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Le magiche recensioni degli ultimi dischi

La ragione per cui gli Asking Alexandria non avrebbero dovuto vincere un Kerrang! Award – So Alive by Octane OK

 Di Michela Rognoni

So Alive è il primo EP rilasciato dagli inglesi, nominati ai Kerrang! Awards come best british newcomer, Octane OK, ed uscirà il 22 agosto.
(Io sono già in possesso di una copia autografata perchè li ho pregati di allargare il pre-order anche all’Italia.)

Partiamo dal principio:

Mi sono innamorata di questa band sentendola dal vivo alla O2 Academy a Londra mentre aprivano il concerto degli Sugarcult ed è stata una delle poche volte nella mia vita in cui una band di spalla sconosciuta mi è piaciuta più degli headliner. Al concerto ho avuto il piacere di ascoltare molte più canzoni rispetto a quelle contenute nel disco, come ad esempio Take Take che è una delle canzoni più orecchiabili che esistano visto che dopo un minuto di canzone gia ero in grado di canticchiare il ritornello e ho rotto i maroni a chiunque anche nei giorni seguenti.

La band è formata da quattro elementi, tutti molto giovani:

Paul Tandy – Voce e chitarra

Mikey Rainsford – Chitarra e voce

Tom Weston – Batteria

Drew Comley – Basso e voce.

Il loro suono è un’esaltazione tipico British rock giovanile insaporito con qualche goccia di pop punk tipicamente americano che non fa mai male.

The One è il brano con cui si apre il sipario con degli effetti simili a quelli utilizzati dagli ultimi vanilla sky (nomino loro perchè essendo italiani sono conosciuti più o meno da tutti).

Ma non bisogna lasciarsi ingannare da così poco, il ritornello diventa decisamente molto più rock.
Il testo parla d’amore, come la maggior parte dei testi in questo EP.

Segue Pretty Lady, canzone un po’ più pesante dal ritmo incalzante scandito da vari “Hey! Hey!” e seconde voci distorte di sottofondo. Il testo è molto ripetitivo ma non così tanto da diventare monotono.

Fly Again è uno dei pezzi forti della band essendo anche associata ad un video presente sul canale you tube della band. Ed effettivamente questo è uno dei pezzi più belli del disco, anche grazie al testo ricco di forza e di speranza, quasi un inno che recita “so you can’t hurt me/ the way you want to/I’m getting older/I’m feeling stronger/ the time has come to fly again””

Anche Courtain Call possiede un video musicale, che va addirittura in onda su Kerrang! TV. Questo è probabilmente il pezzo più conosciuto della band, il cui pregio migliore è la voce potente e pulita di Tandy. In questo pezzo è presente anche un assolo di chitarra di Mikey degno di nota (non illudetevi,è pur sempre pop rock).

Il disco si chiude con una versione acustica di Parties Over che è una canzone da sposare. Accompagnata da chitarre e pianoforte la voce di Tandy riesce a trasmettere molta emozione e la contrapposizione con delle seconde voci che sembrano appena accennate riesce a regalarti un senso di pace interiore capace di farti dimenticare che questo purtroppo è soltanto un EP di cinque canzoni.

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Ci sono persone di cui si può allegramente fare a meno – Vices & Virtues by Panic! At The Disco

 Di Michela Rognoni

Come probabilmente direbbero i nostri nonni in qualche dialetto strano, dal 2005 ne è passata di acqua sotto i ponti. Ed i vari cambiamenti sono evidentissimi in casa Panic! At The Disco, dato che il numero di componenti si riduce a due con l’abbandono da parte di Jon Walker e Ryan Ross – rispettivamente basso e chitarra/songwriter – .

Se “Pretty Odd” era un album marchiato dalla volontà di potenza di Ryan Ross, wannabe frontman sempre oscurato dal carisma di Brendon (IMHO), “Vices & Virtues” sembra gridare “Brendon e Spencer se la cavano benissimo anche da soli”.

Non solo abbandoni, ma anche il grande ritorno del “!” dopo la parola Panic. Sarà forse una frecciatina, o un ritorno al futuro, o magari una squallida trovata commerciale, ma dovete ammettere che è molto carino! (io ci sono sempre stata affezionata).

