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Le magiche recensioni degli ultimi dischi

No, non stiamo parlando degli zaini – Invicta by Hit The Lights

Di Chiara Cislaghi

Il 1 novembre 2011 è uscito “Invicta”, il quarto ep di questa band di Lima,Ohio. La copertina rappresenta una medusa e, in quanto alla sottoscritta piacciono le meduse, è bellissima.
Ma non perdiamoci in chiacchiere a caso e partiamo con la recensione track by track.
L’ep si apre con “Gravity”, e direi che si apre proprio bene(si ho 6 anni). Per quanto riguarda il testo è una sorta di metafora: usano satelliti, gravità e quant’altro per parlare di una relazione “can you feel our gravity?can you gravitate to me?(…) can you feel our energy as it pulls you into me?” e per descrivere come il soggetto inquestione atrragga il cantante a se “and every star that navigates will guide me all the way to you,I’ve been orbiting but you pull me through(…)if we let go our worlds collide”. Grande testo direi. E ottima canzone.
Si prosegue poi con un altro fenomeno naturale, la canzone infatti si chiama “Earthquake”. Ovviamente anche questa traccia è veramente ottima. Il testo è altrettanto fantastic, il cantante paragon il suo sogno allo scatenarsi si un terremoto “I’ll make the Earth quake, a million people scream my name, they’re saying “sing us a song that will right all the wrongs and make some hearts break”(…)swear I can make it, I’ll make the Earth quake(…)even gravity can’t pull me down”.
L’ep si conclude con “All the weight” e si apre con un verso abbastanza realistico “we’ll be gone one day, somewhere far way, or in the ground for good” e direi che su questo non c’è dubbio; continua poi “would it be so strange, to wake up one day and it was all a dream, every single place but the time and space constructed in you sleep” ma tutto questo realismo, tutto questo peso (appunto) che grava su di lui “falls away when you’re around, all the weight that’s always on me leaves somehow, like all the pain and all my worries, push to the side when you’re around(…)all the weight, the hurt, the pain when I’m with you it all just falls away, the feel, the needs, the ache it falls away when I’m alone with you”.

Recensione corta perchè l’ep è corto (ovvietà). Cos’altro dire? Ah si, ascoltatelo!! Goodnight and goodbye (??)

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Dev’essere davvero brutto essere un Four Year Strong adesso… – In Some Way, Shape Or Form by Four Year Strong

Di Elisa Susini

Mi ricordo che i Four Year Strong erano dei simpatici barbuti che facevano canzoni molto allegre e easycore e che il loro ex-ultimo album, “Enemy Of The World” vestiva benissimo questa definizione.

Nel frattempo Josh Lyford lascia la band. O meglio, gli viene chiesto di lasciare la band perché i Four Year Strong decidono di non aver più bisogno di synth nel loro sound.
Il loro nuovo album “In Some Way, Shape Or Form”, etichettato dai loro fans secolari come “disappointing”, dimostra che questa non sia stata la migliore delle scelte.

E’ sicuramente un album più maturo, più cupo e più vicino al rock alternativo. Ma probabilmente non è quello che la maggior parte di noi avrebbe voluto sentire.
L’album si apre con “The Infected”  che non è certo l’emblema dell’easycore che piace tanto ai giovani colorati di oggi. E’ una canzone molto pesante, direi che potrebbe essere un nuovo singolo dei Papa Roach. Comunque sia,il messaggio di questa canzone è che “getting closer is contagious”.

“The Security of the Familiar, the Tranquility of Repetition”  è la storia del cugino dei Papa Roach che è un po’ un “lonely cousin” di cui nessuno si cura e che per questo potrebbe fare una brutta fine. “The freaks are coming after midnight” è la frase più bella di una canzone dal ritornello così esaltante che farà sicuramente staccare i piedi da terra ai fans durante i concerti.

”Stuck in the middle” è il singolo pubblicato prima del rilascio del disco. Di solito i singoli sono molto fuorvianti ma questo invece aveva annunciato bene quello che ci saremmo dovuti aspettare dall’album. E’ una radio rock song –forse la prima della loro carriera fino ad ora – ed ha qualcosa di un po’ Foo Fighters al suo interno.

