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Le magiche recensioni degli ultimi dischi

Non lo so ma Mark canta troppo poco – Neighborhoods by Blink 182

Di Michela Rognoni

Finalmente dopo 8 anni di attesa, uno scioglimento, diversi side-projects, un incidente aereo, una reunion e un tour europeo cancellato, oggi, 27 settembre 2011 – data da segnare sui calendari – anche in Europa esce Neighborhoods, un nuovo capitolo nella storia dei Blink 182.

Ovviamente per tutto questo tempo si è parlato e riparlato di questo album intorno a cui si sono create enormi aspettative.Si è anche verificata la scissione in due parti dei loro fans secolari:C’è lo schieramento “questo-album-sarà-spettacolare-il-più-bello-che-sia-mai-stato-registrato” e lo schieramento “tutte-le-canzoni-ricorderanno-gli-ava”.

Ovviamente le vie di mezzo non vengono mai considerate. Peccato che questo album è esattamente una via di mezzo. Niente di eclatante insomma, un susseguirsi di tracce carine alternate a qualche pezzo terribile, ovviamente nel tipico stile Blink 182, o meglio nel tipico stile Blink 182 del self-titled.

Ma passiamo all’analisi track-by-track:

Fin dalle prime note di “Gosth Of  The Dancefloor ” è evidentissima la continuità con il sound dell’ultimo album (risalente al 2003), nonostante questo brano sia abbondantemente sporcato da svariati galloni di Boxcar Racer (le somiglianze con There Is sono innegabili.) A questo punto uno perde anche un po’ la voglia di ascoltare l’album perché pensa: “ecco, tutte le canzoni ricorderanno altre canzoni”. Grazie a Dio non è così.

“Natives” infatti si presenta come una delle canzoni più belle del disco, innovativa quanto basta per farci riacquistare fiducia in quest’album. La voce profonda di Mark nel ritornello è qualcosa di strepitoso, e quella stridula di Tom nel resto della canzone è una ventata di aria fresca.

La traccia successiva è “Up All Night” primo singolo estratto, quello che ha tenuto sveglia mezza Italia la notte della messa in onda. E’ un pezzo buono e rappresenta bene l’album. La prima cosa da notare è la presenza di effettini elettronici stra-idioti che ricordano la partenza delle navi spaziali, ma in generale non danno fastidio, ci pensa la batteria di Travis a convincerci che i Blink 182 non stanno secherzando. Anche il testo è degno di nota quindi leggetelo!

Anche “After Midnight” era già conosciuta al grande pubblico grazie a quel fantastico giochino online del 182 che permetteva di ricevere la canzone gratuitamente. Anche questa canzone è in perfetta continuità col self-titled. E’ un pezzo costruito in modo abbastanza classico ma proprio per questo risulta molto piacevole ed orecchiabile.

“Snake Charmer” ha un titolo che mi ricorda i pokèmon – ma questo non interessa a nessuno – e secondo me è il sequel di Violence, ma siccome odio paragonare le canzoni ad altre canzoni fingete che non l’abbia scritto. Questo è il pezzo perfetto per imitare la strana pronuncia di Tom mentre si è annoiati (alla parola “spider” è difficile fare a meno di pensare ad I Miss You e ridere).
A questo punto avrete sicuramente notato che Mark canta troppo poco e la cosa vi sta dando noia e fastidio. Il finale è qualcosa di fuori luogo, Travis che picchia sulla batteria è sempre un piacere per e nostre orecchie ma se proprio doveva esistere quell’outro poteva almeno evitare di essere subito prima di “Heart’s All Gone Interlude”. Già avevo odiato il “Fallen Interlude” dell’album del 2003, questo è veramente insopportabile però. Sembra una roba messa lì solo per far numero.

“Heart’s All Gone” invece è un’altra canzone già conosciuta e, come avevo detto in precedenza, sembra un pezzo dei Pennywise (metafora che serve per esagerare), le strofe sono schifosamente punk-hard core, forse per la velocità o per i riff, non lo so ma è così. La cosa bella è che finalmente Mark canta un’intera canzone.