Vices & Virtues, da quanto è stato spiegato dalla band in diverse interviste, vuole analizzare vizi e virtù della vita umana, quella che più o meno tutti viviamo quando non siamo fissi dietro allo schermo di un computer come delle amebe.

Oltre all’album i Panic! At The Diso hanno anche pubblicato sul proprio canale di You Tube un cortometraggio “The Overture” che contiene quattro pezzi di Vices & Virtues, è una storia avvincente, vi consigli di guardarlo se ancora non l’avete fatto.

Ma passiamo a parlare seriamente dell’album:

The Ballad Of Mona Lisa è il primo singolo estratto. Come avrete potuto intuire dal titolo, si tratta di una ballad dalle sonorità un po’ noir (perchè scrivere dark sarebbe troppo mainstream) e dal ritornello estremamente orecchiabile – se siete dei fans della band o avete ascoltato questa canzone in casa vostra per più di due volte, state pur certi che un giorno beccherete i vostri genitori impegnati in un “uooooo mona lisa” -. Il video è sembrato a tutti una versione più “Tim Burton” di quello di “I write sins not tragedies” ed è stato interpretato come un ritorno alle origini, e anche secondo me la cosa avrebbe assolutamente senso, quindi la passerò per buona.
Segue Let’s Kill Tonight: una danza ritmata in cui nessuno viene ucciso, a parte il tempo e la noia. Sarete incitati a battere mani e piedi, e senza che abbiate il tempo di accorgervene lo starete già facendo.

Si continua a ballare con Hurricane, che ha come argomento il sesso come divertimento, il sesso a pagamento, il sesso in senso estetico come era inteso da D’Annunzio. Il sesso insomma. E la pace ed il benessere che è in grado di produrre.

Si smorzano decisamente i toni con Memories, la ballata più demotivante che sia mai stata scritta. Se avevate qualche intenzione di tentare una fuga d’amore col vostro partner o se eravate convinti di essere indipendenti e di potervela cavare da soli, dopo aver sentito questa canzone vorrete restare a casa di mamma il più a lungo possibile.

Trade Mistakes è una ballata un po’ più rockeggiante anche se dall’incipit non sembrerebbe. Fallire in amore capita a tutti. Non capita a tutti invece di creare mantra in cui si barattano sbagli con pecore per farli svanire.

Si ricomincia a scatenarsi con Ready To Go,secondo singolo estratto, ma non mi fermerò troppo a parlarne perché trovo che sia il brano più inutile dell’album. Un sacco di ohohoh che rendono il tutto super-orecchiabile.

Always è quanto di più dolce potrete trovare in un disco ballabile come questo. Continue giustapposizioni di immagini melodrammatiche e romantiche ma mai scontate. (la mosca sola soletta nella tela del ragno morto è la mia preferita seguita dalla luce che ammicca alla fine della strada). Dolce e Armoniosa anche la voce di Brendon che contribuisce a rendere tutto più magico.

The Calendar ci ricorda che qualunque cosa accada, il tempo continuerà a scorrere veloce, e pian piano tutto non sarà altro che un ricordo (IMOH non mi andava di dire che parla dell’abbandono degli ex membri perché secondo me ci sono riferimenti molto più espliciti di questo ma siccome non abito nella testa dei songwriters non vorrei cadere in conclusioni affrettate.)

Sarah Smile ti fa sentire i vecchi Panic! nelle ossa. E’ una canzone d’amore ironica e divertente. Se avete un’amica di nome Sara comincerete a stargli addosso con questo ritornello ancora una volta troppo catchy.

Nearly Witches (Ever Since We Met) è la canzone che chiude l’edizione standard dell’album. Anche questa è sporcata dal sound tipico dei vecchi Panic! Sembra di essere ad uno spettacolo di burlesque e cose così. Ti viene voglia di fare movimenti imbarazzanti. Eccetto il ritornello e le voci dei bambini di un coro che dicono Mona Lisa pleased to please ya.

Nella deluxe edition invece ci sono ben 4 bonus track:

Stall Me, notevole soprattutto per il testo. Non vi anticipo nulla, dovreste assolutamente ascoltarla!Acuti di Brendon degni di nota.
Oh Glory , che sarebbe la canzone più bella del disco se fosse una traccia ufficiale. Troppo danceable per essere vera.

