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Le magiche recensioni degli ultimi dischi

Dire che va tutto bene anche se si è tristi =( – Everything’s Fine by The Summer Set

 Di Chiara Cislaghi

Cacchio quanta bella musica è uscita nell’estate 2011! Il 19 luglio è uscito anche “Everything’s fine” , il nuovo album dei  The Summer Set. Non so in quanti conoscano questa band di Scottsdale, Arizona..io li ho conosciuti grazie alla Khelly che ha postato il video di “Love like this”, canzone tratta dall’omonimo album uscito nel 2009..non la ringrazierò mai abbastanza! Hanno iniziato a pubblicizzare l’album con un’operazione di marketing non convenzionale (come sono intelligente..ok no) fantastica: pubblicavano foto di questa faccia tonda bianca e nera con questa espressione =( e poi appariva la scritta Everything’s fine..bè geniale no? Faccia triste ma va tutto bene? Complimenti davvero! E’ un album completamente diverso dal precedente “Love like this” e dall’ancor precedente “…in colors” : quegli album erano molto party, questo è molto improntato sull’amore. Bene iniziamo con la recensione track by track:

1-About a girl: canzone che parla, appunto, di una ragazza e dell’amore per lei (“this is a song about a girl/this is a song about love/this is all for you”) che può condurre a qualcosa di più “if you want promises baby I got ‘em/bought a plastic ring if want it” e poi la geniale frase “ if we jump we could fall/if we jump we could fall in love”; In generale il sound è molto triste. Aprire in questo modo l’album potrebbe non sembrare una buona scelta, invece ci sta bene.

2-When we were young: eh già perchè adesso siete vecchi??oh avete la mia età! Bè però è vero quello che dice nella canzone..l’amore di quando hai 17 (“when we were young and reckless/dumb and fearless”) anni ti cambia e a 22 è diverso in ogni caso, sia che il precedente sia finito bene sia che sia finito male (“I never thought that we’d surrender/when I was yours and you were mine/(..)/but now we only even speak”)..è sempre bello ricordarlo perché alla fine “never regrets/no/we learned how to love”; Stavolta il ritmo è un po’ più incalzante, sempre poco danceable ma non induce al suicidio.

3-Someone like you: primo singolo estratto e primo video. Il video è molto happy yeah yeah (a parte i piedi del John che erano evitabili..nothing personal John!) e la canzone altrettanto! Parla di una ragazza assolutamente sbadata (“You got a price tag hanging on the back of your dress/(..)/you lock your keys in your car right next to your purse”), sempre in ritardo (“then 20 minutes late’s five early for you”) ma per la quale vale la pena attraversare il mondo;Questa è un’ottima scelta per un singolo estivo. Incontrare sulla spiaggia un gruppo di sfigati con chitarra e bonghi che la suonano e una ragazza latina dei vestiti colorati che balla sarebbe il top.

4-Back to the start: anche questa ballata parla di un amore finito non molto bene e che almeno uno dei due vorrebbe riprendere e ricominciare dall’inizio; Cosa già sentita e risentita, ma non dai Summer Set quindi bisognerebbe apprezzare.

5-Must be the music: qui torniamo un po’ a “Love like this”; la canzone parla infatti di un party dove si è bevuto troppo e le cose sono diventate un po’ weird ma che alla fine si possono riparare ridendoci sopra, a parte forse la parte in cui “stole my best friend’s girl/now I’m going to hell”  XD ; Le parole sono pronunciate troppo velocemente ma ti viene lo stesso voglia di cantarle. Poi a uno viene spontaneo chiedersi: “ma che cavolo di feste fanno gli americani?”

6-Thik as thieves: l’amore è più forte del fatto di avere tutti contro; e viene qui espresso, inoltre, il desiderio di andarsene via e vivere così per sempre “As long as i’m with you girl I don’t care/I’ll grow a mustache you’ll cut off you hair/(..)/always and forever/you and I together”; Il sound è molto finto folk e si addice perfettamente al testo.