L’inizio di “Wishing Well” sembra un canto natalizio, ma quando parte veramente la canzone non si può fare altro che candidarla come miglior brano dell’album (take 2). Il “lalalaltattatatà” è come un pugno allo stomaco – in senso buono -. Nostalgia a palate. Il ritmo è molto catchy e ricorda i bei vecchi tempi, quindi thumbs up per wishing well! – i wish for a shooting star è una frase veramente gradevole alla pronuncia! –

Kaleidoscope dalle prime note promette bene, è cantata per la maggior parte da Mark ma la cosa che si nota di più è l’atmosfera creata dai colpi di Travis. Solo che sinceramente pochi secondi dopo l’ascolto mi ero già dimenticata dell’esistenza di questa canzone, quindi non sprecherò altre parole sull’argomento.

E’ il turno di “This Is Home” che potrebbe essere un patetico tentativo di convincere i fans del fatto che i Blink 182 sono sempre rimasti gli stessi. E ci sarebbero anche riusciti se avessero evitato l’intermezzo elettronico. Ad un certo punto c’è un giro di basso che veramente lascia libero accesso alla nostalgia. In generale è una canzone carina ed orecchiabile, nulla di eccezionale comunque.

La canzone successiva pare si intitoli “MH 4.18.2011” ed è una canzone piuttosto old school, e fa sorridere. Il testo è molto semplice e ti si stampa subito nella testa, lo starete canticchiando prima che ve ne possiate accorgere.

Con “Love is Dangerous” – titolo piuttosto banale – si ritorna al nuovo sound di sempre, e Tom canta con la sua voce da AVA e ansima ogni due parole – cosa fastidiosissima a parer mio -. Scusate ma questa non mi piace proprio,continua a ripetere “love, love is dangerous” per tutti i 4 minuti e rotti di canzone, Tom abbiamo capito che ti piace la parola “Love” però adesso basta. Eliminarla dall’album sarebbe fare un favore all’umanità.

L’intro di “Fighting For The Gravity” è insopportabile, ma non è abbastanza per stroncare una canzone diversa da tutte le altre. Questo brano non è orecchiabile, ma crea un’atmosfera strana, molto cupa, da fiato sospeso. L’aggettivo che meglio potrebbe descriverla credo sia “fantascientifica”. Provare per credere!

Infine, “Even If She Falls” è il più riuscito dei brani “nostalgici”. Un po’ troppo sdolcinata forse ma comunque molto catchy e piacevole. E’ la canzone perfetta per la voce di Tom probabilmente.

Non riesco a trovare un modo decente di concludere questa recensione quindi vi lascio con una riflessione:

Dal 2001, anno di pubblicazione di Take Off Your Pants And Jacket, tutti noi siamo cresciuti di 10 anni. Perché non riusciamo ad accettare che anche i Blink 182 siano cresciuti?

PS: non ho riletto quello che ho scritto per cui è probabile che ci siano errori di qualsiasi genere.

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Da me sui tetti ci sono solo i piccioni – I’m With You by Red Hot Chili Peppers

Di Chiara Cislaghi

Bene vorrei tanto poter recensire il concerto che i RHCP hanno fatto a Venice Beach il 30 luglio, ma purtroppo quel giorno le uniche waves che vedevo erano quelle del Ticino River…quindi..parliamo del tanto atteso quanto criticato (da chi poi?) “I’m with you”, che non è un singolo di Avril Lavigne ma il decimo album dei peperoncini della California (ecco io lo sapevo che sarei caduta in questa ovvietà..ma va bè il danno è ormai fatto). Quando mi è arrivata una foto (di dubbia provenienza per altro) di un enorme logo rosso dei RHCP con la scritta “SOON” appeso su un palazzo di un recording studio di L.A. sono andata in coma per un attimo ma poi ho realizzato:halleluja! Poi il logo è apparso sul sito e la scritta diceva “08.30.11” e da lì è cominciato il mio conto alla rovescia. Detta così sembra una cosa patetica ma miseriaccia son passati 5 e dico 5 luuuunghi anni da “Stadium Arcadium” .. avrò anche il diritto di dare di matto, no?? Ma parliamo del cd..il 30 agosto sono andata a prenderlo a Milano (sarei potuta andare a prenderlo al Saturn di Vittuone il giorno prima se non fosse che quei simpaticoni dei RHCP hanno mandato una mail alle 9 di sera del 29 agosto dicendo che l’uscita era stata anticipata di un giorno..va bè vi perdono) e quando l’ho visto sullo scaffale della Ricordi in Duomo le lacrime stavano per sgorgare (ma mi son contenuta perché se no la Monica mi avrebbe presa a randellate): era lì, ce l’avevo in mano, era reale. Si perché nonostante lo avessi già sentito via web in uno dei bar che, around the world (spero che qualcuno l’abbia capita), lo trasmettevano qualche giorno prima dell’uscita ufficiale, avere la copia in mano è tutta un’altra cosa. Bene adesso la pianto e comincio la recensione track by track dell’album.

