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Rivivi con noi tutte le emozioni della musica dal vivo!

Ieri i Bane hanno suonato con gruppi schifosissimi – Bane @ Hell On Earth, Voodoo Club Comacchio

Di Rensh

Premessa: se hai i dilatatori larghi o tantissimi tatuaggi non leggere.

Allora. Prima di tutto, i Bane suonano da metà anni 90, fanno hardcore, e sono il miglior gruppo del mondo. Il loro cantante è abbastanza brutto, tanto che se cerchi il suo nome su google uno dei primi suggerimenti è “ugly”. Però gli vogliamo tantissimo bene.

Sono riuscito a vedermeli una volta all’anno, dal 2007 ad oggi, ed ogni volta è stato il migliore concerto dell’anno o quasi (si capisce che sono proprio di parte?). A sto giro però non è certo andata bene, non è colpa loro – NON SIA MAI -, solo che sono stati accorpati al carrozzone di cattivo gusto chiamato Hell On Earth Tour. Insomma, questi signori dell’Hell On Earth Tour non sapevano più chi chiamare per rendere interessante il loro festival itinerante e han chiamato loro, gli eroi mondiali del positive hardcore, che quindi si sono ritrovati a dividere un pullman sponsorizzato dalla Monster con gruppi tipo Unearth, Evergreen Terrace, Cas.. basta non ce la faccio più neanche a nominarli.

L’unica data Italiana è il 18 Settembre 2011 al Voodoo Club a Comacchio, dove ci sono le zanzare. Il concerto inizia verso le 7 di sera e costa 17 euro in prevendita, che vabbé, per tutti quei gruppi è un prezzo buono. Ah tra l’altro la data italiana è organizzata da gente ok che ogni anno organizza il festival INTO THE PIT (e infatti questa data dell’Hell On Earth è stata inglobata proprio nell’into the pit, che però di solito è a Vicenza ma sono sottigliezze).

Il primo gruppo sono gli… vado a controllare. Ah ecco, As A Drop Of Blood, che sono italiani, e fanno quello che piace a chi è venuto a questo concerto. Non so bene cosa sia, penso si chiami beatdown, o metalcore, io lo chiamerei hardcore tamarro. Alla fine non sono neanche malaccio, nel genere (un genere orripilante però, per me, ma i gusti son gusti!), quindi niente critiche negative. Nel frattempo qualcuno inizia a tirare calci all’aria e a moshare in malissimo modo. Inizio a guardarmi intorno e a realizzare che no, i Bane sarebbero dovuti venire da soli. Ciò che mi circonda è (in maggioranza, c’è anche una trentina di persone che ha la mia approvazione!) una massa di fashion-hardcore-kids-bla-bla-maglietta giusta-dilatatore-mosse imparate su youtube-eccetera. Oppure metallari presi benissimo. Contenti loro.

Poi ci sono i Casey Jones, credo, di cui avevo visto un video in cui si mettono a odiare chi non è straight edge come loro. Musicalmente non sono male (anzi sì), però hanno un modo di fare che non mi piace affatto. Ma io ho i gusti difficili, critico tutto, eccetera.

Saranno tipo le otto e mezza, e arrivano sul palco i Nasty, il gruppo più tamarro di sempre. Vengono dal belgio, e infatti non fanno che ripetere “allez allez”. Sono TREMENDI, e c’è anche gente che canta le loro canzoni. Ora mi sto ricordando che me ne sono uscito dopo poche canzoni. Ah, uno dei Nasty aveva una maglietta con scritto una cosa tipo: fuck positive hardcore. Cosa direbbero i…

BANE. Finalmente. Dalla prima nota si crea un bel casino sotto al palco, grazie alla parte buona del pubblico (con qualche intruso!), con tanti singalongs per ogni canzone, stage diving continui, mosh anche violento in alcuni tratti, e qualche circle pit nei momenti giusti. Oh, i Bane hanno qualcosa come 40 anni a testa e ancora riescono a suonare hardcore alla grande. Io sono proprio contento, anche se è da anni che fanno sempre le stesse canzoni, però l’importante è che le facciano bene. Can We Start Again, My Therapy, oh insomma è stato una bomba come al solito! Che poi ogni tour potrebbe essere l’ultimo quindi meglio incrociare le dita e godersi ogni ritorno in Italia al meglio.