7-Mannequin: canzone geniale a parer mio, si parla infatti di un altro rapporto finito male e di un terzo soggetto che arriva e fa l’eroe salvando la povera donzella (“then he came in/stitched up the pieces like some kinda hero/I,I bet/it was easy to act like a damsel in distress”); ma c’è anche la consapevolezza che con lui, lei non sarà mai felice come era quando stavano insieme loro due, perché lui la tratta come una manichino, un trofeo da esibire e il cantante li  maledice dicendogli che un giorno li vedrà entrambi all’inferno e che scommette che quando sono a letto lei pensi ancora a lui..bè bell’augurio no?;

8-Mona Lisa: credo sia la più geniale ed originale dichiarazione d’amore degli ultimi..bo..tanti anni..cioè:ruberei la Mona Lisa per te ma non la terrei perché so che il giorno dopo mi sveglierei accanto a te (e sott’inteso: tu sei più bella della Mona Lisa), comprerei il Taj Mahal e non lo visiterei se quello fosse il prezzo da pagare per stare con te, accenderei tutte le luci di New York ma sarei comunque cieco se tu non fossi con me. Gioia mia, chiunque tu sia, fai contento questo povero ragazzo disperato! Poi non è nemmeno brutto, ed è un musicista. Hai già 3 buone ragioni per starci!

Tutto ciò è ovviamente accompagnato dalla chitarra classica e poco altro, ma basta e avanza.

9-Begin again: la canzone parte con delle voci (credo la Jess, il John, lo Stephen, il Josh e il Brian ovvero  The Summer Set) che dicono a turno “Everything’s fine” e la canzone parla appunto di questo: che nonostante tutto quello che può succederti, va tutto bene!Qualsiasi cosa accada, si ricomincia da capo! E’ il pezzo che si candida come anthem of a generation (generation composta da una decina di persone visto lo scarso pubblico di questa band) Comunque è il pezzo perfetto per strapparti un sorriso quando pensi che la tua vita faccia schifo.

10-Love to you: canzone very very happy yeah yeah in cui il cantante dichiara tutto il suo amore a qualcuna o a qualcosa (ha infatti dichiarato: potrebbe essere rivolta ad una ragazza o anche al mio cane..decidete voi!ma che carino il Brian! – ma secondo me comunque è il cane – Jimmy –) dicendogli “always give my L-O-V-E-T-O-Y-O-U”;

11-Don’t let me go: la canzone che chiude l’album è una ballata triste nella quale si chiede di non lasciarmi andare, che qualcuno mi aiuti perché non sono troppo giù, se c’è qualcuno che sta ascoltando venga ad aiutarmi e non mi lasci andare; perché tutto cambia e i ricordi son difficili da cancellare e, a volte, fanno male.

Bene ho finito di parlarvi d’amore e di causarvi il diabete..declino ogni responsabilità per eventuali stati depressivi, estremamente felici oppure diabeti improvvisi! Alla prossima! O forse no?

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E’ Tutta Colpa Di Gabe – Night Shades by Cobra Starship

Di Michela Rognoni con la gentile collaborazione di Michela Ravasio

Dopo anni di scelte discutibili (come sciogliere i midtown) Gabe Saporta e i suoi Cobra Starship con Night Shades ci offrono un’atmosfera da giro in autopista alle feste di paese.

Se volete ascoltare un disco per farvi emozionare da musica e testi dovreste evitare di ascoltare questo disco. Se invece ciò che volete è divertirvi, fare i tamarri in macchina e dimenticare i problemi del mondo mettetevelo in loop, non vi deluderà. Non mi va di parlare bene di questo disco. Ma non mi va nemmeno di stroncarlo.

Da come stavano andando le cose con viva la cobra e hot mess ci si aspettava una continuazione su quella linea. Musica elettronica con riff ancora un po’ pesanti. Invece il caro Ryland appende la chitarra al chiodo e si lancia alla scoperta del Synth.

Fare una recensione traccia per traccia sarebbe superfluo (sarebbe anche spoiling per quelli di voi che non l’hanno ancora sentito, non voglio rovinarvi la sorpresa, non questa volta).