1-Monarchy of roses: la canzone che apre il cd mi ha fatto pensare “Ma perché si sente male?” e invece no, scherzone, è fatto apposta..si apre infatti con una chitarra più sporca del solito..insomma dai tempi di Hillel Slovak non si sentiva una chitarra così..ma poi bam! Parte la voce pulita di Anthony e ti metti a sorridere come un ebete perché è proprio un album felice questo;

2-Factory of faith: il basso inconfondibile di Flea apre la seconda canzone e questa ci riporta un po’ a “One hot minute” (John Frusciante non me ne voglia per il fatto di aver nominato quell’album);

3-Brendan’s death song: scritta in onore di Bendan Mullen, il leggendario club promoter  e amico della band (fu lui che li fece salire sul palco una sera del 1983 ad aprire per i Bad Brains..ma questa è storia) morto nell’ottobre 2009. E’ una ballata alla “Porcelain”, ma stavolta non è un cosiddetto “pezzo riempitivo”, c’è (senza nulla togliere a “Porcelain” che a me piace un sacco) molto di più dietro..

4-Ethiopia:  il titolo deriva da un tour che hanno fatto al seguito del progetto Africa Express (associazione di musicisti africani e occidentali messa insieme da Damon Albarn, cantante dei Blur e che nella mia infanzia era candidato a mio futuro marito). Flea in particolare è rimasto molto colpito dal rapporto che la gente Africana ha con la musica, e lui stesso dice in un’intervista che “per loro è una cosa sacra”. Ma nel ritornello Anthony canta “Tell my boy/I love him so/thell him/so he knows” e questo ci ricorda che adesso anche Anthony è papà , che loro son cambiati da quando salivano sul palco col famoso calzino e niente più e che con loro è cambiato anche un po’ il loro stile;

5-Annie wants a baby: anche questa mi ricorda un’altra canzone dei RHCP, ovvero “This is the place” e non so bene il perché..cos’altro dire..non è tra le mie preferite dell’album ma è comunque un’ottima canzone;

6-Look around:  direi che questa è in pieno stile Red Hot degli ultimi anni..e  inizialmente mi ricorda “Purple Stain” (magari la pianto di paragonare le canzoni nuove con le vecchie);

7-The adventures of rain dance Maggie: primo singolo estratto dall’album nonché primo video dopo 5 anni. Che dire il video è secondo me la cosa più bella che abbiano mai fatto, e lo dico molto probabilmente per il mio smodato amore verso Venice Beach. E’ una canzone molto felice e, credetemi, se volete far piovere usatela perchè funziona!

8- Did I let you know?: diversa rispetto allo stile RHCP ma, ripeto, la gente cambia e così la musica; e se non vi sta bene andate a sentirvi “The uplift mofo party plan” (che è il mio album preferito se vi interessa) eccetera se vi piacciono quegli album e smettetela di sparare sentenze a caso. Abbiamo inoltre una fantastica trumpet e un Josh che canta nel ritornello (c’è anche nelle altre ma qui è bellissimo) ed è una cosa tanto carina;

9- Goodbye hooray: veloce e bam! Chili per tutti (meno male che non mi guadagno da vivere scrivendo recensioni..sarei già a vivere sotto i ponti) ! Ah nel booklet nella pagina di questa canzone c’è una mosca morta..poverella;

10-Happiness loves company: si apre con..Flea al piano! Si perché lui in questi anni ha studiato la musica ed ha anche aperto un conservatorio..comunque sia, tornando alla canzone..è la cosa più happy che abbia sentito da tempo e quando Anthony canta “Young lovers keep it pumping/in the streets of L.A.” vai col jump!!

