IT’S A FUN TO STAY AT THE Y.M.A.S. (tanto non capirete la sottile ironia del titolo) – Sinners Never Sleep by You Me At Six

Di Chiara Cislaghi

Invece di scrivere la mia tesi recensisco il nuovo album degli You Me At Six… ed è tipo il loro primo album che ascolto e quindi non so assolutamente cosa scrivere, ma fa niente qualcosa di incredibilmente figo mi verrà in mente mentre ascolto le tracks.

Sinners never sleep è uscito il 3 ottobre 2011 ed è il terzo disco della band di Surrey, Inghilterra, dove sono amati e seguiti da chiunque;

La prima canzone è Loverboy ed è anche il primo singolo da cui è stato estratto il video nel quale Josh Franceschi è veramente sexy e  i membri della band sono in una tipica “sala-da-interrogatorio” in quanto accusati di un qualche crimine da due poliziotti cattivissimi. Si succedono anche dei momenti in cui appaiono delle fanciulle che ballano… ma torniamo alla canzone, direi che è molto “catchy” in quanto mi ha abbastanza preso ed è la prima volta che li ascolto seriamente, il giro di basso e il tarararara rara ra rarrà iniziali ti si appiccicano alle pareti del cervello…per quanto riguarda il testo onestamente credo che abbia un significato ma purtroppo non lo colgo quindi vi posso solo dire che parla di questo “loverboy” che, a quanto apre, è stato bellamente ucciso… dal Josh!!(Così si capisce dal video in quanto appare lui con la “tipica-targa-per-fare-la-foto-da-detenuto” con la scritta “sinner” – ma da quando i sinner uccidono poi?-) . Volete che mi dilunghi in odi a virtuosismi tecnici? Spero di no perché ne rimarreste profondamente delusi in quanto non ho nessuna intenzione di farlo;

Bene, l’album prosegue con Jaws On The Floor, onestamente appena partita ho pensato: “niente di che”, ma poi mi saltano fuori con “Life’s a bitch, but I’m friends with her sister” e mi ha preso moltissimo. Il testo credo parli di una sorta di relazione non ben definita con questa ragazza che quando deciderà “to cut the strings” deciderà anche di rovinargli la “summertime” e quindi lui tenta di spiegargli che non è il caso e che potrebbero essere qualsiasi cosa lei voglia perché lui ha sta cercando di vivere nel suo mondo;

La terza canzone è Bite my tongue featuring Oli Sykes dei Bring Me The Horizon ed è una canzone che parte tranquilla ma poi diventa Bbrooooooootal (come direbbe la Khelly). Dal vivo la parte in growl è stata cantata da Josh Franceschi che in assenza di Oli se la sa cavare benissimo da solo. In quanto al testo, riguarda una sorta di break up perché lui è “married to the music” nel bene o nel male e sostiene che “you’ve taken the pride in becoming nothing” e lui non ce la fa più a vedere questo suo lato perché è diventata quello che lei stessa prima odiava, si venduta per la fama e poi urla un “fuck you” che direi che riassume tutta la canzone;

Si continua con  This is the first thing,  anche questa canzone è carina nonostante parli (ancora) di un amor finito, e nello specifico del primo amore;

Segue No one does it better e il tutto sta diventando un tantinello pesante con tutti questi amori andati a quel paese…però tutto sommato ci sta anche questa di canzone, perché se io posso salvare te allora tu puoi salvare me, perché nessuno lo fa meglio di te… detto ciò scriviamo canzoni più allegre no? Su con la vita dai!;

Passiamo alla sesta canzone Little Death credo che il titolo dica tutto da sé – sempre che sappiate che un little death non è una piccola morte ma un orgasmo -. Posso permettermi di dire che anche questa è nello stile degli YMAS, di questo album quantomeno;

Crash è una tipica “ballad” abbastanza coinvolgente. Bello il testo che parla (indovinate un po’?) di un amore da teenager finito ma che col tempo, dopo essere riusciti a rimetterne insieme i pezzi, benché non ci sia niente sulla loro strada e nonostante potrebbero anche cadere, si potranno rialzare insieme… un po’ smielata ma anche originale come testo;

L’ottava canzone è Reckless il titolo promette bene ed infatti èuna canzone strumentalmente allegra anche se il testo non è dei più felici, è intenso ed originale… ennesima ragazza andata via ma chissenefrega ci passiamo sopra (così ci piace di più) perché sono Mr.Reckless with the capital R!;