Il primo video dell’album arriva con “Just Drive”: belle chitarre durante tutto il pezzo. Guidare per non pensare è un po’ il riassunto di questa canzone un po’ cupa che , però, diventa esaltante dopo un ascolto più accurato.

Anche la prossima canzone possedeva un video già prima che l’album fosse pubblicato.                  Il “Fairweather Fan” è il fan che c’è solo nei buoni momenti. Sarà forse un pararsi il culo di fronte a voi easycore disappointed da questo tipo di album? Il ritornello è catchy e durante il bridge è consigliabile abbracciare il primo cugino dei Papa Roach che vi capita davanti. Con tutto ciò comunque i quattro del Massachussets volevano rassicurarvi: sono sempre la stessa band nonostante la sperimentazione pesante in questo album.
”Sweet Kerosene” è una canzone su cui Matt Skiba dovrebbe avere diritti d’autore poiché lui ha i diritti d’autore sulla parola “Kerosene”. Per il resto è una canzone un po’ noiosa e tralasciabile, come un po’ tutta la parte centrale dell’album.
”Falling on You” è una canzone che i Four Year Strong avevano già iniziato a suonare live. Per questo molte live performance erano reperibili su YouTube già da un pezzo. Veloce e dura ha uno dei ritornelli più belli dell’album.
”Heaven wasn’t Built to Hold me” è un’altra canzone assolutamente “skippabile”. Oltretutto è anche piuttosto brutta.
Con Unbreakable finalmente arriva un po’ di PARTY!! Una canzone bella e allegra da cantare a squarciagola! La più bella dell’album!

”Bring on the world” ricorda un’altra canzone che in questo momento non mi sovviene.

”Fight the future” è un’altra canzone vagamente party. Sono 35 minuti di album e stiamo ancora aspettando la tipica canzone da Four Year Strong. Questa è una canzone tipica. Tipicamente alternative.

L’ultima canzone dell’album è intitolata “Only the Meek get Pinched, The Bold Survive” che nonostante sia il titolo più Four Year Strong di tutto l’album svela i cugini dei Papa Roach dopo 50 secondi di piano. La canzone è così poco easycore che contiene addirittura un assolo di chitarra. Dopo questa sopresona torno a parlare per un attimo del titolo che vuol dire che solo le persone docili vengono prese a pizzicotti mentre invece gli audaci sopravvivono. Potremmo discutere a lungo di questo titolo per smentirlo sotto tanti punti di vista ma è giunta l’ora di chiedere scusa ai cugini dei Papa Roach, protagonisti assoluti del disco e che ci hanno accompagnato in questi 40 minuti di entusiasmo.

International Nobodies – More To See by Undecided

Di Elisa Susini e Michela Rognoni

Questa è la proiezione sul nostro blog della rubrica che avevamo su aimatrabolreidio ma che non ha mai visto la luce del sole. In poche parole  parliamo di band che probabilmente vi sono sfuggite –sicuramente sono sfuggite dalle grinfie dell’industria musicale ad un certo punto – supersconosciute ma non per questo meno belle delle band famose.

Ma come fareste senza di noi che siamo qui a farvele riacchiappare?

Ora parliamo degli Undecided , grandissima christian punk rock band canadese, e del loro secondo album More to See targato 2001 (forse). Continua a leggere International Nobodies – More To See by Undecided

Ogni volta che leggo “BRB” mi viene in mente Jonathan Cook – Best Intentions by We Are The In Crowd

Di Denise Pedicillo (con 3 “L” eventualmente)

Best Intentions è il secondo album dei We Are The In Crowd, band di 5 componenti capitanata da una voce femminile. La copertina ricorda Love Like This dei The Summer Set, ma se invece siete personi tristi e ascoltate brutta musica, la vostra reazione sarà qualcosa del tipo “Omg che bella con le polaroid, troppo hipster, ▲▲▲,ecc..” abbiamo reso l’idea.

Primo estratto e prima canzone “videata” è Rumor Mill. I primi 12 secondi sembrano usciti da un cd dei Paramore ma Taylor non ha i capelli rossi e quindi non sarà mai fashion come Hayley perché Paramore > Mondo!!11 (STRONZATA!) Dopo qualche secondo parte a cantare anche Jordan e questo è il punto forte della band che si ripeterà per tutto l’album: l’alternanza di voce femminile e maschile, quasi come un botta e risposta.