Questo disco presenta svariate collaborazioni con la gente più disparata (dalle plastiscines ai jump into gospel) – non vorrei dire che questo sia legato al fatto che gabe non ce la fa più a cantare da solo, però in effetti è quello che penso – , infatti anche il primo singolo estratto “You Make Me Feel…” presenta la firma di Sabi (che non so chi sia in realtà) ,sta sbancando le classifiche e – a causa del genere molto in voga – passa addirittura qualche volta su qualche radio italiana.

Middle Finger è la traccia che mi ispira di più, non so dire esattamente perchè ma trovo che sia perfetta per fare il maranza coi finestrini abbassati quando si beccano i semafori rossi.

Le altre canzoni, tra cui “Don’t Blame The World, It’s DJ’s Fault” (che dovrebbe chiamarsi don’t blame the world, it’s GABE fault) sono più indicate per passare a prendere gli amici sotto casa facendosi riconoscere da tutto il palazzo oppure, ed è il caso di “#1 Night”, per fermarsi davanti alle discoteche a far scendere gli amici prima di fare manovra e parcheggiare.

Bene direi che questa recensione è pronta per volgere al termine e concluderei dicendo che c’è Gabilliam ovunque. Nuovo giro, nuova corsa! Inserite il gettone e tra fumi bianchi e luci colorate possiamo ricominciare da “You Belong To Me”.

Se sei nel dubbio, chiedilo a Ryan Key su twitter! – When You’re Through Thinking Say Yes by Yellowcard

 di Michela Rognoni

Dopo aver pianto lacrime amare per lo pseudo scioglimento degli Yellowcard nel lontano 2007,

When You’re Through Thinking Say Yes, settimo album in studio della band, rappresenta un ritorno al passato.

La distanza dalle scene ha fatto bene alla band che si ripresenta dopo quattro anni dal non perfettamente riuscito “Paperwalls” in ottima forma e con un lavoro del tutto convincente.

I primi secondi di The Sound Of You And Me mi hanno disorientata, ricordandomi un pezzo ska-punk (mi ha ricordato gli ultimi lavori degli Shandon, non so se possa interessarvi), ma subito dopo il pezzo si trasforma lasciando intravedere quello che ci si dovrà aspettare dall’album: tanta energia e tante emozioni in perfetto stile yellowcard.

Il primo singolo estratto, For You And Your Denial si apre col violino di Sean Mackin – come tutte le migliori canzoni del gruppo -. Qui il testo è catchy quanto la musica: ti farà diventare pazzo risuonandoti nella testa per almeno 13 ore dopo il primo ascolto.

Con With You Around si mantiene alto il livello d’energia. Se il vostro animo è esageratamente californiano e avete passato delle esperienze simili a quelle narrate nel testo – e soprattutto se vi piacciono i Saves The Day – questo è il pezzo che fa per voi! Potrebbe essere l’ Ocean Avenue della nuova generazione.

Se avete ascoltato gli Yellowcard almeno una volta nella vostra vita, sarete sicuramente a conoscenza del fatto che scrivono delle ballad strappalacrime da paura. Hang You Up, secondo singolo estratto, è una di queste. Voce cantilenante, parole d’amore, chitarra acustica e il solito violino che incupisce i toni.

Ci pensa Life Of Living Home ad asciugarci le lacrime. Testo autobiografico come piace fare al signor Key. Ritmo sostenuto, violino punzecchiante ma l’atmosfera solare del primo trittico non è ancora ritornata. Stava aspettando che iniziasse Hide probabilmente. Ci sono gli oooh oooh che ci piacciono tanto e c’è anche la voglia di saltare come degli idioti.

Soundtrack. E qui dirò una cosa senza senso ma devo dirla perché mi preme di farlo: questo pezzo mi ricorda un pezzo di un gruppo emergente italiano che dovete assolutamente ascoltare, ovvero, gli A Place In The Sun. Chiusa questa parentesi non resta molto da dire, continua l’atmosfera da school party e c’è un pezzo a due voci che è esaltantissimo. E’ uno dei pezzi più belli del disco.

Sing For Me è un’altra ballad, ancora più strappalacrime di Hang You Up. Piena di speranza e d’amore. Non ascoltatela se vi è successso qualcosa di brutto, cioè fatelo solo se non sapete l’inglese o se siete masochisti.