Si avvicina la fine dell’album e della tortura editoriale alla quale vi sto sottoponendo…Time is money featuring Winston McCall dei Parkway drive, parte bene e finisce con una voce broooooootalissima ma ci sta, anche qui si parla di una certa signorina che benché lui la ami ancora si è un po’ rotto le scatole di tutte le boiate che combina e quindi un liberatorio “I’m sick of this shit” chiude l’allegro quadretto;

Little bit of truth è un’ altra ballata..carina anche questa devo dire..anche il testo ci sta, dice “voglio scrivere una canzone che non ho mai scritto prima, una canzone che ti faccia sorridere, che faccia sì che tu rimanga qui per un po’, ho bisogno che tu sappia che ogni volta che sono di fronte a te mi sento invincibile, ho molto da imparare e ogni bridge che canto sembra che io stia bruciando e quindi quello che devo fare è cantare una canzone e sono stanco di dire che mi dispiace anche se non è vero, ma è tutto quello che ho”;

The dilemma è una canzone con un ritmo orecchiabile, parte dicendo “lascia che ti racconti la storia di un ragazzo e di una ragazza, una versione diversa da quella che hai sentito..ok sto dicendo un bugia” ecco e io che mi ero illusa… parla di un’altra fanciulla un po’ superficiale (“she cared for the stage, not who she was with”) e che nonostante sia una “golden girl with golden hair” lui non ha tempo da pardere con questo tipo di persone;

When I was younger conclude l’album..è un’altra ballata sulla differenza di pensiero che hai quando sei “giovane” e del come questo cambi mentre cresci, sul come quando sei piccolo prendi come oro colato quello che tuo padre ti insegna, ma poi, crescendo, devi imparare ad arrangiarti da solo e “to carry the torch”.

Spero di aver fatto una recensione decente nonostante la mia inesperienza…alla prossima recensione!

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Esaltarsi per l’EP di un gruppo che nessuno considera sentendosi un sacco anni ’90 – In Stereo by Cartel

Non sto nemmeno a chiedervelo, lo so che solo  lo 0,1% di voi si ricorda dei Cartel. Quelli di Honestly, il video che tratta delle relazioni sui social network. Quelli della punk cover di Wonderwall. Niente?

Questo è perché i gruppi migliori non ottengono mai il riconoscimento che meritano.

Bè, il loro ultimo disco fu rilasciato nel 2009 per l’etichetta wind-up.

Nel frattempo il bassista Jeff Lett ha lasciato la band e non è stato sostituito.

Ora sotto etichetta indipendente lanciano In Stereo, primo EP autoprodotto della band, formato da solo cinque canzoni ma irresistibilmente catchy.

L’album si apre con Lessons In Love che è la tipica canzone d’amore da college americano cantata con l’aggressività giusta per rendere l’idea. Sentendo questo disco la prima reazione spontanea che si ha è quella di dire “grazie al cielo è rimasto ancora qualche immune all’inserimento casuale di musica elettronica nei propri pezzi!”. Un delizioso sound early ’00 avvolge In Stereo dall’inizio alla fine.

American Dreams ti fa sognare gli States ovviamente. Ha un riff superorecchiabile che ci insegue per tutta la durata del brano. Inoltre il ritornello semplice e diretto e l’incredibile voce di Will Pugh aiutano questa canzone ad incollarsi nella nostra testa dopo il primo ascolto.

Si torna nel 2006 con Conduit, in quel periodo in cui la terza emo wave stava per sconvolgere l’umanità e gruppi come finch e funeral for a friend andavano alla grande. La differenza è che c’è sempre il vecchio Will che riesce a far emergere la sua voce nonostante le pungenti chitarre e la potenza della batteria. L’altra differenza è che questo è il 2011, e questa canzone è sicuramente qualcosa di già sentito, ma non così recentemente.

Ed ecco la title-track, che solitamente è la canzone più brutta dell’album ma in questo caso fa crollare la teoria essendo la migliore. Parla di musica pura e semplice ed è altamente autobiografica.

Un pop punk in cui la parte pop non prevale su quella punk, come ai bei vecchi tempi.