11-Police station: non ho parole per descrivere questa canzone perché, sia per il testo che per la musica, è indescrivibile..personalmente mi ha smosso qualcosa dentro, all’altezza di dove voi avete il cuore e io (e molti altri) ho un asterisco rosso e scusate la pateticità della cosa per favore ;

12-Even you Brutus?: canzone nuova rispetto al solito, ma che nonostante tutto rispecchia, come tutto l’album d’altronde, il loro passato;

13-Meet me at the corner:  altra ballata alla Red Hot, dove Anthony  quasi manifesta il cambio di vita che è avvenuto col passare degli anni “Please don’t ask me who/who you think I am/I could live without that/I’m just a modest man”..cavolo sono lontani I calzini vero?? Uh e poi c’è forse un riferimento a un certo amore finito  “ I turn my head when I thought/I saw a sign/from the gods/that you weren’t meant to be mine/and it’s fine/(..)/Whenever I’m in/I thank you girl/for everywhere that we’ve been” ma queste sono solo supposizioni mie e quindi prive di qualsiasi fondamento logico ;

14-Dance,dance,dance: chiudere con una canzone che si intitola così non è molto normale, ma è appunto da loro.  E’ un invito a ballare, a divertirsi e a godersi la vita perché, e loro lo sanno bene, ce n’è una sola. Ah e di fianco alla pagina con il testo di questa canzone c’è Chad che si auto-infilza la mano con una  forchetta e che fa una smorfia di dolore che fa molto ridere..e..ma avete mai notato che Chad assomiglia a Will Ferrell??

Ah non ho parlato ne di Josh ne della copertina: per quanto riguarda Josh dico che è un 32enne che ha preso sulle spalle la responsabilità si sostituire John Frusciante(il quale a sua volta si era preso la responsabilità di sostituire Hillel Slovak) e direi che sta facendo un ottimo lavoro..bravo Josh! E per quanto riguarda la copertina.. una mosca su una pillola rosa e bianca..loro han detto che è a libera interpretazione..io non l’ho ancora trovata la mia (ma questo perché sono un po’ rimbambita)..e voi??

Dire che va tutto bene anche se si è tristi =( – Everything’s Fine by The Summer Set

 Di Chiara Cislaghi

Cacchio quanta bella musica è uscita nell’estate 2011! Il 19 luglio è uscito anche “Everything’s fine” , il nuovo album dei  The Summer Set. Non so in quanti conoscano questa band di Scottsdale, Arizona..io li ho conosciuti grazie alla Khelly che ha postato il video di “Love like this”, canzone tratta dall’omonimo album uscito nel 2009..non la ringrazierò mai abbastanza! Hanno iniziato a pubblicizzare l’album con un’operazione di marketing non convenzionale (come sono intelligente..ok no) fantastica: pubblicavano foto di questa faccia tonda bianca e nera con questa espressione =( e poi appariva la scritta Everything’s fine..bè geniale no? Faccia triste ma va tutto bene? Complimenti davvero! E’ un album completamente diverso dal precedente “Love like this” e dall’ancor precedente “…in colors” : quegli album erano molto party, questo è molto improntato sull’amore. Bene iniziamo con la recensione track by track:

1-About a girl: canzone che parla, appunto, di una ragazza e dell’amore per lei (“this is a song about a girl/this is a song about love/this is all for you”) che può condurre a qualcosa di più “if you want promises baby I got ‘em/bought a plastic ring if want it” e poi la geniale frase “ if we jump we could fall/if we jump we could fall in love”; In generale il sound è molto triste. Aprire in questo modo l’album potrebbe non sembrare una buona scelta, invece ci sta bene.

2-When we were young: eh già perchè adesso siete vecchi??oh avete la mia età! Bè però è vero quello che dice nella canzone..l’amore di quando hai 17 (“when we were young and reckless/dumb and fearless”) anni ti cambia e a 22 è diverso in ogni caso, sia che il precedente sia finito bene sia che sia finito male (“I never thought that we’d surrender/when I was yours and you were mine/(..)/but now we only even speak”)..è sempre bello ricordarlo perché alla fine “never regrets/no/we learned how to love”; Stavolta il ritmo è un po’ più incalzante, sempre poco danceable ma non induce al suicidio.

3-Someone like you: primo singolo estratto e primo video. Il video è molto happy yeah yeah (a parte i piedi del John che erano evitabili..nothing personal John!) e la canzone altrettanto! Parla di una ragazza assolutamente sbadata (“You got a price tag hanging on the back of your dress/(..)/you lock your keys in your car right next to your purse”), sempre in ritardo (“then 20 minutes late’s five early for you”) ma per la quale vale la pena attraversare il mondo;Questa è un’ottima scelta per un singolo estivo. Incontrare sulla spiaggia un gruppo di sfigati con chitarra e bonghi che la suonano e una ragazza latina dei vestiti colorati che balla sarebbe il top.