Poi suonano i… dai, non prendiamoci in giro, dopo i Bane me ne sono andato. Alle 10 di sera. In campeggio a Comacchio. E ha piovuto un sacco nella mia tenda.

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Quelli alternativi sostengono che la musica italiana sia una merda – Caparezza @Metalrock Pisa 09-09-11

 Di Elisa Susini

Foto di Elisa Susini

 !AVVERTENZE!

Nessun surfista è stato maltrattato durante la stesura di questo post. Le persone citate sono in realtà creature mitologiche che popolano, a vostra insaputa, i vostri armadi. Fingete di conoscerli e nessuno si farà male.Ogni riferimento a gruppi emergenti italiani tipo gli Skylong è puramente casuale. -Jimmy-

È dal 2003 che io e Matte ascoltiamo Caparezza, da quando mtv era ancora un canale musicale e passava Il Secondo Secondo Me. E finalmente lo andiamo a vedere in concerto al Metarock a Pisa.
Appena arrivati recuperiamo la Vale, la Vane e Edo. Siamo pronti!
Prima di Caparezza suona un po’ Manu PHL, che praticamente è Er Piotta della Torre Pendente per intendersi e noi ci dilettiamo a fare il Fist Pump durante tutte le sue canzoni, da veri guidos.

Ad un certo punto sono le 10 e iniziamo a sentire canzoni natalizie, sembra di essere dentro al Rockefeller Centre di New York in pieno Xmas Time, inizia anche a nevicare tanto sapone sulle nostre teste e sul palco ci sono due renne e un Babbone Natale. Poi BOOM, arriva Caparezza, parte il delirio e decidiamo di farci travolgere tutti insieme sulle note di Ilaria Condizionata.
Il Rezza Capa è una macchinetta e siccome dobbiamo farci le ossa per quando verranno i Rancid in Italia, abbiamo deciso di pogare ininterrottamente dando inizo al Road To Rancid Tour – praticamente abbiamo un anno per dare il meglio di noi ai concerti e poter arrivare a quello dei Rancid in forma per resistere in mezzo alla fine del mondo, ma questa è un’altra storia -.
Il Road to Rancid in mezzo alla polvere si interrompe non perché stavamo mangiando la terra, ma perché il Capa canta Eroe -su cui non è proprio il caso di pogare -, ed è stata da brividi. Io e Matte eravamo in catarsi.
Dopo la catarsi parte tutta una sfilza di canzoni del cd nuovo, tutte belle e tutte introdotte alla grande da quel ricciolone che era sul palco .. to name a few: La Ghigliottina, Sono il tuo Sogno Eretico, Il Dito Medio di Galileo, Chi se ne frega della Musica.

Fra una canzone e l’altra il Capa saltava, raccontava cose divertentissime, si mascherava, faceva sketch e faceva riflettere. Che mito!
a metà concerto c’è un medley di una canzone per ogni album e dopodiché è la volta di Legalize The Premier.

In mezzo alla polvere poi scontro col Barso e accanto a lui c’era una matta con una sciarpa legata alla bocca per non respirare lo sporco, e non poteva che essere la Pardo. Durante una canzone che non conoscevo ho anche preso una testata dal Brennnon, che ha visto più volte gli Skylong e a lui non hanno mai dato buca, ma si lamentava per aver perso il Tommo, Cricri e Ric. Durante la canzone successiva, Non Siete Stato Voi, il povero Brennon perderà anche me. Altro momento iper-catartico per me, soprattutto quando alla fine appare sullo schermo alle spalle del Capa la scritta “La Legge è uguale per tutti”. Noi giuristi eravamo tutti coi lucciconi agli occhi.

Prima di uscire dal palco per il finto congedo, tu dove vai a ballare? Vieni a Ballare in Puglia! La Vane è su di giri, era venuta al concerto con un accendino a tema con su scritto Gallipoli, ma anche noi mangia-terra lì sotto al palco siamo su di giri. Il devasto durante questa canzone. E anche la scena più bella della serata: circa due secondi prima del ritornello vedo Ric *senza maglia* e Ric *senza maglia* mi vede, fa per venirmi incontro ma parte il ritornello e il povero surfista viene travolto dal pogo che lo porterà chissà dove. Come ridevo.