“I had a plan to start a band/But now it’s falling apart” decidete voi se è ironico o patetico, ma in qualsiasi caso autoprodursi ed essere completamente indipendenti è stata la miglior decisione che potesse essere presa, se questo è il risultato finale.

L’euforia legata a questo disco è destinata a finire presto dato che siamo già all’ultimo brano. Something To Believe ha tutte le qualità per essere la cosa più orecchiabile del mondo – e sembra anche essere il pezzo dei Cartel più amato in quei paesi in cui qualcuno li conosce ed apprezza. –

Sentirsi vecchi cantando il ritornello dopo averlo sentito una sola volta non ha prezzo. Per tutto il resto c’è il pop punk sporcato dalla tecnologia.

Whatever-you-like of Brixton – You Me At Six @o2 Academy Brixton 15-10-11

Di Denise Pedicillo e Michela Rognoni
Foto di Denise Pedicillo

Non pensavo che gli You Me At Six fossero così popolari in UK ed è per questo motivo che ci siamo presentate davanti alla o2 academy di pomeriggio – e anche perché sprecare un’intera giornata a Brixton non avrebbe avuto molto senso – . Arrivate lì abbiamo visto gente accampata dalla sera precedente che ci chiedevano di buttare i loro materassi e cuscini.
Due sono state le cose più fighe successe durante l’attesa: la prima era il tizio dello staff che girava con il sacco per raccogliere la spazzatura e che urlava cose del tipo “your mom doesn’t allow you, I don’t allow you too” e che sembrava un marines – c’era anche la filastrocca pick it up qualcosa ma non ce la ricordiamo, però abbiamo riso un sacco -. L’altra erano Josh e Max che si parlavano da una finestra all’altra, imitando il tizio che raccoglieva i fondi e parlava nel megafono.
Anche i tizi dei Lower Than Atlantis, o forse erano i Deaf Havana, cercavano di essere simpatici, e lanciavano la frutta ai loro fans per poi cercare di far canestro nel cesto delle offerte con alcune monete.
Ma passiamo al concerto.. la o2 academy è un posto fighissimo, sembra di essere in un esterno quando invece si ha un tetto sopra la testa e inoltre da ogni parte si vede benissimo, visto che il pavimento e fatto in salita. Per questo motivo decidiamo di non andare nella folla ma stare davanti all mixer, dove resteremo comodamente sedute durante le esibizioni dei supporter e dove io cercherò di prendere la scaletta per terra, invocando il potere di Mc Gyver e Gabe Saporta.

Ad aprire il concerto sono i Lower Than Atlantis, la gente inglese sembrava essere felice di ciò, ed interagiva con la band e si esaltava tantissimo. Qualcuno della band chiese al pubblico di sedersi per terra. E allora noi ci sedemmo per terra, senza mai più rialzarci però.

Dopo di loro i Deaf Havana sembravano avere ancora più fans. Scusateci ma non è che siamo proprio intenditrici di questo genere di musica urlato e brutale. Anche qui, stavamo sempre sedute per terra ad osservare gli strani comportamenti degli altri spettatori, quasi tutti ubriachi.

Le luci si spengono per accendersi subito dopo e illuminando un Dan Flint a petto nudo. Data la mia posizione e la mia talpaggine, sembra di vedere il cantante dei Red Hot Chilli Peppers ma dettagli. Subito dopo salgono uno alla volta gli altri You Me At Six. L’ultimo ad apparire è ovviamente Josh. Iniziano a suonare Consequence e la folla inizia a cantare con loro. Tra una canzone e l’altra, le luci si spengono e si riaccendono illuminando Josh che da spazio a discorsi che, più che discorsi, sembrano pubblicità “è uscito il nostro nuovo CD compratelo”, “Ora facciamo un tour blabla, veniteci”, “grazie per essere venuti, siete il pubblico migliore del mondo” etc..
La scaletta è composta da 15 canzoni, e le esibizioni pompano un casino, tanto che durante Trophy Eyes si formano due cerchi, uno davanti al palco e l’altro a lato del mixer, e la gente comincia a pogare.
Con Bite My Tongue – canzone che pensavo non avrebbero mai suonato, dato la parte whoo whoo di Oliver Sykes (potevano farla fare ai deaf havana volendo) – si scoprono le doti bvootal nascoste di Mr Franceschi, doti comunque apprezzabili anche se ti lasciano un po’ a bocca aperta all’inizio.
Arriva il momento in cui le luci si spengono, gli You Me At Six scendono dal palco, fingendo di aver concluso il concerto, e la folla – soprattutto il tizio ubriaco di fianco a noi – comincia ad intonare una “lalalalalalala la la” anticipando Lover Boy, che sarebbe stata la prossima canzone. Da qui in poi è il delirio: gente che salta, ubriachi che cominciano a pogare random, ragazzi che buttano le proprie fidanzate sulla gente e poi le filmano e infine Josh che fa salire sul palco le persone per concludere il concerto sulle note di Underdog. – In mezzo c’era Stay With me tipo, tutti cantavano come degli ossessi. –
Tralasciamo l’interminabile fila per uscire e per il merch e i tizi al mixer che non capiscono il mio “give me the setlist under the table” ma dettagli.