I Wanna Be Free: le percussioni ti inducono a fare dei rumori strani con la lingua. La canzone ha quest’aria sognante, e Brendon spara un altro acuto degno di nota (se dovessi scoprire che dal vivo non li sa fare perderei fiducia nell’umanità)

Turn Off The Lights ha semplicemente un titolo perfetto per chiudere un album.

(being a yobster is a) DIRTY WORK by All Time Low

di Michela Rognoni 

E’ stata già pubblicata da Freak Promotion, ma siccome è opera mia mi sembra giusto farla apparire quì come primo post:

Ne sono state dette di tutti i colori sul quarto album degli All Time Low , “Dirty Work”: alcuni affermano che la “diversità” di questo disco rispetto ai precedenti sia data dal voler smentire le voci che li accusano di “voler imitare i Blink 182”, altri credono che sia stata solo una scelta commerciale… ma a nessuno è ancora venuto in mente che forse gli All Time Low stanno solo crescendo e sentono il bisogno di sperimentare e provare strade nuove per definire al meglio la loro forte personalità.

Dirty Work rappresenta una sorta di sintesi degli ultimi decenni: riprende i ritornelli e riff orecchiabili tipici del pop punk degli ultimi anni 90 e ci aggiunge sonorità più elettroniche come si usa fare di questi tempi.

Do You Want Me (Dead) che però sul mio computer si chiama art of state perchè il mio cd originale versione deluxe è evidentemente una cinesata – apre il cd al meglio dando una potente scarica di energia all’ascoltatore.

I Feel Like Dancing è il primo singolo estratto e mette veramente voglia di ballare! È un singolo molto “party”, perfetto per rappresentare l’essenza dei 4 del Maryland.

Segue Guts, uno dei pezzi più belli del disco, nobilitato dalla presenza della voce femminile di Maja Iversson (The Sound).

Non mi sono ancora soffermata sui testi e con Time Bomb è giunto il momento di farlo: in generale i testi sembrano più maturi e personali, sempre con quel tocco di spensieratezza ed ironia ma capaci di far provare, dopo ogni ascolto, diverse emozioni.

Ci si continua a scatenare con Just The Way I’m Not, dopodiché, non so per quale assurdo motivo, ma con Under A Paper Moon si capisce che qualcosa sta iniziando a cambiare e che questo non sarà uno qualunque tra i dischi degli All Time Low.

Return the Favour si orienta su uno stile un po’ diverso – che però non si accosta assolutamente a quello dei Panic! At The Disco come gente teoricamente più preparata di me si ostina a dire – sonorità più ricercate e la dolce melodia di un piano che ci accompagna dall’inizio alla fine della canzone. Veramente un ottimo lavoro.

No Idea potrebbe benissimo essere un sequel di “Too Much” per la ripetitività e la lentezza con cui procede il brano e per il testo strappalacrime.

Daydream Away dovrebbe essere la ballata della situazione ma, secondo il mio modesto parere, purtroppo non regge il confronto con “Therapy” e “Remembering Sunday”, l’atmosfera è piacevole, il testo molto sincero, non ha niente che non va, solo lascia un po’ di amaro in bocca.

Non abbiamo nemmeno fatto in tempo a riprendere fiato che ritornano i pezzi scatenati da “dance all night long”, gli “anthem of a generation”: That Girl, Heroes e Get down on your knees and tell me you love me: la prima è così dannatamente catchy che dopo il primo ascolto si è già imparato il testo a memoria, la seconda racconta di un’esperienza così popolare che diventa impossibile non rispecchiarsi in essa e la terza bè…ti fa capire che se l’amore fosse tutto rose e fiori la buona musica non esisterebbe. Questa canzone potrebbe benissimo essere inserita in Nothing Personal, ma questa è solo la mia idea – niente di personale. –

My Only One invece recupera tutto quello che “Daydream Away” si era persa per strada. Immaginate la scena: è quasi il tramonto di una giornata molto piacevole, state guidando la vostra macchina, dai finestrini vedete distese d’erba e colori estivi, questa canzone è alla radio e voi cosa state facendo? Niente. Solo non riuscite a togliervi quel sorriso da ebete che è stampato sulle vostre labbra.