Ma torniamo a noi. Il Capa si prende due secondi, noi respiriamo un altro po’ di terra e col saluto di Star Wars e altre robe da nerd che purtroppo non ho saputo cogliere, viene introdotta Io Vengo dalla Luna. Ma io ero distrutta e ho cercato di fare un video durante parte della canzone. Dopo è il momento degli spoiler con Kevin Spacey, la canzone di Matte, che è quasi laureato in Cinema Musica e Teatro. Presa a male per Edo che l’indomani voleva vedere The Prestige.

Il concertone si conclude con Follie Preferenziali. E davvero di concertone si parla. Il Capa è davvero un grande entertainer!!
Peccato non abbia suonato Il Secondo Secondo Me e La Mia Parte Intollerante.
Per fortuna niente Fuori dal Tunnel: quella canzone è stata “snaturata da quegli intelligentoni degli italiani” dice.
Ricoperti di sporco, sudati e con la terra fin dentro il naso, salutiamo Caparezza con furore e ce ne torniamo a casa tutti contenti parlando di come la SIAE abbia interrotto quella bella cosa che era aimatrabolreidio e di come sia stata in qualche modo replaced da questo bel blog che non viene cagato da nessuno perché nessuno è veramente in grado di usare wordpress.

Gli Offspring portano meno gente rispetto ai Blink 182 – Iday Festival #2 Bologna 04-09-11

 Di Sabrina Hoppus Outmani, Foto di Daniele Wandja

Cari lettori di questo fantastico blog che alimenta gli atti di cyberbulling nei confronti del signor Gabe, oggi avrete la possibilità di rivivere l’opportunità di rivivere l’ I-Day festival #2 2011.
Headliners: The offspring.
Supporters: Adam Kills Eve, If I Die Today, Face To Face, Tacking Back Sunday, No Use For A Name e Simple Plan.
Essendo stata anche all’edizione precedente del festival dove si celebrava il ritorno in scena dei Blink-182 (AAAAAAAAA♥), non ho potuto fare a meno di notare quanta poca gente ci fosse. In un certo senso fu quasi meglio, almeno per il fatto dei pontamenti facili, anche se rari.
Seconda visibile differenza sicuramente il clima: tanta bella, fresca, rompicazzo, rovina frangette fighe, piscia di Dio.
Dunque entrammo con calma all’arena per poi esser controllati dalla squadra anti tappi. Purtroppo il primo piano che avevo usato per raggirarli è fallito poichè con l’aiuto della loro supervista han potuto sgamare il mio push-up a forma di bottiglia. Ma avevo un piano B, ovviamente riuscito, di cui non posso parlare perchè schedato nei top secrets.
Ma passiamo alle cose serie: JACK E COLA GRATIS PER TUTTTTTTTTTTTTIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!! -grandissima idea, non c’è dubbio.
Verso le 14, dopo il tradizionale relax sulla collinetta, fanno la loro entrata gli Adam Kilss Eve. Simpatici. No, non è vero. Han fatto un paio di battutine tristissimi della serie “siamo su un palco e allora facciamo i fighi magari ci cagano”. PUNTEGGIO FINALE: 32. (calcolato su un punteggio da 0 a 50 dove il punteggio massimo è Gabe -Jimmy-)

Seguono gli If I Die Today, italiani come i precedenti, che mi vien da definirlili una specie di A Day To Remember nazionali fatti male. Non eran malissimo se tralasciamo il blasfemismo nel dire “face to fat” e i jeans aderentissimi dal risvolto altissimo. PUNTEGGIO FINALE: 32.5.

 Passa un’altra mezzìoretta e finalmente si inizia con un po di sano punk-rock assieme agli storici Face To Face, in Italia per la prima volta! Anche se li ho enjoyati dalla collinetta come quelli prima posso confermare che live spaccano davvero. PUNTEGGIO FINALE: 41.