This Isn’t Goodbye, It’s BRB penso sia essenzialmente su una tizia che non ama più il tizio perchè “you’ll be the memory, reminding me to learn from my mistakes”. In realtà si scopre che prova ancora qualcosa quindi non dice addio ma “torno subito”, ma non sono mai stata molto brava a capire il senso delle canzoni quindi “scippiamo” direttamente a The Worst Thing About Me.

Questa è la tipica canzone un po’ disco che c’è in ogni album perché si sa, tunz tunz piace e rimane in testa. La trama è banale: I swear we could’ve been a sure thing. /I’m sorry that I wasn’t the one./I hate you for leaving, but you love to walk away./Does this mean that it’s over and done with?/I was happy, but I was wrong.

In Kiss Me Again c’è l’innamoramento, quello con le farfalle nello stomaco, il cuore che sta per esplodere nel petto e il “you’re more than a friend, oh. I knew it from the first sight, yeah” quindi ci sono tutti I segoni mentali che ne conseguono.

Con On Your Own si ritorna sull’amore che finisce, ma sostanzialmente tu continuavi a rompermi le palle (“you were putting on a show, putting on a show”) ed io ero stanca di continuare a sorbirmi tutte le tue scuse e quindi “I’d rather be alone, rather be alone.”

All Or Nothing inizia con una simil marcia stile “Give A Damn” degli A Rocket To The Moon. È la canzone più lenta ed è solamente un “It’s pointless just to argue. I’m screaming, but I can’t break through to you” perchè tu non stai zitto e non vuoi ascoltare.

La traccia numero 7, ovvero Exits and Entrances, è sempre sulla relazione di coppia, visto che ormai abbiamo capito che i WATIC sono dei romanticoni. Personalmente sono in fissa per come Jordan pronuncia la prima strofa, ovvero “She’s like a rock and I keep chipping off a piece to hold on to”. Se dovessi proprio riassumervi il significato della canzone, penso che “We are, oh, we’re about to be so much closer than you thought that we could ever be” lo racchiuda perfettamente.

Passando a See You Around, che mi ricorda vagamente una canzone degli All Time Low, si capisce che la miglior scelta è troncare una relazione piuttosto che continuare a litigare, nonostante “wherever I go now, I don’t know how, but he’s always there” il che sembra che lui la stia “stalkerando” ma penso sia intenso come qualsiasi cosa faccio, mi ricorda lui.

Eccoci quasi alla fine e vediamo apparire You’ve Got It Made, ovvero la ballad di turno con l’accompagnamento di chitarra e violino, la tipica da cerchio in spiaggia intorno al falò oppure da sgabello sul palco durante un concerto, vedetela come più vi piace. Qua si cerca di capire la strana legge secondo la quale sono i ragazzi a far finire una storia mentre le ragazze sono sempre quelle che soffrono, e quindi Tay cerca di invertire i ruoli (“I’d love to be you so I don’t have to feel this way”).

Ovviamente qua ci stava bene la canzone carica di rabbia repressa e non c’è canzone migliore di Better Luck Next Time. Se dovesse essere messa nella setlist, penso che sia questo il momento in cui la band invoca il “circe” e la gente comincia a pogare e a morire. Ovviamente anche qui c’è un frase da stato su facebook, ovvero “All the things I wish I said/Playing back inside my head”.

Bene, non vi resta che ascoltare l’album! Fatelo, ora!

Ps. Passate sulla pagina italiana (https://www.facebook.com/wearetheincrowditaly) e followate il twitter (http://twitter.com/WATICitaly) visto che gli admin sono proprio delle brave persone u.u

IT’S A FUN TO STAY AT THE Y.M.A.S. (tanto non capirete la sottile ironia del titolo) – Sinners Never Sleep by You Me At Six

Di Chiara Cislaghi

Invece di scrivere la mia tesi recensisco il nuovo album degli You Me At Six… ed è tipo il loro primo album che ascolto e quindi non so assolutamente cosa scrivere, ma fa niente qualcosa di incredibilmente figo mi verrà in mente mentre ascolto le tracks.

