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Triste e spoglio come solo un editoriale può essere

#RespectHarry: quando i fan diventano troppo molesti

Pensa di essere in giro, tipo sulla metro, oppure camminando per strada, o al lavoro e arriva uno e ti grabba il pisello
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THE MAINE: “non pagate per incontrare le vostre band preferite”

Oltre a essere i preferiti di Sara, i The Maine sono sempre riusciti a distinguersi per il loro modo super easy di rapportarsi con i fan.

In un articolo su medium.com la band parla della propria storia fin dal primo tour, e quello che ne è venuto fuori è un ottima riflessione sull’industria musicale di oggi che è evidentemente in crisi dal momento che il digitale e i social stanno continuamente cambiando le regole del gioco. 

Più che la musica, oggi è l’artista a essere un vero e proprio prodotto, lo dimostra la pratica sempre crescente di vendere meet & greet e fan ticket. 
Difficile da accettare per una band come i The Maine che han basato l’intera carriera sul “suonare le nostre canzoni e incontrare chiunque fosse interessato alla band.” Partendo come band indipendente semi-sconosciuta, senza nessuna figura professionale che facesse le cose per loro, come organizzare un tour e promuoverlo, ed essendo arrivati dove sono ora, è ovvio che la band ritenga importante chiunque abbia mostrato attenzione e interesse al loro progetto (o almeno dovrebbe esserlo).
Quindi cosa potrebbe pensare una band del genere, così improntata sul contatto coi fan, dei meet & greet a pagamento? Facile a dirsi (perché in effetti l’hanno detto):

“Fate pagare di più ai fan per i biglietti e per il merch, chiedete loro dei soldi per farsi una foto con voi se voi, esseri umani, volete trasformarvi in un prodotto disponibile. Pensateci: dammi i soldi, incontrami. Congratulazioni, sei appena diventato un uomo col cartellino del prezzo. Poi vi ritrovate a dire “non saremmo qui se non fosse per i fan”. È vero, se i fan smettessero di pagare per queste cose, dovreste rinunciare ai tourbus comodi e spaziosi, alla vostra crew di professionisti, alla longevità della vostra band. Ma qual è l’obiettivo a lung termine? Perché non pensare a che conseguenza le decisioni che prendi possono avere sulla tua carriera? Se solo ci fosse un modo per dare qualcosa di più di se stessi ai propri fan per renderli felici, fedeli e parte di qualcosa di più grande… Aspetta forse c’è, forse è proprio quello che facciamo noi. Facciamo la stessa cosa ogni sera. Sia che siamo gli headliner, sia che siamo gli opener, dopo in concerto usciamo e incontriamo i nostri fan, parliamo con loro finché possiamo. Solo questo. Loro lo raccontano ai loro amici, e questi vengono a vederci la volta successiva. Ai concerto viene più gente, la community dei fan cresce, e noi continuiamo a viaggiare su un tourbus, e questo lo sto scrivendo dalla mia connessione veloce che ho pagato da solo. Quello che voglio dire è che è sbagliato addossare ai fan i costi dell’industria musicale in declino. Bisogna essere creativi.”

Da fan crediamo sia giusto dare i soldi alle nostre band preferite per comprare la loro musica, il loro merch e i biglietti dei loro concerti. Perché è un servizio che vanno ad offrire, è come pagare l’idraulico che ti aggiusta il rubinetto, come pagare l’elettricista per non rimanere fulminato quando accendi la luce. Però l’elettricista non mi chiede cinque euro se gli dico “facciamoci un selfie”, sì è vero, lo pago per uscire, ma se poi ci scambio due chiacchiere non devo dargli altri soldi… quindi siamo d’accordo coi The Maine, i fan dovrebbero poter supportare le proprie band preferite, non vederle su un piedistallo, a un livello più elevato di umanità, l’umanità prodotto. 

Bravi The Maine, la prossima volta venite anche in Italia se no Sara diventa povera e voi avete appena detto che non è quello che volete. 

#35 Defend Glenn Harvey

“Metti che apri questa mail e dentro c’è la foto del pannocchione di Glenn Harvey. Cosa fai denunci Glenn? Denunci Me? O semplicemente elimini la mail e blocchi questo servizio?”

Si parla continuamente di femminismo, di parità dei sessi, di violazione della privacy e di tante altre questioni (po)etiche e lo si fa la maggior parte delle volte in modo ipocrita e moralista. Continua a leggere #35 Defend Glenn Harvey

#WEBONESTO: cyberbullismo contro il cyberbullismo

Che tu ti sia guadagnato il successo con talento e dedizione o che ti sia capitato sottomano per caso perché eri fan dei One Direction e conosci persone influenti, quando sei un personaggio pubblico (ma basta anche avere la spunta blu su Twitter) la gente parla di te, ti segue, si interessa alla tua vita – soprattutto in un’era in cui sui Social Media mostriamo anche più del dovuto -. Quindi le tue parole e le tue azioni hanno un peso.

