimi mesi dall’acquisto del biglietto, arriva il giorno del concerto parigino del not-too-side-project del frontman più ciccione dei Blink – Thomas DeLonge – ovvero gli Angels and Airwaves.
Naturalmente, il viaggio in Francialandia non è un viaggio culturale, visto che Parigi l’ho già vista, e tutta l’attenzione è rivolta all’arrivo della tanto aspettata serata.
Dopo una piccola visita al Louvre, si opta per aspettare ore davanti a un piccolo bar “alternativo” francese, l’Horror Picture Tea, piuttosto che andare subito davanti al magnifico teatrino di nome La Cigale, sperando di incontrare prima o poi quella che era, per ragioni oscure ai miei soliti gusti, la mia band preferita da circa 6 mesi.
Ero un pò scettico, certo, perché non volevo rischiare di perdermi le prime file per un concerto che avevo tanto sognato, ma alla fine l’idea di incontrarli risparmiando i 114 euro per il VIP package (che è comunque una cosa per cui spenderei e che comprerò sicuramente al prossimo concerto), e sopratutto quella di vederli semplicemente da vicino e scambiarci due parole (letteralmente) vinsero su di me.
Bon, 2 del pomeriggio davanti all’Horror Picture Tea sia. L’attesa, che doveva essere fino alle 6, si prolunga fino alle 7/7.30, ma la fortuna mi fa incontrare Perla e Francesco, simpatica coppia della provincia di Milano, e l’attesa – molto, ma MOLTO fredda, visto il periodo – diventa meno pesante. Finalmente però arriva il taxi della band. A qualche centimetro da me camminano Matt Wachter (decisamente più biondo dal vivo), Tom DeLonge (naturalmente con quell’odioso cappello addosso), David Kennedy (altissimissimo, che mentre tutti pensavano a Tom mi guarda e saluta me prima degli altri) e Atom Willard (arrivato pochi minuti dopo in un altro taxi, perché il suo posto in quello precedente sembrava essere occupato da quella che era apparentemente la groupie di Kennedy).
Ma passiamo al concerto. Dopo i 30 secondi più emozionanti della mia ancora corta vita, in cui ho detto a Tom DeLonge che era un gran figo, ricevuto un ringraziamento e un sorriso da questo, battuto il 5 ad Atom Willard ed aver visto mia madre eccitata dal battere il 5 a Matt Wachter, ci avviamo tutti correndo verso la metro per arrivare al concerto.
Passati dallo stand del merchandising (dove mia madre naturalmente ha perso 10 minuti a parlare con il responsabile, italiano, e a decidere quale maglia comprarmi), e dagli scalini, finalmente si spinge il portone per entrare al posto in cui volevo entrare da… sempre.
Boom. Posto bellissimo, fantastico oserei dire, acustica perfetta, poca gente, e a sorpresa, quella che in questi ultimi 7 mesi è passata da una band che non conoscevo alla mia 4a preferita.
I Twin Atlantic, scozzesi e con un accento marcato, stanno suonando Apocalytpic Renegade, presa dall’ultimo cd, uscito però ad aprile. Purtroppo, essendo arrivati tardi, mi son perso più di metà del loro cortissimo set (7 canzoni), e anche se non mi son pentito di essere andato all’Horror Picture Tea (e come potrei!?), qualche rammarico c’è. Grande band che consiglio a tutti. L’unica pecca è che diventeranno presto famosi, troppo famosi, complici i sound piuttosto catchy e sopratutto il look del cantante, Sam McTrusty, che gli porterà successo tra le teenagers.
Veri e propri supporter sono i Neon Trees, band pop ancora emergente negli Stati Uniti, molto meno degni di nota ma molto bravi live, anche se non posso negare che facciano una bella figura sul pubblico, e la batterista donna con i capelli molto “aerodinamici” ha un aspett molto più che piacevole.
Poi però arrivano loro! Gli AVA! E ora cerco di non fare una banale “recensione” canzone per canzone ma parlare sul generale, anche per stringere, e sopratutto spero di non essere troppo oggettivo.
Partiamo dalla scaletta , purtroppo, apparentemente deludente, ma solo sulla carta. Nel senso che le canzoni che preferisci di una band sono quelle che non vengono mai suonate live, è un classico, e spesso te ne rammarichi, nel pre e nel post concerto, ma quando sei lì capisci che è tutto perfetto così com’è e non vorresti che fosse diverso. Le canzoni sono scelte tra i tre album, ma anche se il tour avrebbe dovuto promuovere l’ultimo, LOVE, le tracce in esso contenute sono quelle meno suonate e sicuramente quello che si fanno “sentire” di meno, complice anche il fatto che LOVE sia il cd più deludente per la maggior parte dei fan della band, compreso me. Bello, ma non negli standard di I-Empire e We Don’t Need To Whisper.
Tornando al concertone, loro sono naturalmente grandi: David Kennedy è piuttosto bravo nel suonare i suoi pezzi non difficilissimi alla chitarra, e aggiunge davvero molto alle canzoni quando si mette alle tastiere , con il suo solito stile.
Matt Wachter non l’ho mai sentito così in forma, ma forse questo è dovuto al fatto che gli accordi del suo basso erano veri e propri piaceri per il corpo sentendoli vibrare sulle gambe grazie all’ottima acustica del posto. Poche volte ci degna di degli sguardi, occhi sempre piantati sulle corde, ma quando DeLonge lo sfotte per avere origini tedesche, il suo sorrisino non scappa a nessuno.
Atom Willard è invece probabilmente il migliore dei 4. Batterista molto sottovalutato, ha dato molto a band stratosferiche come i Rocket from the Crypt o gli Offspring (e ora ai Danko Jones), e le sue “bacchettate” mentre grida urla silenziose e con i capelli lunghi davanti agli occhi sono uno degli highlight del concerto.
Infine c’è Tom DeLonge, l’uomo che continua a suonare con una band che non riempie posti più grossi di 5000 persone di capienza (in realtà li riempieda solo con la sua stazza -Jimmy-), con la quale crea film. A quanto pare si impegna di più ora che ai tempi degli storici Blink-182. Come chiunque lo segua almeno un pò sa, la sua voce non è mai un granché, e anche se sarò più di parte qui che in qualunque cosa scritta in questa recensione,devo ammettere che è stato… Bravissimo. Non impeccabile, chiaro. Canzoni come Everything’s Magic ma sopratutto Lifeline e Breathe non sono per niente facili da cantare, ma in alcune tracce più veloci come Adventure o The War l’avreste trovato, come me, grandissimo.
Qualche ragione per convincervi a spendere i (pochi) soldi che servono per vederli:
1) Semplice, un uomo lascia perdere (più o meno) i soldoni per seguire un suo sogno. Da ammirare, per quanto non vi piacciano gli AVA. – Jimmy dissente, fare i film a caso non è proprio coerente con il “lasciar perdere i soldoni” –
2) Canta davvero molto bene, live. Non aspettatevi performance stellari, MA vi sorprenderà.
3) Gli altri trè componenti. Come Jimmy sa bene, le band non sono composte da una sola persona, e in questa band, per quanto Tom sia la fonte di quasi tutto, gli altri componenti sono fantastici e stanno dando tutto per questo “progetto”.
4) L’atmosfera è stupenda. Ormai suonano in piccoli teatrini e palazzetti, e fanno il culo ai festival giganti con acustiche di merda. -I concerti mini sono sempre i migliori -Jimmy-
5) Non c’è una quinta ragione, voi andate a vederli e basta. – questa sembrava tipo la seconda regola del fight club -Jimmy-

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