Fuori ci sono dei tizi da film sul punk che amoreggiano – probabilmente pieni di sostanze stupefacenti – avvolti in un materasso. Purtroppo siccome la metro chiude troppo presto non possiamo stare ad aspettare fuori dal locale. Ciao You Me At Six, forse ci rivedremo quando verrete in Italia.

I FOB non erano belli solo per i testi di Pete Wentz – Soul Punk by Patrick Stump

Non di solo pop punk vive l’uomo. Questo è il verbo che Patrick Stump diffonde col suo nuovo lavoro “Soul Punk”, disco in cui è lieto di includere senza timore tutte le sue influenze musicali.

Si lancia nell’esplorazione di un nuovo mondo. Il suo mondo, viste le particolari scelte stilistiche relative alla sua voce già presenti nei lavori dei Fall Out Boy.

L’album si apre con Explode, che ricorda inevitabilmente Michael Jackson. E’un brano energico e molto ballabile. Meno catchy di quanto ci si potrebbe aspettare. Inutile dire che la voce di Patrick resta sempre al centro dell’attenzione.

This City è la sua City e lui la ama. E anche Lupe Fiasco la ama visto che canta la parte rap della canzone. È una canzone che non mi aspettavo di sentire ma che sono contenta che esista, è veramente una ventata di novità. Ben fatta, divertente e non banale. Perfetta da sentire mentre ci si prepara per una serata con gli amici.

Le percussioni e gli effetti in sottofondo all’inizio di Miserabile Dance non promettono niente di buono. Il modo in cui il buon vecchio Patrick usa la sua voce ci fa un po’ ricredere, ma nemmeno più di tanto. Sembra di essere tornati indietro di qualche decennio. Signori e Signore ecco a voi gli anni ’80. Solo con più innovazioni tecnologiche da poter utilizzare.

Spotlight è decisamente il mio genere. E’ in perfetta sintonia con la nuova ondata di pop punk/party hardy in voga negli ultimi tempi. Forse un pelo più elettronica. Altro che oh nostalgia, ti viene una gran voglia di saltare e cantare usando una spazzola come microfono. Soprattutto le parti in cui Stump tira gli acuti come solo lui sa fare.

In The “I” in lie, Patrick sembra felice ed orgoglioso di essere un cheat e dice “if you’re unfaithful put your hands in the air”. La sua voce, soprattutto nei ritornelli è molto in stile FOB, decidete voi se è un bene o un male. Nonostante tutto la melodia non è molto orecchiabile e nemmeno così allegra. Resta comunque una bella canzone dal titolo geniale interpretata in maniera perfetta.

Run Dry è una canzone veramente ipnotizzante. Il ritornello è scandito dagli step 1,2,3,4,5 che non sto a spiegarvi per non farla troppo lunga, tanto dal titolo potete intuire di cosa parla. Il ritmo incalzante e il testo semplice e divertente facilitano la conquista della vostra mente da parte di questa canzone.

Greed  è un pezzo che non rimarrebbe impresso nella mente se non fosse per la sua outro strumentale.

Everybody Wants Somebody parte con una voce bassa e profonda e un mood un po’ da ora del te. Dopo pochi secondi però parte la festa. Testo estremamente ripetitivo, strane trombette che non fanno assolutamente atmosfera. Falsetto esagerato. Non è una bella canzone questa.