E arriva anche il momento dei Tacking Back Sunday, da me e la mia collega Josuè molto attesi. Meno male che gli altri sapevano suonare perchè il cantante non sa cantare. Fottutissimo emo frangione dalle braccia corte che cercava in tutti i modi di suicidarsi attorcigliandosi sul collo il jack del microfono. Ha collaborato anche il diluvio universale a rendere quello show ancora piu’ penoso (non significa che non mi sia divertita), tanto da fermare tutto per una decina di minuti. PUNTEGGIO FINALE: 36.5.

Riparte lo spettacolo con quelle bestie dei Nufan. CHE BOMBEEEEEEEEEEEERI. Stupendi! E i loro capelli son strafighi (ho potuto notarli da abbastanza vicino)! E loro spaccan da Dio! E il loro striscione con su scritto solo “NO USE” ha vinto! E son riuscita a fare un crowd surfing di 5 secondi su una canzone di cui non ricordo il titolo ma è con “invincible” che ne sarebbe valsa la pena. *faccinatriste* Vabbè i Nufan meritano. PUNTEGGIO FINALE: 43.5.

SIMPLE PLAAAAN! Chi l’avrebbe detto che li avrei visti due volte? Ma non me ne lamento, anzi, live sono ottimi! Apertura con “Shut Up” e tutte le loro canzoni piu’ cariche all’inizio. Poi son passate a quelle robette pop new generation. Sempre grande presenza scenica con i loro soliti monologhi in italiano improvvisati del tipo “Yeah, spaghetti alla bolognese. Grazia milla italia!” …La tenerezza ♥♥ – questi hanno un’ossessione per la pasta -Jimmy- . Durante la celebre Jump inducono il pubblico a creare un allegro pogo-girotondo oltre a saltare ovviamente. Guadagnano punti Pierre Bouvier che mi ha vista (ODDIDdoiOi!!11!!) e David Desrosiers per i giochetti fighi con i plettri non riusciti a pieno e per aver fatto muovere i culetti a ritmo col suo su “I gotta feeling” e “Raise your glass”. PUNTEGGIO FINALE: 47.

E dopo un’ attesa ricca di cori improvvisati sul signor Berluscane, arrivano anche gli Offspring. JAJAJAJAJAJAJA! Che delirio! I capelli di Noodles, la carica di Dexter, tutto perfetto. Dunque apertura strafiga con “All I want” e poi partono, una canzone dopo l’altra con pochissime pause. Devasto durante “Pretty Fly (For a white guy)”, che dico super pogo durante tutto il concerto! Anche su “Kristy, are you doing okay?” , ovvio. Super felicità quando ho sentit il riff inizial di original prankster x cui ho pregato dalle 9 di mattina. Fatta bene anche la canzone nuova che stanno promuovendo durante questo tour “november song” che a quant pare esisteva anche l’anno scorso ma con un arrangiamento troppo poco offspring (testimonia noodles durante l’intervista post concerto fatta da offspring.it).
“Self esteem” dal vivo è una cosa fantastica! e chi è andato a tempo con i lalala fin dall’inizio – tipo me –  è un figo. Ma anche con “Why don’t you get a job?” il pubblico è impazzito

Grande serata sicuramente, -lo sarebbe stata anche se avessero suonato solo tanti auguri a te – alla faccia di tutti coloro che dicono che non ce la fanno piu’. Peccato solo che abbiano conversato poco con il pubblico. Fanno i Vippponi. TANTO AMORE ♥♥. PUNTEGGIO FINALE: GABE.

Thanks for surviving (cit.) – Yellowcard @ Rock Planet 03-09-11

 Di Michela Rognoni

Foto di: un tizio dello staff degli Yellowcard,Michela Rognoni e Sara Cavazzini

Visto come sono andate le cose questa recensione finirà per trattare più il “prima” e il “dopo” che il “durante” del concerto degli Yellowcard al Rock Planet di Pinarella di Cervia.

Le previsioni davano brutto tempo ma non potevamo che partire da Milano in shorts e canottiera per andare “al mare”. Never trust a metereologo. Infatti c’erano 35 gradi.

Avendo vinto il Meet & Greet con la band (e avendo amiche a cui non allettava più di tanto l’idea di farsi spiaccicare in prima fila) decidiamo di andare in albergo a riprenderci dall’estenuante viaggio passato perlopiù cantando e mangiando la pizza insipida di spizzico.