Sinners never sleep è uscito il 3 ottobre 2011 ed è il terzo disco della band di Surrey, Inghilterra, dove sono amati e seguiti da chiunque;

La prima canzone è Loverboy ed è anche il primo singolo da cui è stato estratto il video nel quale Josh Franceschi è veramente sexy e  i membri della band sono in una tipica “sala-da-interrogatorio” in quanto accusati di un qualche crimine da due poliziotti cattivissimi. Si succedono anche dei momenti in cui appaiono delle fanciulle che ballano… ma torniamo alla canzone, direi che è molto “catchy” in quanto mi ha abbastanza preso ed è la prima volta che li ascolto seriamente, il giro di basso e il tarararara rara ra rarrà iniziali ti si appiccicano alle pareti del cervello…per quanto riguarda il testo onestamente credo che abbia un significato ma purtroppo non lo colgo quindi vi posso solo dire che parla di questo “loverboy” che, a quanto apre, è stato bellamente ucciso… dal Josh!!(Così si capisce dal video in quanto appare lui con la “tipica-targa-per-fare-la-foto-da-detenuto” con la scritta “sinner” – ma da quando i sinner uccidono poi?-) . Volete che mi dilunghi in odi a virtuosismi tecnici? Spero di no perché ne rimarreste profondamente delusi in quanto non ho nessuna intenzione di farlo;

Bene, l’album prosegue con Jaws On The Floor, onestamente appena partita ho pensato: “niente di che”, ma poi mi saltano fuori con “Life’s a bitch, but I’m friends with her sister” e mi ha preso moltissimo. Il testo credo parli di una sorta di relazione non ben definita con questa ragazza che quando deciderà “to cut the strings” deciderà anche di rovinargli la “summertime” e quindi lui tenta di spiegargli che non è il caso e che potrebbero essere qualsiasi cosa lei voglia perché lui ha sta cercando di vivere nel suo mondo;

La terza canzone è Bite my tongue featuring Oli Sykes dei Bring Me The Horizon ed è una canzone che parte tranquilla ma poi diventa Bbrooooooootal (come direbbe la Khelly). Dal vivo la parte in growl è stata cantata da Josh Franceschi che in assenza di Oli se la sa cavare benissimo da solo. In quanto al testo, riguarda una sorta di break up perché lui è “married to the music” nel bene o nel male e sostiene che “you’ve taken the pride in becoming nothing” e lui non ce la fa più a vedere questo suo lato perché è diventata quello che lei stessa prima odiava, si venduta per la fama e poi urla un “fuck you” che direi che riassume tutta la canzone;

Si continua con  This is the first thing,  anche questa canzone è carina nonostante parli (ancora) di un amor finito, e nello specifico del primo amore;

Segue No one does it better e il tutto sta diventando un tantinello pesante con tutti questi amori andati a quel paese…però tutto sommato ci sta anche questa di canzone, perché se io posso salvare te allora tu puoi salvare me, perché nessuno lo fa meglio di te… detto ciò scriviamo canzoni più allegre no? Su con la vita dai!;

Passiamo alla sesta canzone Little Death credo che il titolo dica tutto da sé – sempre che sappiate che un little death non è una piccola morte ma un orgasmo -. Posso permettermi di dire che anche questa è nello stile degli YMAS, di questo album quantomeno;

Crash è una tipica “ballad” abbastanza coinvolgente. Bello il testo che parla (indovinate un po’?) di un amore da teenager finito ma che col tempo, dopo essere riusciti a rimetterne insieme i pezzi, benché non ci sia niente sulla loro strada e nonostante potrebbero anche cadere, si potranno rialzare insieme… un po’ smielata ma anche originale come testo;

L’ottava canzone è Reckless il titolo promette bene ed infatti èuna canzone strumentalmente allegra anche se il testo non è dei più felici, è intenso ed originale… ennesima ragazza andata via ma chissenefrega ci passiamo sopra (così ci piace di più) perché sono Mr.Reckless with the capital R!;

Si avvicina la fine dell’album e della tortura editoriale alla quale vi sto sottoponendo…Time is money featuring Winston McCall dei Parkway drive, parte bene e finisce con una voce broooooootalissima ma ci sta, anche qui si parla di una certa signorina che benché lui la ami ancora si è un po’ rotto le scatole di tutte le boiate che combina e quindi un liberatorio “I’m sick of this shit” chiude l’allegro quadretto;