Immediatamente dopo con See Me Smiling sembra che stiano seguendo lo stesso schema di Hang You Up/Life Of Leaving Home. E’ decisamente un pezzo energico ma non solare, gli strumenti non sono più tristi ma sono un po’ arrabbiati e danno al pezzo una carica particolare.

Ci pensa Be The Young a chiudere in bellezza: ammorbidisce i toni e incupisce ancora un po’ l’atmosfera come tutte le ultime tracce dei dischi dovrebbero fare. Il testo è la cosa più bella del pezzo e potrebbe anche lanciare un messaggio da parte della band: Growing up has just begun.

In conclusione niente intermezzi elettronici e niente cambiamenti radicali sono la chiave per far breccia nei cuori dei nostalgici del pop punk che secondo Gabe Saporta è così ’05.

 

Gli Yellowcard saranno in concerto in Italia il 3 settembre al Rock Planet di Pinarella di Cervia.

Sono Matty Lewis: il mio nuovo hairstyle non piace a tutti, ma il nuovo album della mia band dovrebbe. – Get Nice! by Zebrahead

 Di Michela Rognoni

In mezzo ai vari Seth Cohen e Marissa Cooper, ad Orange County, di tanto in tanto appaiono degli elementi particolari tipo gli Zebrahead che, attivi dal 1996, decidono quest estate di portare un po’ di sole anche nel resto del mondo, lanciando il loro nono lavoro in studio, Get Nice!

Quello che ha sempre caratterizzato la band è il loro genere eclettico che pesca quel che serve dal pop punk, dal rap, da qualche genere che finisce con core e una spruzzatina di funk.

In questo album non si smentiscono, dopotutto è proprio questo che ha permesso loro di cavalcare le onde per quasi quindici anni, ma di certo non mancano le sorprese: infatti buona parte del disco presenta delle melodie un po’ più aggressive e pesanti rispetto al solito.
Non vi preoccupate, restano uno dei gruppi più Party sulla scena!

 Inseriamo il disco nello stereo.

Aspettiamo pochi secondi e parte “Blackout” con un’intro effetto mono che però ci mette molto poco ad esplodere nelle casse. Questa è una delle tracce aggressive, meno voglia di ballare e più impulsi di sfasciare il mondo. Di certo l’energia non manca, è un imput favoloso.

Nothing To Lose” invece è un ritorno ai vecchi Zebrahead. Questo pezzo fa tirare un sospiro di sollievo a quei fans che non amano i cambiamenti. Dopo il secondo ascolto non riuscirete mai più a levarvi il ritornello dalla testa. Il rap di Ali domina la scena.

She Don’t Wanna Rock” segue su questa scia. All’inizio ricorda un po’ i Beastie Boys, o la colonna sonora di un teen movie della Disney in cui qualche giovincello nerd sorprende tutti con passi di break dance durante il ballo della scuola e la reginetta alla fine scappa con lui. Le parole “she said I can’t bang my head” bastano a farti muovere veramente la testa.

Ricky Bobby” è il primo singolo estratto. Ed è estremamente (melodic) qualsiasicosaCORE. Ancora voglia di spaccare il mondo durante le strofe, alternata a voglia di ballare nel ritornello. C’è anche un assolo, probabilmente la cosa che più si avvicina ad un virtuosimo che possa essere tollerata in questo genere musicale. Quello che domina qui è la nuova capigliatura di Matty (scusate, morivo dalla voglia di scriverlo).

Get Nice!” è IL summer anthem 2011. non ci sono altre parole per descriverlo.”We can prove them wrong if you throw your hands up”. L’atmosfera da pool party, l’allegria, gli hey hey hey, ti fanno sentire sulla pelle il sole della California , ti spediscono sulla spiaggia con un cocktail alla frutta in mano, ti fanno sentire il sale nei capelli. Per questo “summer anthem” è l’unica descrizione che posso darvi. Perché con la testa sono in California e non davanti ad un computer.