4-Back to the start: anche questa ballata parla di un amore finito non molto bene e che almeno uno dei due vorrebbe riprendere e ricominciare dall’inizio; Cosa già sentita e risentita, ma non dai Summer Set quindi bisognerebbe apprezzare.

5-Must be the music: qui torniamo un po’ a “Love like this”; la canzone parla infatti di un party dove si è bevuto troppo e le cose sono diventate un po’ weird ma che alla fine si possono riparare ridendoci sopra, a parte forse la parte in cui “stole my best friend’s girl/now I’m going to hell”  XD ; Le parole sono pronunciate troppo velocemente ma ti viene lo stesso voglia di cantarle. Poi a uno viene spontaneo chiedersi: “ma che cavolo di feste fanno gli americani?”

6-Thik as thieves: l’amore è più forte del fatto di avere tutti contro; e viene qui espresso, inoltre, il desiderio di andarsene via e vivere così per sempre “As long as i’m with you girl I don’t care/I’ll grow a mustache you’ll cut off you hair/(..)/always and forever/you and I together”; Il sound è molto finto folk e si addice perfettamente al testo.

7-Mannequin: canzone geniale a parer mio, si parla infatti di un altro rapporto finito male e di un terzo soggetto che arriva e fa l’eroe salvando la povera donzella (“then he came in/stitched up the pieces like some kinda hero/I,I bet/it was easy to act like a damsel in distress”); ma c’è anche la consapevolezza che con lui, lei non sarà mai felice come era quando stavano insieme loro due, perché lui la tratta come una manichino, un trofeo da esibire e il cantante li  maledice dicendogli che un giorno li vedrà entrambi all’inferno e che scommette che quando sono a letto lei pensi ancora a lui..bè bell’augurio no?;

8-Mona Lisa: credo sia la più geniale ed originale dichiarazione d’amore degli ultimi..bo..tanti anni..cioè:ruberei la Mona Lisa per te ma non la terrei perché so che il giorno dopo mi sveglierei accanto a te (e sott’inteso: tu sei più bella della Mona Lisa), comprerei il Taj Mahal e non lo visiterei se quello fosse il prezzo da pagare per stare con te, accenderei tutte le luci di New York ma sarei comunque cieco se tu non fossi con me. Gioia mia, chiunque tu sia, fai contento questo povero ragazzo disperato! Poi non è nemmeno brutto, ed è un musicista. Hai già 3 buone ragioni per starci!

Tutto ciò è ovviamente accompagnato dalla chitarra classica e poco altro, ma basta e avanza.

9-Begin again: la canzone parte con delle voci (credo la Jess, il John, lo Stephen, il Josh e il Brian ovvero  The Summer Set) che dicono a turno “Everything’s fine” e la canzone parla appunto di questo: che nonostante tutto quello che può succederti, va tutto bene!Qualsiasi cosa accada, si ricomincia da capo! E’ il pezzo che si candida come anthem of a generation (generation composta da una decina di persone visto lo scarso pubblico di questa band) Comunque è il pezzo perfetto per strapparti un sorriso quando pensi che la tua vita faccia schifo.

10-Love to you: canzone very very happy yeah yeah in cui il cantante dichiara tutto il suo amore a qualcuna o a qualcosa (ha infatti dichiarato: potrebbe essere rivolta ad una ragazza o anche al mio cane..decidete voi!ma che carino il Brian! – ma secondo me comunque è il cane – Jimmy –) dicendogli “always give my L-O-V-E-T-O-Y-O-U”;

11-Don’t let me go: la canzone che chiude l’album è una ballata triste nella quale si chiede di non lasciarmi andare, che qualcuno mi aiuti perché non sono troppo giù, se c’è qualcuno che sta ascoltando venga ad aiutarmi e non mi lasci andare; perché tutto cambia e i ricordi son difficili da cancellare e, a volte, fanno male.

Bene ho finito di parlarvi d’amore e di causarvi il diabete..declino ogni responsabilità per eventuali stati depressivi, estremamente felici oppure diabeti improvvisi! Alla prossima! O forse no?