Allie parte con delle simpaticissime rullate che si trasformano in un ritmo incalzante un po’ in stile R’n B. E più o meno il pezzo prosegue in questa direzione, Patrick sembra un po’ una diva pronta a lasciare tutti di stucco con le sue capacità vocali. Ad un certo punto parte un inaspettato assolo di chitarra che rende il tutto ancora più seduttivo.

Coast (It’s Gonna Be Better) è una canzone pop di cui l’unica cosa che colpisce veramente è il testo: “I keep making mistakes, but it takes some time to get anything right”

Dopo aver sentito questo album penso che mi farò un cd per la macchina con tutte le canzoni discotecare dei gruppi/cantanti “alternativi”.

Non hanno ancora inventato la parola adatta per descriverlo ed io non me la sento di coniare neologismi – People And Things by Jack’s Mannequin

Di Michela Rognoni

se ci sono errori di grammatica è perchè non ho avuto tempo di rileggerlo.

Dopo diversi anni di assenza si apre un nuovo capitolo nella storia dei Jack’s Mannequin. Un capitolo che sa di sperimentazioni, di rottura col passato, di crescita – in senso buono, non come lo intendono i Blink 182. Just saying. – People and Things è un album concettuale che vede la partecipazione di un sacco di artisti (dai Jane’s Addiction a William Beckett). Siccome tutto quello che poteva essere detto su questo disco è stato detto nel suo trailer direi di lasciar dire tutto ad esso. Ogni canzone dell’album è presente su you tube accompagnata da uno short film, colgo la palla al balzo e li inserisco nella track-by-track.

http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3Dl0Hl3TXuVlI%26ob%3Dav2e&h=4AQAaaaSQ

My Racing Thoughts più o meno parla del matrimonio e del fatto di abbandonare l’adolescenza per addentrarsi nella vita adulta ma non è necessario che ve lo spieghi io visto che il signor McMahon ha fatto un video per spiegare il significato di ogni canzone. Lo short film associato è un collage di immagini particolari che vogliono rappresentare la vita quotidiana, il passato e il futuro, ci sono paesaggi, cieli, dischi in vinile, bolle di sapone, sigarette e un altro centinaio di cose che gli hipster apprezzerebbero. Questa è stata una delle prime canzoni, se non la prima in assoluto, ad essere rilasciata e ricordo che la prima impressione generale era stata di stupore e gioia: meno piano rispetto agli album precedenti e più atmosfera di pace e serenità.

In Release Me un ragazzo cammina sui binari bendato e con le mani legate, cade e ricorda dei momenti romantici con la sua ragazza. Mentre è steso sulla strada la ragazza gli lega ulteriormente le mani e lo fa salire su una decappottabile rossa. Da qui in poi si susseguono i ricordi del loro amore. Quando alla fine la ragazza gli toglie la benda lui se ne va. E’ stata l’ultima canzone ad essere registrata, è la traccia che completa l’album ed è molto molto più rock rispetto alle altre. Il tema principale della canzone, come si capisce sia dal testo che dal video, è quel momento in cui devi trovare il modo per smorzare la tensione e tornare ad essere libero.

Television e il suo short film si basano sul concetto di addormentarsi con la TV accesa per evitare i viaggi mentali notturni, tutti quei pensieri apocalittici che arrivano nel momento prima di dormire in quei giorni in cui hai un problema che non sai proprio come risolvere. Poi scrivendola ci ha aggiunto dei riferimenti alle relazioni visto che alla fine è questo il collante dell’album. Anche questa canzone è stata lanciata precedentemente rispetto al CD e ha fatto dire a tutti “oh mio Dio non ho mai sentito niente di più emozionante”. In effetti il resto del CD è più emozionante.

Amy I può essere riassunta nella frase “I never felt this kind of cold”. Questa è una delle canzoni più catchy del disco e presenta una collaborazione con Matt dei Relient K (lo cito perché è uno dei miei idoli). Non è che abbia proprio un significato profondo ma in fondo non è da tutti mettere in musica una giornata di neve in Tennessee mentre si è lontani dalla propria famiglia. In California non sono abituati al freddo, ma siccome qui si sta avvicinando l’inverno vi consiglio di sentire questa canzone solo davanti ad un camino acceso e ad una fumante cioccolata calda altrimenti morite congelati come l’omino del carillon nel video.