Credo fossero circa le 5 quando per la prima volta andammo davanti al rock planet. E non c’era quasi nessuno: qualcuno che barboneggiava seduto davanti all’entrata, qualcun altro intorno ad un palo e il tourbus. L’idea che va per la maggiore è quella di passare qualche altra ora a cazzeggiare altrove.Al nostro ritorno al Rock Planet notiamo degli Yellowcard che scendono dal bus e scompaiono nel vuoto. Poi Longineu Parson III grida “I love you” dal finestrino di una macchina mentre Sean O’Donnel parla ad un tizio con una telecamera fuori dal bus e poi si allontana a piedi.

Non avendo niente da fare iniziammo ad inseguirlo cercando di non farci notare per poi raggiungerlo e fingere un incontro casuale davanti ad una piadineria ed andarcene, dopo avergli chiesto una foto, nella stessa direzione da cui eravamo venute.

Cenando notammo delle facce che ridendo lasciavano un negozio di souvenir, sospettammo la presenza di qualche Yellowcard nel negozio (sospetto confermato più tardi) ma non avevamo abbastanza voglia di abbandonare le nostre piadine per controllare.

Tralascio qualche passaggio stupido ed arrivo al punto in cui manca poco al M&G:

Il “tizio di Freak Promotion” (che aveva messo in palio i posti per il M&G attraverso un contest) ci dice di accodarci nella fila di “quelli-che-ancora-non-hanno-il-biglietto” e che teoricamente dovremmo entrare prima degli altri ma le porte si aprono. Tutti entrano tranne noi, che rimaniamo abbandonati a noi stessi finché la fotografa spiega la situazione ad un tizio della sicurezza che ci fa finalmente entrare. Alle casse ci sono problemi con le liste, ci fermiamo davanti alle casse ad aspettare e ci prendiamo badilate di insulti dalla simpaticissima security di quel bellissimo posto egregiamente organizzato che è il Rock Planet. Finalmente riusciamo ad entrare e veniamo accompagnati al luogo del meet attraversando la sala del concerto in cui fa molto caldo.

Ci ritroviamo all’aperto in una specie di cortile in cui stanno aspettando 2/5 degli Yellowcard. Nessuno si muove, attimi di panico, poi gli altri 3/5 degli Yellowcard arrivano e così noi andiamo a farci autografare i booklet e a fare tutte le altre cose che si fanno ai meet. Elencherò gli avvenimenti più importanti:

Ryan Mendez mi ha rotto svariate costole abbracciandomi.

Delle ragazze di “Yellowcard Italia” avevano fatto firmare a chiunque (compreso Gabe Saporta) una bandiera italiana e l’hanno donata alla band e Sean Mackin eccitatissimo ha chiesto di potersela mettere sulle spalle scandendo per bene ogni singola parola della sua frase.

Il pelatino del Rock Planet era impaziente di farci concludere il meet ma Ryan Key l’ha messo a tacere dicendogli che dovevamo ancora fare le foto uno ad uno insieme alla band.

Insomma, tutto questo per dirvi che gli Yellowcard sono persone per bene molto simpatiche e gentili , non si sentono delle rockstar e vogliono bene a tutti indistintamente.

Dopo tutto ciò avremmo dovuto assistere il concerto da una posizione privilegiata al lato del palco. Peccato che questa posizione al Rock Planet non esista.

La sala è stracolma di gente e l’aria è solo vagamente respirabile. Ci mettiamo al lato del palco da dove più o meno non si vede nulla se non sei alto abbastanza.

A dare inizio alla serata sono gli Skylong, un gruppo emergente del luogo (che ho sempre desiderato di sentire dal vivo). Sono molto giovani e non nascondono il loro desiderio di finire in fretta la loro esibizione per potersi godere gli Yellowcard, gruppo fondamentale anche della loro adolescenza. Suonano pochi pezzi – pochi ma buoni – tra cui un pezzo vecchio scelto dai loro fans “Got to go” e “Show me your best on the dancefloor” di cui dovrebbe essere stato girato il videoclip durante l’esibizione e chiudono con una simpatica cover di “50 Special” che fa sorridere ed agitare la folla. Se proprio devo trovare un neo nella loro esibizione potrei accusare il cantante di aver trasmesso poca energia ma probabilmente è stata colpa del caldo quindi fate finta che questa frase non sia mai stata scritta.