E’ Tutta Colpa Di Gabe – Night Shades by Cobra Starship

Di Michela Rognoni con la gentile collaborazione di Michela Ravasio

Dopo anni di scelte discutibili (come sciogliere i midtown) Gabe Saporta e i suoi Cobra Starship con Night Shades ci offrono un’atmosfera da giro in autopista alle feste di paese.

Se volete ascoltare un disco per farvi emozionare da musica e testi dovreste evitare di ascoltare questo disco. Se invece ciò che volete è divertirvi, fare i tamarri in macchina e dimenticare i problemi del mondo mettetevelo in loop, non vi deluderà. Non mi va di parlare bene di questo disco. Ma non mi va nemmeno di stroncarlo.

Da come stavano andando le cose con viva la cobra e hot mess ci si aspettava una continuazione su quella linea. Musica elettronica con riff ancora un po’ pesanti. Invece il caro Ryland appende la chitarra al chiodo e si lancia alla scoperta del Synth.

Fare una recensione traccia per traccia sarebbe superfluo (sarebbe anche spoiling per quelli di voi che non l’hanno ancora sentito, non voglio rovinarvi la sorpresa, non questa volta).

Questo disco presenta svariate collaborazioni con la gente più disparata (dalle plastiscines ai jump into gospel) – non vorrei dire che questo sia legato al fatto che gabe non ce la fa più a cantare da solo, però in effetti è quello che penso – , infatti anche il primo singolo estratto “You Make Me Feel…” presenta la firma di Sabi (che non so chi sia in realtà) ,sta sbancando le classifiche e – a causa del genere molto in voga – passa addirittura qualche volta su qualche radio italiana.

Middle Finger è la traccia che mi ispira di più, non so dire esattamente perchè ma trovo che sia perfetta per fare il maranza coi finestrini abbassati quando si beccano i semafori rossi.

Le altre canzoni, tra cui “Don’t Blame The World, It’s DJ’s Fault” (che dovrebbe chiamarsi don’t blame the world, it’s GABE fault) sono più indicate per passare a prendere gli amici sotto casa facendosi riconoscere da tutto il palazzo oppure, ed è il caso di “#1 Night”, per fermarsi davanti alle discoteche a far scendere gli amici prima di fare manovra e parcheggiare.

Bene direi che questa recensione è pronta per volgere al termine e concluderei dicendo che c’è Gabilliam ovunque. Nuovo giro, nuova corsa! Inserite il gettone e tra fumi bianchi e luci colorate possiamo ricominciare da “You Belong To Me”.

Se sei nel dubbio, chiedilo a Ryan Key su twitter! – When You’re Through Thinking Say Yes by Yellowcard

 di Michela Rognoni

Dopo aver pianto lacrime amare per lo pseudo scioglimento degli Yellowcard nel lontano 2007,

When You’re Through Thinking Say Yes, settimo album in studio della band, rappresenta un ritorno al passato.

La distanza dalle scene ha fatto bene alla band che si ripresenta dopo quattro anni dal non perfettamente riuscito “Paperwalls” in ottima forma e con un lavoro del tutto convincente.

I primi secondi di The Sound Of You And Me mi hanno disorientata, ricordandomi un pezzo ska-punk (mi ha ricordato gli ultimi lavori degli Shandon, non so se possa interessarvi), ma subito dopo il pezzo si trasforma lasciando intravedere quello che ci si dovrà aspettare dall’album: tanta energia e tante emozioni in perfetto stile yellowcard.

Il primo singolo estratto, For You And Your Denial si apre col violino di Sean Mackin – come tutte le migliori canzoni del gruppo -. Qui il testo è catchy quanto la musica: ti farà diventare pazzo risuonandoti nella testa per almeno 13 ore dopo il primo ascolto.

Con With You Around si mantiene alto il livello d’energia. Se il vostro animo è esageratamente californiano e avete passato delle esperienze simili a quelle narrate nel testo – e soprattutto se vi piacciono i Saves The Day – questo è il pezzo che fa per voi! Potrebbe essere l’ Ocean Avenue della nuova generazione.

Se avete ascoltato gli Yellowcard almeno una volta nella vostra vita, sarete sicuramente a conoscenza del fatto che scrivono delle ballad strappalacrime da paura. Hang You Up, secondo singolo estratto, è una di queste. Voce cantilenante, parole d’amore, chitarra acustica e il solito violino che incupisce i toni.