Ieri pomeriggio la youtuber Sofia Viscardi è stata accusata da dueditanelcuore – persona con molti follower ma con una fama inferiore rispetto a quella della Viscardi – di non avere scritto il suo libro, ma di aver usato lei come ghostwriter. Da questo è scaturito un putiferio in cui una moltitudine di creator, influencer e gente a caso ha iniziato a scambiarsi cattiverie nel nome di un #webonesto.

Si era sospettato fosse un pesce d’aprile vista la data, ma la conferma di Show Reel lascia davvero perplessi:

“Lo “show” di litigi nato ieri dal post di @dueditanelcuore che accusa Sofia Viscardi di non aver scritto davvero il libro “Succede” riprende in modo più o meno fedele i commenti e le critiche che i creator coinvolti hanno ricevuto realmente in rete. Metterli in scena serviva a mostrare l’effetto domino e reale che le parole postate possono avere.
Show Reel con il supporto di molti dei propri creator ha voluto provocare una riflessione su un uso corretto e rispettoso di quel mezzo potente che sono i social”.

Usare i social in modo sbagliato per far riflettere su come usarli nel modo giusto? Non vi ricorda un po’ il motto “bombing for peace is like fucking for virginity”? Ma soprattutto in questo “esperimento sociale” c’è un errore di fondo: le vittime del cyberbullismo non sono solo i creator che bene o male sanno gestire le critiche (o dovrebbero saperlo fare vista la loro posizione); le vittime del cyberbullismo sono anche le persone comuni, quelle senza spunta blu e con meno di 1k follower. Ieri durante il goliardico “show” di litigi in cui Sofia non aveva scritto il suo libro, dueditanelcuore rubava, MurielXO mangiava il prosciutto, tutti parlvano male delle K4U, eccetera eccetera, c’erano delle persone di cui meno persone hanno letto i commenti che venivano chiamate stronze perché non difendevano Sofia, rincoglionite perché non sapevano dell’esistenza dei ghost writer, troie perché bo, troia è un po’ sempre la parola jolly. #webonesto è stato usato per darsi delle mestruate a vicenda e mandare frecciatine da persone che non avevano organizzato uno scherzone per il pesce d’aprile, ma che quelle cose le pensavano davvero e si sono sentite legittimate a dirle.
Probabilmente la gente che ieri si è scannata per le conseguenze di questa questione, ora che si è rivelato tutto uno scherzo, non starà li a crogiolarsi, ripensare a quello che ha detto/fatto/scritto e a quanto sia sbagliato il cyberbullismo, ma sminuirà tutto facendosi una risata perché “tanto era tutto uno scherzo”

La stampa italiana ha reagito mostrandosi quasi totalmente favorevole all’iniziativa, accusando “le vittime” di non aver capito lo scherzo, e allora scusate, siete meglio voi.
Quello che il web critica non è il fine, ma il mezzo. Forse dovrebbe far pensare che alcuni protagonisti di questa incauta “campagna di sensibilizzazione” stiano tuttora battibeccando su Twitter..

Usiamo il web in modo positivo, aumentiamo la consapevolezza dei problemi come il cyberbullismo, confrontiamoci per arricchire il nostro bagaglio culturale, divertiamoci con contenuti frivoli e spiritosi ma sempre stando attenti perché nel web si perde il controllo delle cose.

Anche gridare in coro “Gaia e Marco si voglion sposar, dopo le tre si sente uè sono già nati tremila bebè” era uno scherzo divertentissimo prima che Marco non ha spaccato due denti a Giovanni quando facevamo la quinta elementare.

#34 “Si prega di non pogare”

  • no-pogoSulle transenne del Pala Alpitour prima del concerto di quella band che conoscete tutti ma non nominerò perché porta sfiga (infatti pensate che ora che loro sono nel mio stesso paese la mia salute è diminuita e oltre a non ricevere offerte di lavoro non sto ricevendo nemmeno la mail di conferma per accedere a IperApp) è stato appiccicato questo cartello non troppo insolito che dice: “Si prega di non pogare – al fine di evitare infortuni bla bla bla”. Come ho già detto, non è una cosa insolita, ma chissà perché ci fa indignare ogni volta. Continua a leggere #34 “Si prega di non pogare”