Hey Hey Hey è la mia preferita dell’album – e questo è perché sono una maledetta nostalgica a cui piace il piano rock -. E’ stata scritta un sacco di tempo fa ed esclusa da The Glass Passenger – come si può notare dal primo verso -. Ha uno dei testi più belli che io abbia mai sentito, parla del vivere la propria vita al meglio, di godersi ogni istante e di essere felici per tutto ciò che sì ha e tenerselo ben stretto perché ad un certo punto dovremo lasciarlo. Where I’ll be tomorrow/Does God only knows/It seems there’s science at hand/But I’ll finish the shows when I land. Nel video ci sono dei pattinatori che corrono e cadono, una metafora della rapidità della vita secondo la mia opinione.

People Running ha una melodia allegra e spensierata che rappresenta bene il concetto di fondo dell’intero album. McMahon ancora una volta ci da lezioni di vita: (citando le sue parole) shit happens! È la vita, a volte è meravigliosa, a volte meno ma dobbiamo farci l’abitudine. Poi se ascoltate il testo diventa anche meno banale e più “wow ma questo è un genio!”. Nel film un senzatetto vive su una panchina con la sua coperta ad un certo punto prende un aquilone che rimane impigliato ad un albero comincia a cucirlo alla coperta e lavorando giorno e notte si costruisce una mongolfiera e vola nel cielo. Interpretatelo da soli, tanto è facile.

Amelia Jean è una delle tante canzoni d’amore scritte dai musicisti lontani da casa durante il tour. Solo che in questa non c’è niente di scontato. Paragona lei ad un soldato e poi paragona si ad un soldato ma promette di tornare, e chiede a lei di andare con lui, ma spiegarvi le cose così minimizza il tutto, questo disco va ascoltato e non descritto! Il video è un cartone animato dove un lupo (?) lascia a casa la sua famiglia di lupi e parte in treno…

Platform Fire, siccome questo disco rappresenta la vita di McMahon, non può che pralare, di nuovo, del fatto che lui è sempre in viaggio, perché è questo quello che fa: incontra gente, vede cose… Sinceramente ho fatto molta fatica a seguire il video esplicativo di questa canzone perché la traccia nel sottofondo nasconde una voce estremamente dolce e la melodia è così orecchiabile che si fa spazio tra le parole e si mette in primo piano. Testo spettacolare, un sacco di piano, coretti ipnotici…perfetto stile mannequin!

Hostage è accompagnata da un video in bianco e nero e c’è qualcosa di cupo nella voce di Andrew soprattutto nei primi versi della canzone. La canzone vuole essere un messaggio per tutte le persone a cui ci sentiamo molto legate, che non vogliamo assolutamente perdere ma sono disperse in giro per il globo a vivere la propria vita e di certo non possiamo tenerle in ostaggio solo per averle vicine ma vogliamo fargli sapere che quando torneranno ci sarà sempre posto per loro nella nostra vita. Credo sia superfluo aggiungere altro.

Restless Dream fa semplicemente venire la pelle d’oca. E’ una canzone acustica con i cori a due voci dal testo strappalacrime. Se accompagnata al mini-film fa piangere galloni di lacrime. Non voglio dirvi altro, munitevi di fazzolettini di carta e ascoltatela.

Il filo conduttore di Casting Lines è una corda, com è giusto che sia. Abbiamo paura delle cose sconosciute e tendiamo a tenerci legati fortemente alla nostra casa (questo è un rephrasing fantastico, inchinatevi e lodatemi). E’ il modo perfetto per concludere un album come questo perché racchiude tutti i concetti espressi negli altri pezzi. È una specie di sintesi, un modo per ricapitolare.

Rubare un pezzo di anima a Andrew McMahon e riutilizzarlo per scopi personali.

“Come to Italy” “Sure I Will!” – Forever The Sickest Kids @ The Underworld, London 13-10-11

Di Michela Rognoni e Denise Pedicillo

Il giretto tra gli allegri mercatini di camden lock è un delizioso antefatto per quello che stiamo per raccontarvi.

L’underworld è un locale relativamente piccolo che si trova sotto ad un pub storico chiamato “The World’s End” che occupa da solo un’isola quadrata di Camden Town…ovunque tu sia per arrivarci ti tocca attraversare la strada. Il nostro bellissimo ostello di lusso abitato da partygirls e tossicodipendenti è a 4 minuti e un William di distanza.