Dopo gli Skylong l’aria nel locale, non è che fosse irrespirabile ma inesistente.

Da una sala all’aperto, in piedi sopra ad un’aiuola si riusciva a vedere il palco per cui quella sarebbe stata la mia posizione. Non giudicate questa decisione come scarso coinvolgimento, interpretatela piuttosto come spirito di sopravvivenza.

Quando gli Yellowcard salgono sul palco il pubblico esplode tra urla ed applausi. Poi parte “for you and your denial” e si scatena l’inferno (figura scelta non a caso). La band è stracolma di energia e non esita a sprigionarla sul palco attraverso i pezzi forti che hanno segnato i loro 10 anni di carriera come “Way away”, “Breathing”, “Rough landing Holly” amalgamati con i pezzi forti del loro ultimo disco come “With you around” e “Life of leaving home”. L’acustica non è delle migliori: le seconde voci spesso si sentono meglio della voce principale. Le voci del pubblico sono spesso più chiare della voce principale.

Grazie al cielo nella scaletta erano presenti due pezzi in acustico: “Empty apartment” e “Sing for me” durante i quali il frontman Ryan Key chiede al pubblico di cantare, di muoversi a ritmo e di imitare gli assoli di chitarra e il batterista Longineu Parson III evita un collasso uscendo nella sala all’aperto dopo essersi sdraiato più volte di fianco alla batteria. Mendez corre ad accertarsi sulle sue condizioni. O’Donnel beve un sorso di birra. Mackin sembra essere l’unico a non sentire caldo e salta sul palco ad incantare tutti con il suo violino.

Dopo questa pausa la band continua con altri pezzi forti,cercando in tutti i modi di ignorare il caldo, ci ridono sopra “questo è lo show più caldo in 10 anni di carriera” twitteranno in seguito, e ringraziano il pubblico per il modo in cui resistono. Ed è la volta di “Only one” in cui ancora una volta Ryan gioca a cantare col pubblico e a coinvolgerlo.

La storia dello scendere e risalire sul palco al Rock Planet non funziona molto bene ma è sicuramente una scusa per prendere un po’ d’aria prima di chiudere lo spettacolo con la crème de la crème della carriera degli Yellowcard: l’ultimo singolo “Hang you up”, l’anthem della speranza “Believe” e “Ocean avenue” a cui non servono descrizioni.

Uscendo dal locale non possiamo fare a meno di notare che le ventole sul soffitto girano aria calda e viziata, che tutto è umidiccio e appiccicoso e che nella sala a fianco dove stavano trasmettendo musica da discoteca c’era l’aria condizionata.

Fuori dal locale un ragazzo lascia una pozzanghera strizzando la maglietta lavata di sudore e Longineu firma svariate ore di autografi mentre i due Ryan si allontanano su una Lancia Y.

Quanto a noi…è il momento di una festa sulla spiaggia.

Grazie Rock Planet, gli Yellowcard hanno detto che torneranno il prima possibile…ma speriamo che tornino all’Alcatraz di Milano. A Dicembre.

 Ps: a breve le foto del meet. A BREVE.

Pps:(la grammatica che è stata torturata in questa recensione non ha riportato danni permanenti)

Brallon Exists, c’era la lingua! – Panic! At The Disco @ Rocca Malatestiana Cesena 23-08-11

Di Michela RognoniNel bel mezzo dell’estate, mentre tutto era dorato nel cielo, le nostre eroine – dopo una sostanziosa colazione al palazzo degli uffici — si gettano impavide nell’ardua impresa: giungere all’entrata della Rocca Malatestiana, dove quel giorno, per il volere di Re Gabe Saporta 1 ed unico – che tutto può -, si sarebbero esibiti i Panic! At The Disco, giovini menestrelli in grado di intrattenere e divertire le corti di tutto il mondo.