Segue “The Joke’s On You”. Da questa traccia in poi l’album è ufficialmente “più pesante”. La voce di Ali sta sempre dominando la scena, ma il potente riff nel sottofondo gli da del filo da torcere. Pseudo-virtuosismi anche qui. Questi ragazzi sanno quello che fanno.

Nudist Priest” comincia con una sirena che si trasforma in uoooooh, il ritmo incalzante, quasi ska, lascia poi spazio ad un sound più melodic hardcore che lascia poi spazio ad un ritornello superorecchiabile che si conclude ancora in un uooooo. Questa è circa la struttura della canzone, eccetto per il bridge che secondo me potrebbe funzionare come sigla per qualche serie TV per teenagers.

A me Galileo non mi è mai stato così simpatico, quindi in un certo senso mi fa piacere sapere che fosse nel torto. No, non sto vaneggiando, è solo che la prossima canzone di intitola “Galileo Was Wrong” e mantiene anch’essa il sound più duro di cui vi parlavo prima. Con la presenza di ulteriori non-virtuosismi nel ponte, questa si candida al titolo di “canzone meno orecchiabile dell’album”. (le parole pronunciate così velocemente sembrano lanciarti una sfida. Dicono “impaaaaraci, impaaaaraci. Impresa impossibile per noi italiani).

È la volta di “Truck Stops And Tail Lights”. Vi giuro che quando l’ho sentita ho pensato ad una collaborazione perché la voce all’inizio mi ricorda particolarmente gli Offspring, non so bene per quale motivo. Il pezzo poi esplode grazie al ritmo incalzante da discoteca rock. E’ il pezzo perfetto su cui esaltrarsi per cose futili, e nel bridge si può fare tantissimo air guitar. Dovrebbe essere inserito in qualche Guitar Hero.

Da “I’m Definitely Not Gonna Miss You” potreste aspettarvi una tipica, banalissima break up song. E invece… no aspettate, effettivamente è una tipica banalissima break up song. Solo che il banale degli Zebrahead non è banale. Quindi è tutto a posto. Testo semplice e di grande impatto. In effetti, quella persona di cui stanno parlando non manca nemmeno a me. Nanna nanna na na na na!

To Bored To Bleed” ha un bellissimo testo. Come per la maggior parte dell’album le lyrics sono più serie e mature – non si parla solo di party più che altro -. Non c’è molto altro da dire.

Kiss Your Ass Goodbye” sarebbe degna di nota anche solo per il titolo. È qualcosa che non mi aspettavo. Credo che sia la cosa più vicina ad una ballad che gli Zebrahead potrebbero mai fare.. E non è per niente una ballad! Resterete sorpresi probabilmente.

L’inizio di “This is Gonna Hurt You Way More Than It’s Gonna Hurt Me” va cantato a squarciagola da sbronzi. Farebbe un effetto bellissimo. Per il resto è perfetta come inno di fine estate, un po’ malinconica ma sempre ricca di energia e voglia di vivere. Perfetto stile Zebrahead, è vietato non divertirsi (anche quando si è tristi).

Demon Days” è il pezzo di chiusura. E si chiude in grande stile direi! Si tratta sempre di un pezzo forte e orecchiabile. Molto anni 90 anche oserei dire (forse sono io che sono in vena ma anche questo mi ricorda gli offspring).
Dopo aver sentito questo pezzo di spegnere lo stereo non se ne parla proprio. Rimettete il CD da capo o se proprio volete cambiare, mettete Phoenix!

GLI ZEBRAHEAD SARANNO IN CONCERTO PER L’UNICA DATA ITALIANA IL 13 NOVEMBRE 2011 ALLA ROCK ‘N ROLL ARENA DI ROMAGNANO SESIA.

La ragione per cui gli Asking Alexandria non avrebbero dovuto vincere un Kerrang! Award – So Alive by Octane OK

 Di Michela Rognoni

So Alive è il primo EP rilasciato dagli inglesi, nominati ai Kerrang! Awards come best british newcomer, Octane OK, ed uscirà il 22 agosto.
(Io sono già in possesso di una copia autografata perchè li ho pregati di allargare il pre-order anche all’Italia.)