Dopo il giro nei mercatini il tourbus è parcheggiato, alcune persone aspettano davanti ad esso, altre davanti ad un’altra entrata del locale, e noi non abbiamo idea di dove sia l’entrata ma decidiamo di fermarci davanti al bus per vedere di scorgere qualche bel faccino texano conosciuto. Infatti in circa 5 minuti ecco uscire dal bus un Caleb Turman che fa capolino, poi si nasconde, poi esce e ci saluta ma va ad abbracciare persone inglesi che hanno seguito tutti il tour –invidia e tristezza – . Dopo un po’ appare un Austin e chiede alle stesse persone inglesi se hanno preso tal cardigan da Praimark, anche se cavolo, siamo a Londra e la pronuncia corretta è Primark, con la i corta, oh my God! Quando è Kyle *bei denti* Burns ad uscire dal bus, il mio istinto animale e una scarica improvvisa di follia mi impone di creeparlo, lo seguo senza cercare di non farmi notare e la mia compagna di avventure esita di seguirmi accecata dalla presenza di Caleb in giro nel World’s End ma alla fine mi segue, Kyle entra da starbucks e ordina qualche tipo di caffè. Ha il portafogli di Louis Vuitton e una foto di Mindy White come sfondo del cellulare (e starbucks ha il suo autografo completo visto che ha pagato con la carta di credito). Si siede vicino alla vetrata, noi ordiniamo un caffèlatte e ci dimentichiamo di metterci lo zucchero. Non so con quale coraggio mi avvicino a lui, che sta guardando delle sue foto sull’iPhone, mentre Denise regge il caffè in una mano e il Blackberry nell’altra. “Hey Kyle, we just wanted you to know that we are from Italy” il resto è storia.. e figure di merda della De. Kyle e i suoi occhiali fake color dal blu al viola, sono simpatici e disponibili, ma per adesso li salutiamo con un see you later. In seguito ci laveremo la mano che non avremmo dovuto lavarci.

Ora che la nostra miserabile vita ha più senso torniamo a fangirlare al tour bus e dopo un po’ ce ne andiamo a fare la fila davanti all’entrata in mezzo a 14enni travestite da tigri e dinosauri che ci chiedono di fingere di essere le loro accompagnatrici e wannabe Kyle che sponsorizzano la propria band e conoscono le parole “pizza” e “Francesco Totti”. Nel frattempo riceviamo un sacco di volantini che ci invitano a concerti belli a cui non potremo partecipare.

Skippiamo un po’ di avvenimenti poco importanti e riprendiamo a raccontare dal momento in cui ci fanno entrare nel locale ed arriviamo in una seconda fila che è come se fosse prima fila visto che non esistono transenne tra palco e pubblico e che allungando la mano riuscivamo a toccare le aste dei microfoni.

Ad aprire la serata ci sono quei tenerini degli Action Item che riscuotono un discreto successo tra le ragazzine british. Un meritato successo direi. Il loro è un pop rock piuttosto classico ma sempre piacevole, i ritornelli sono estremamente orecchiabili e la voce del cantante è melodiosa a sufficienza per essere apprezzata dal mondo. (Da notare anche la somiglianza con Brian Dales)

Dopo di loro salgono sul palco i Decade, di cui non ho trovato video su you tube. A questo punto uno si chiede cosa aveva fumato quello che ha scelto i guest artist per questo concerto… in ogni caso i componenti di questo gruppo sono di bell’aspetto e la musica non è poi tanto male. La presenza sul palco lascia un po’ a desiderare. Non male insomma ma niente di eccezionalmente innovativo.

Gli ultimi a scaldare il palco per i ftsk sono i Glamour of the Kill, il cui nome ricorda uno sponsor e il cui genere non centra assolutamente con la serata. In poche parole questi screamano e fanno un sacco di headbanging, e in mezzo ad ogni canzone c’è un bridge fatto da un assolo di chitarra che pompa tantissimo. Il modo migliore per sconfiggere la noia è dargli corda, fare headbanging, saltare quando gridano jump e fingere di sapere le parole delle canzoni. A parte gli scherzi, se vi piace il genere, questa è sicuramente una band che dovreste vedere dal vivo: sanno tenere il palco egregiamente, danno la carica ed interagiscono moltissimo con pubblico. – per qualche motivo assurdo ho la scaletta della loro esibizione –.