Ci pensa Life Of Living Home ad asciugarci le lacrime. Testo autobiografico come piace fare al signor Key. Ritmo sostenuto, violino punzecchiante ma l’atmosfera solare del primo trittico non è ancora ritornata. Stava aspettando che iniziasse Hide probabilmente. Ci sono gli oooh oooh che ci piacciono tanto e c’è anche la voglia di saltare come degli idioti.

Soundtrack. E qui dirò una cosa senza senso ma devo dirla perché mi preme di farlo: questo pezzo mi ricorda un pezzo di un gruppo emergente italiano che dovete assolutamente ascoltare, ovvero, gli A Place In The Sun. Chiusa questa parentesi non resta molto da dire, continua l’atmosfera da school party e c’è un pezzo a due voci che è esaltantissimo. E’ uno dei pezzi più belli del disco.

Sing For Me è un’altra ballad, ancora più strappalacrime di Hang You Up. Piena di speranza e d’amore. Non ascoltatela se vi è successso qualcosa di brutto, cioè fatelo solo se non sapete l’inglese o se siete masochisti.

Immediatamente dopo con See Me Smiling sembra che stiano seguendo lo stesso schema di Hang You Up/Life Of Leaving Home. E’ decisamente un pezzo energico ma non solare, gli strumenti non sono più tristi ma sono un po’ arrabbiati e danno al pezzo una carica particolare.

Ci pensa Be The Young a chiudere in bellezza: ammorbidisce i toni e incupisce ancora un po’ l’atmosfera come tutte le ultime tracce dei dischi dovrebbero fare. Il testo è la cosa più bella del pezzo e potrebbe anche lanciare un messaggio da parte della band: Growing up has just begun.

In conclusione niente intermezzi elettronici e niente cambiamenti radicali sono la chiave per far breccia nei cuori dei nostalgici del pop punk che secondo Gabe Saporta è così ’05.

 

Gli Yellowcard saranno in concerto in Italia il 3 settembre al Rock Planet di Pinarella di Cervia.

Sono Matty Lewis: il mio nuovo hairstyle non piace a tutti, ma il nuovo album della mia band dovrebbe. – Get Nice! by Zebrahead

 Di Michela Rognoni

In mezzo ai vari Seth Cohen e Marissa Cooper, ad Orange County, di tanto in tanto appaiono degli elementi particolari tipo gli Zebrahead che, attivi dal 1996, decidono quest estate di portare un po’ di sole anche nel resto del mondo, lanciando il loro nono lavoro in studio, Get Nice!

Quello che ha sempre caratterizzato la band è il loro genere eclettico che pesca quel che serve dal pop punk, dal rap, da qualche genere che finisce con core e una spruzzatina di funk.

In questo album non si smentiscono, dopotutto è proprio questo che ha permesso loro di cavalcare le onde per quasi quindici anni, ma di certo non mancano le sorprese: infatti buona parte del disco presenta delle melodie un po’ più aggressive e pesanti rispetto al solito.
Non vi preoccupate, restano uno dei gruppi più Party sulla scena!

 Inseriamo il disco nello stereo.

Aspettiamo pochi secondi e parte “Blackout” con un’intro effetto mono che però ci mette molto poco ad esplodere nelle casse. Questa è una delle tracce aggressive, meno voglia di ballare e più impulsi di sfasciare il mondo. Di certo l’energia non manca, è un imput favoloso.

Nothing To Lose” invece è un ritorno ai vecchi Zebrahead. Questo pezzo fa tirare un sospiro di sollievo a quei fans che non amano i cambiamenti. Dopo il secondo ascolto non riuscirete mai più a levarvi il ritornello dalla testa. Il rap di Ali domina la scena.

She Don’t Wanna Rock” segue su questa scia. All’inizio ricorda un po’ i Beastie Boys, o la colonna sonora di un teen movie della Disney in cui qualche giovincello nerd sorprende tutti con passi di break dance durante il ballo della scuola e la reginetta alla fine scappa con lui. Le parole “she said I can’t bang my head” bastano a farti muovere veramente la testa.

Ricky Bobby” è il primo singolo estratto. Ed è estremamente (melodic) qualsiasicosaCORE. Ancora voglia di spaccare il mondo durante le strofe, alternata a voglia di ballare nel ritornello. C’è anche un assolo, probabilmente la cosa che più si avvicina ad un virtuosimo che possa essere tollerata in questo genere musicale. Quello che domina qui è la nuova capigliatura di Matty (scusate, morivo dalla voglia di scriverlo).