Partiamo dal principio:

Mi sono innamorata di questa band sentendola dal vivo alla O2 Academy a Londra mentre aprivano il concerto degli Sugarcult ed è stata una delle poche volte nella mia vita in cui una band di spalla sconosciuta mi è piaciuta più degli headliner. Al concerto ho avuto il piacere di ascoltare molte più canzoni rispetto a quelle contenute nel disco, come ad esempio Take Take che è una delle canzoni più orecchiabili che esistano visto che dopo un minuto di canzone gia ero in grado di canticchiare il ritornello e ho rotto i maroni a chiunque anche nei giorni seguenti.

La band è formata da quattro elementi, tutti molto giovani:

Paul Tandy – Voce e chitarra

Mikey Rainsford – Chitarra e voce

Tom Weston – Batteria

Drew Comley – Basso e voce.

Il loro suono è un’esaltazione tipico British rock giovanile insaporito con qualche goccia di pop punk tipicamente americano che non fa mai male.

The One è il brano con cui si apre il sipario con degli effetti simili a quelli utilizzati dagli ultimi vanilla sky (nomino loro perchè essendo italiani sono conosciuti più o meno da tutti).

Ma non bisogna lasciarsi ingannare da così poco, il ritornello diventa decisamente molto più rock.
Il testo parla d’amore, come la maggior parte dei testi in questo EP.

Segue Pretty Lady, canzone un po’ più pesante dal ritmo incalzante scandito da vari “Hey! Hey!” e seconde voci distorte di sottofondo. Il testo è molto ripetitivo ma non così tanto da diventare monotono.

Fly Again è uno dei pezzi forti della band essendo anche associata ad un video presente sul canale you tube della band. Ed effettivamente questo è uno dei pezzi più belli del disco, anche grazie al testo ricco di forza e di speranza, quasi un inno che recita “so you can’t hurt me/ the way you want to/I’m getting older/I’m feeling stronger/ the time has come to fly again””

Anche Courtain Call possiede un video musicale, che va addirittura in onda su Kerrang! TV. Questo è probabilmente il pezzo più conosciuto della band, il cui pregio migliore è la voce potente e pulita di Tandy. In questo pezzo è presente anche un assolo di chitarra di Mikey degno di nota (non illudetevi,è pur sempre pop rock).

Il disco si chiude con una versione acustica di Parties Over che è una canzone da sposare. Accompagnata da chitarre e pianoforte la voce di Tandy riesce a trasmettere molta emozione e la contrapposizione con delle seconde voci che sembrano appena accennate riesce a regalarti un senso di pace interiore capace di farti dimenticare che questo purtroppo è soltanto un EP di cinque canzoni.

Ci sono persone di cui si può allegramente fare a meno – Vices & Virtues by Panic! At The Disco

 Di Michela Rognoni

Come probabilmente direbbero i nostri nonni in qualche dialetto strano, dal 2005 ne è passata di acqua sotto i ponti. Ed i vari cambiamenti sono evidentissimi in casa Panic! At The Disco, dato che il numero di componenti si riduce a due con l’abbandono da parte di Jon Walker e Ryan Ross – rispettivamente basso e chitarra/songwriter – .

Se “Pretty Odd” era un album marchiato dalla volontà di potenza di Ryan Ross, wannabe frontman sempre oscurato dal carisma di Brendon (IMHO), “Vices & Virtues” sembra gridare “Brendon e Spencer se la cavano benissimo anche da soli”.

Non solo abbandoni, ma anche il grande ritorno del “!” dopo la parola Panic. Sarà forse una frecciatina, o un ritorno al futuro, o magari una squallida trovata commerciale, ma dovete ammettere che è molto carino! (io ci sono sempre stata affezionata).

Vices & Virtues, da quanto è stato spiegato dalla band in diverse interviste, vuole analizzare vizi e virtù della vita umana, quella che più o meno tutti viviamo quando non siamo fissi dietro allo schermo di un computer come delle amebe.

Oltre all’album i Panic! At The Diso hanno anche pubblicato sul proprio canale di You Tube un cortometraggio “The Overture” che contiene quattro pezzi di Vices & Virtues, è una storia avvincente, vi consigli di guardarlo se ancora non l’avete fatto.