Little bit of truth è un’ altra ballata..carina anche questa devo dire..anche il testo ci sta, dice “voglio scrivere una canzone che non ho mai scritto prima, una canzone che ti faccia sorridere, che faccia sì che tu rimanga qui per un po’, ho bisogno che tu sappia che ogni volta che sono di fronte a te mi sento invincibile, ho molto da imparare e ogni bridge che canto sembra che io stia bruciando e quindi quello che devo fare è cantare una canzone e sono stanco di dire che mi dispiace anche se non è vero, ma è tutto quello che ho”;

The dilemma è una canzone con un ritmo orecchiabile, parte dicendo “lascia che ti racconti la storia di un ragazzo e di una ragazza, una versione diversa da quella che hai sentito..ok sto dicendo un bugia” ecco e io che mi ero illusa… parla di un’altra fanciulla un po’ superficiale (“she cared for the stage, not who she was with”) e che nonostante sia una “golden girl with golden hair” lui non ha tempo da pardere con questo tipo di persone;

When I was younger conclude l’album..è un’altra ballata sulla differenza di pensiero che hai quando sei “giovane” e del come questo cambi mentre cresci, sul come quando sei piccolo prendi come oro colato quello che tuo padre ti insegna, ma poi, crescendo, devi imparare ad arrangiarti da solo e “to carry the torch”.

Spero di aver fatto una recensione decente nonostante la mia inesperienza…alla prossima recensione!

Esaltarsi per l’EP di un gruppo che nessuno considera sentendosi un sacco anni ’90 – In Stereo by Cartel

Non sto nemmeno a chiedervelo, lo so che solo  lo 0,1% di voi si ricorda dei Cartel. Quelli di Honestly, il video che tratta delle relazioni sui social network. Quelli della punk cover di Wonderwall. Niente?

Questo è perché i gruppi migliori non ottengono mai il riconoscimento che meritano.

Bè, il loro ultimo disco fu rilasciato nel 2009 per l’etichetta wind-up.

Nel frattempo il bassista Jeff Lett ha lasciato la band e non è stato sostituito.

Ora sotto etichetta indipendente lanciano In Stereo, primo EP autoprodotto della band, formato da solo cinque canzoni ma irresistibilmente catchy.

L’album si apre con Lessons In Love che è la tipica canzone d’amore da college americano cantata con l’aggressività giusta per rendere l’idea. Sentendo questo disco la prima reazione spontanea che si ha è quella di dire “grazie al cielo è rimasto ancora qualche immune all’inserimento casuale di musica elettronica nei propri pezzi!”. Un delizioso sound early ’00 avvolge In Stereo dall’inizio alla fine.

American Dreams ti fa sognare gli States ovviamente. Ha un riff superorecchiabile che ci insegue per tutta la durata del brano. Inoltre il ritornello semplice e diretto e l’incredibile voce di Will Pugh aiutano questa canzone ad incollarsi nella nostra testa dopo il primo ascolto.

Si torna nel 2006 con Conduit, in quel periodo in cui la terza emo wave stava per sconvolgere l’umanità e gruppi come finch e funeral for a friend andavano alla grande. La differenza è che c’è sempre il vecchio Will che riesce a far emergere la sua voce nonostante le pungenti chitarre e la potenza della batteria. L’altra differenza è che questo è il 2011, e questa canzone è sicuramente qualcosa di già sentito, ma non così recentemente.

Ed ecco la title-track, che solitamente è la canzone più brutta dell’album ma in questo caso fa crollare la teoria essendo la migliore. Parla di musica pura e semplice ed è altamente autobiografica.

Un pop punk in cui la parte pop non prevale su quella punk, come ai bei vecchi tempi.

“I had a plan to start a band/But now it’s falling apart” decidete voi se è ironico o patetico, ma in qualsiasi caso autoprodursi ed essere completamente indipendenti è stata la miglior decisione che potesse essere presa, se questo è il risultato finale.

L’euforia legata a questo disco è destinata a finire presto dato che siamo già all’ultimo brano. Something To Believe ha tutte le qualità per essere la cosa più orecchiabile del mondo – e sembra anche essere il pezzo dei Cartel più amato in quei paesi in cui qualcuno li conosce ed apprezza. –

Sentirsi vecchi cantando il ritornello dopo averlo sentito una sola volta non ha prezzo. Per tutto il resto c’è il pop punk sporcato dalla tecnologia.