Get Nice!” è IL summer anthem 2011. non ci sono altre parole per descriverlo.”We can prove them wrong if you throw your hands up”. L’atmosfera da pool party, l’allegria, gli hey hey hey, ti fanno sentire sulla pelle il sole della California , ti spediscono sulla spiaggia con un cocktail alla frutta in mano, ti fanno sentire il sale nei capelli. Per questo “summer anthem” è l’unica descrizione che posso darvi. Perché con la testa sono in California e non davanti ad un computer.

Segue “The Joke’s On You”. Da questa traccia in poi l’album è ufficialmente “più pesante”. La voce di Ali sta sempre dominando la scena, ma il potente riff nel sottofondo gli da del filo da torcere. Pseudo-virtuosismi anche qui. Questi ragazzi sanno quello che fanno.

Nudist Priest” comincia con una sirena che si trasforma in uoooooh, il ritmo incalzante, quasi ska, lascia poi spazio ad un sound più melodic hardcore che lascia poi spazio ad un ritornello superorecchiabile che si conclude ancora in un uooooo. Questa è circa la struttura della canzone, eccetto per il bridge che secondo me potrebbe funzionare come sigla per qualche serie TV per teenagers.

A me Galileo non mi è mai stato così simpatico, quindi in un certo senso mi fa piacere sapere che fosse nel torto. No, non sto vaneggiando, è solo che la prossima canzone di intitola “Galileo Was Wrong” e mantiene anch’essa il sound più duro di cui vi parlavo prima. Con la presenza di ulteriori non-virtuosismi nel ponte, questa si candida al titolo di “canzone meno orecchiabile dell’album”. (le parole pronunciate così velocemente sembrano lanciarti una sfida. Dicono “impaaaaraci, impaaaaraci. Impresa impossibile per noi italiani).

È la volta di “Truck Stops And Tail Lights”. Vi giuro che quando l’ho sentita ho pensato ad una collaborazione perché la voce all’inizio mi ricorda particolarmente gli Offspring, non so bene per quale motivo. Il pezzo poi esplode grazie al ritmo incalzante da discoteca rock. E’ il pezzo perfetto su cui esaltrarsi per cose futili, e nel bridge si può fare tantissimo air guitar. Dovrebbe essere inserito in qualche Guitar Hero.

Da “I’m Definitely Not Gonna Miss You” potreste aspettarvi una tipica, banalissima break up song. E invece… no aspettate, effettivamente è una tipica banalissima break up song. Solo che il banale degli Zebrahead non è banale. Quindi è tutto a posto. Testo semplice e di grande impatto. In effetti, quella persona di cui stanno parlando non manca nemmeno a me. Nanna nanna na na na na!

To Bored To Bleed” ha un bellissimo testo. Come per la maggior parte dell’album le lyrics sono più serie e mature – non si parla solo di party più che altro -. Non c’è molto altro da dire.

Kiss Your Ass Goodbye” sarebbe degna di nota anche solo per il titolo. È qualcosa che non mi aspettavo. Credo che sia la cosa più vicina ad una ballad che gli Zebrahead potrebbero mai fare.. E non è per niente una ballad! Resterete sorpresi probabilmente.

L’inizio di “This is Gonna Hurt You Way More Than It’s Gonna Hurt Me” va cantato a squarciagola da sbronzi. Farebbe un effetto bellissimo. Per il resto è perfetta come inno di fine estate, un po’ malinconica ma sempre ricca di energia e voglia di vivere. Perfetto stile Zebrahead, è vietato non divertirsi (anche quando si è tristi).

Demon Days” è il pezzo di chiusura. E si chiude in grande stile direi! Si tratta sempre di un pezzo forte e orecchiabile. Molto anni 90 anche oserei dire (forse sono io che sono in vena ma anche questo mi ricorda gli offspring).
Dopo aver sentito questo pezzo di spegnere lo stereo non se ne parla proprio. Rimettete il CD da capo o se proprio volete cambiare, mettete Phoenix!

GLI ZEBRAHEAD SARANNO IN CONCERTO PER L’UNICA DATA ITALIANA IL 13 NOVEMBRE 2011 ALLA ROCK ‘N ROLL ARENA DI ROMAGNANO SESIA.