Ma passiamo a parlare seriamente dell’album:

The Ballad Of Mona Lisa è il primo singolo estratto. Come avrete potuto intuire dal titolo, si tratta di una ballad dalle sonorità un po’ noir (perchè scrivere dark sarebbe troppo mainstream) e dal ritornello estremamente orecchiabile – se siete dei fans della band o avete ascoltato questa canzone in casa vostra per più di due volte, state pur certi che un giorno beccherete i vostri genitori impegnati in un “uooooo mona lisa” -. Il video è sembrato a tutti una versione più “Tim Burton” di quello di “I write sins not tragedies” ed è stato interpretato come un ritorno alle origini, e anche secondo me la cosa avrebbe assolutamente senso, quindi la passerò per buona.
Segue Let’s Kill Tonight: una danza ritmata in cui nessuno viene ucciso, a parte il tempo e la noia. Sarete incitati a battere mani e piedi, e senza che abbiate il tempo di accorgervene lo starete già facendo.

Si continua a ballare con Hurricane, che ha come argomento il sesso come divertimento, il sesso a pagamento, il sesso in senso estetico come era inteso da D’Annunzio. Il sesso insomma. E la pace ed il benessere che è in grado di produrre.

Si smorzano decisamente i toni con Memories, la ballata più demotivante che sia mai stata scritta. Se avevate qualche intenzione di tentare una fuga d’amore col vostro partner o se eravate convinti di essere indipendenti e di potervela cavare da soli, dopo aver sentito questa canzone vorrete restare a casa di mamma il più a lungo possibile.

Trade Mistakes è una ballata un po’ più rockeggiante anche se dall’incipit non sembrerebbe. Fallire in amore capita a tutti. Non capita a tutti invece di creare mantra in cui si barattano sbagli con pecore per farli svanire.

Si ricomincia a scatenarsi con Ready To Go,secondo singolo estratto, ma non mi fermerò troppo a parlarne perché trovo che sia il brano più inutile dell’album. Un sacco di ohohoh che rendono il tutto super-orecchiabile.

Always è quanto di più dolce potrete trovare in un disco ballabile come questo. Continue giustapposizioni di immagini melodrammatiche e romantiche ma mai scontate. (la mosca sola soletta nella tela del ragno morto è la mia preferita seguita dalla luce che ammicca alla fine della strada). Dolce e Armoniosa anche la voce di Brendon che contribuisce a rendere tutto più magico.

The Calendar ci ricorda che qualunque cosa accada, il tempo continuerà a scorrere veloce, e pian piano tutto non sarà altro che un ricordo (IMOH non mi andava di dire che parla dell’abbandono degli ex membri perché secondo me ci sono riferimenti molto più espliciti di questo ma siccome non abito nella testa dei songwriters non vorrei cadere in conclusioni affrettate.)

Sarah Smile ti fa sentire i vecchi Panic! nelle ossa. E’ una canzone d’amore ironica e divertente. Se avete un’amica di nome Sara comincerete a stargli addosso con questo ritornello ancora una volta troppo catchy.

Nearly Witches (Ever Since We Met) è la canzone che chiude l’edizione standard dell’album. Anche questa è sporcata dal sound tipico dei vecchi Panic! Sembra di essere ad uno spettacolo di burlesque e cose così. Ti viene voglia di fare movimenti imbarazzanti. Eccetto il ritornello e le voci dei bambini di un coro che dicono Mona Lisa pleased to please ya.

Nella deluxe edition invece ci sono ben 4 bonus track:

Stall Me, notevole soprattutto per il testo. Non vi anticipo nulla, dovreste assolutamente ascoltarla!Acuti di Brendon degni di nota.
Oh Glory , che sarebbe la canzone più bella del disco se fosse una traccia ufficiale. Troppo danceable per essere vera.

I Wanna Be Free: le percussioni ti inducono a fare dei rumori strani con la lingua. La canzone ha quest’aria sognante, e Brendon spara un altro acuto degno di nota (se dovessi scoprire che dal vivo non li sa fare perderei fiducia nell’umanità)

Turn Off The Lights ha semplicemente un titolo perfetto per chiudere un album.