 E dopo seimila ore di cambio palco finalmente è il momento dei Forever The Sickest Kids – dove Sickest significa qualcosa tipo “sballati” e non “malati”, nonostante il cappellino di Jonathan Cook che dice “illest” – . sulle note di un’intro-simil ninna nanna, i ragazzi entrano lentissimamente e lentissimamente preparano i propri strumenti. Il pubblico urla e Kyle incita al silenzio mettendosi il dito davanti alla bocca ma poi entra Jonathan e tutto il locale esplode in “Keep On Bringing Me Down”.

La scaletta è piuttosto corta ma pompatissima, moltissimi pezzi da Under Dog Alma Mater riescono a tenere il pubblico caldo per tutta la serata, pezzi come whoa oh, hey brittany e she’s a lady scatenano la voglia di crowd surfing. Jonathan dice che il pubblico inglese è il migliore e le solite cose che si dicono a tutti i concerti, e promette di inserire nella guestlist del tour con i Simple Plan chiunque fosse andato a vederli in USA. A questo punto mostriamo il nostro mini –cartello “italy is here” e queste sono le reazioni: Austin strizza l’occhio, Caleb accenna un “really?!” e fa dei segni di sottomissione e preghiera per ringraziare, Jonathan forse ha detto italians are back – o forse era un’allucinazione- , di Kyle ne parliamo dopo e a Rico Garcia fondamentalmente non fregava nulla, lui si limitava a suonare con addosso una maglia dei Glamour Of The Kill.

La scaletta presentava poche nuove canzoni, per citarne alcune: crossroads (non ho voglia di scrivere il titolo completo) che scatena un ulteriore delirio e what happened to emotion?, la canzone più lenta della serata. Non abbiamo bisogno di riposarci, dobbiamo stare carichi, non c’è tempo, bisogna fare party!

Come in tutti i concerti arriva anche quel fastidioso momento in cui la band fa finta di andarsene, tutti gridano one more song e loro rientrano. Austin chiede al pubblico quale siano le canzoni che vorrebbero sentire mentre Jonathan chiede se ci sia qualcuno che voglia cantare al suo posto visto che non ha più voglia di sentire la sua voce. Nonostante cioò, fanno altri due pezzi tipo catastrophe, decisamente la migliore della serata.

 Tutto sembra essere durato così poco e l’unica cosa che vorresti e ritornare indietro nel tempo e riviverlo da capo. I ragazzi hanno detto che avremmo potuto incontrarli al merch o al tour bus, così ci catapultiamo al bus. Kyle esce dal locale, attiro la sua attenzione e lui dice “Hey Italia!”, poi mi dice di aspettare perché doveva mettere in freezer una pizza surgelata. Intanto Austin sta firmando autografi e scattando foto, ci avviciniamo a lui, facciamo quello che dobbiamo fare e…lui ha qualche aneddoto divertente per tutti ecco il mio: “my hair is wet, would you try it?” E mi fa scompigliare i suoi capelli bagnati. Jonathan si fa largo tra la folla e urla un “B R B” ed entra nel bus. Dopo un po’ appare Caleb che se ne esce con un “I need to wash my face”, riusciamo a fare velocissimamente una foto con lui, poi sparisce nel bus.

La festa inizia quando Kyle, finito di fare gli scherzi alla gente, annuncia: farsi fare gli autografi è noioso, tutte le ragazze sono invitate all’after party ma non possiamo fermarci, dobbiamo continuare a camminare, fa le foto con tutti continuando a camminare e quando tocca a me , “Let’s smile and say Italy!”. – oramai è il mio bff – più tardi si farà una foto col cappellino di Mario non capendo cosa sia, e mi riabbraccerà a caso…il risultato è una foto molto creepy – I don’t know what it is but it’s ok. Recluterà anche una ragazza per dare un pound ad un senzatetto con un cane. Anche Jonathan segue la strada per l’after party e anche lui non si vuole fermare e fa le foto keep on walking. Tornando indietro incontriamo in signor Turman in infradito e maglione natalizio di Primark, dice di avere i capelli troppo grossi e di essere stanco per aver bevuto la sera prima e aver fatto 7 ore di bus. Ci batte il cinque. “Come to Italy!” gli dico.

 La sua risposta è “Sure I will.”

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Aim A Trabolmeicher