Dopo aver lottato con draghi sputafuoco, tagliato rovi con le spade, ed essere sopravvissute al sole cocente, le nostre eroine giungono a destinazione, dove incontrano altre amiche e delle giovani cortigiane che scrivevano numeri sulle mani della gente con dei pennarelli indelebili. In quel momento c’erano meno di 20 persone ad attendere il grande evento, ma presto si sarebbero moltiplicate. All’arrivo di una nuova giovine eroina, proprietaria della famosa osteria chiamata “Panic! At The Disco Italia”, le nostre eroine, sedute all’ombra di un albero di ombrelli, cominciarono a scrivere un albo da portare in dono agli ospiti della serata, con lo scopo di far loro conoscere i posti più belli d’Italia (e soprattutto le più gustose leccornie) e presentare una petizione per rendere Ian e Dallon membri ufficiali, firmata da persone importanti come Pauly D,Jalex ed il Re in persona. – Se noi stiamo facendo lo scrapbook, è palese che qualcuno di noi centra qualcosa con Panic! At The Disco Italia, avreste potuto evitare di dover aggiungere una “X” al vostro calendario delle figure di merda -.

Le 12 ore di attesa non sono state così estenuanti come si potrebbe pensare, anzi passarono piuttosto veloci, mangiando caramelle, facendo sondaggi sull’esistenza di R(h)ydon, trollando qualsiasi essere vivente ed intonando gli inni nazionali scritti da Re Gabe dopo lo scioglimento dei Midtown…così tanto da giungere alla convinzione di stare per vedere i Cobra Starship e non i Panic! At The Disco.

A questo punto, come in tutte le storie arrivano gli antagonisti: Dei cavalieri neri mascherati, sui loro forti e veloci destrieri passarono davanti alla fila senza alcun rispetto per i numerini scritti sulle mani dei presenti, causando agitazione, rabbia e caos fuori dalle mura del castello. Ci avviciniamo alle transenne, ci penserà Gabe a trovare la punizione più giusta per questi malfattori.

Intanto la compagnia itinerante di menestrelli fa il suo arrivo alle porte del castello scendendo da un arcobaleno su una magica carrozza trainata da unicorni – nati dal sorriso di Spencer -. Dopo pochi minuti Zack, il castellano, venne ad annunciare i nomi dei fortunati cortigiani che avrebbero avuto il privilegio di incontrare la banda di trovatori e li accompagnò all’interno della Rocca. Fu questione di minuti, poi anche il resto della folla fu invitato all’interno del castello e si posizionò davanti all’area allestita per la festa. Quelle tra le nostre eroine che non ebbero il privilegio del meet and greet riuscirono comunque ad avere una posizione piuttosto privilegiata durante l’esibizione. (Le altre nel frattempo hanno comodamente seguito l’intero concerto dal backstage.)

Solo dopo due ore di attesa in piedi iniziarono le danze. Sul palco dei paggetti italiani chiamati Soldiers of a wrong war. Non vedevo l’ora di sentirli – in realtà non vedevo l’ora di sentire qualsiasi cosa, mi sarebbe bastato che iniziasse il concerto – Sono stati una bella sorpresa. Ragazzi simpatici con tanta voglia di fare musica e di farla bene. Nei loro pezzi c’era energia, sono riusciti bene ad intrattenere un pubblico che non li conosceva quasi per niente. Un grosso inchino al chitarrista che ha suonato con la clavicola rotta.

Dopo di loro gli About Wayne, già conosciuti da gran parte del pubblico grazie a Freaks, avevano un fan club di una decina di persone che erano lì solo per loro e non sembravano deluse dall’esibizione. Nonostante ciò, io personalmente non ne sono rimasta colpita – forse anche per le condizioni pietose in cui mi trovavo, forse perché volevo che finissero presto per gustarmi i Panic!- : Dopo il secondo pezzo ho cominciato a trovarli piuttosto banali e il loro modo di intrattenere il pubblico con un umorismo che sembrava forzato mi infastidiva parecchio. La cover di Eleanor Rigby (probabilmente il loro pezzo più famoso) è stata la cosa più sopportabile. In questa occasione, la formazione è stata nobilitata dalla presenza di Luca Marino, batteria degli Electric Diorama.

Altre interminabili ore di soundcheck tra la fame e un tizio dai tratti orientali che mangiava pizza sul palco, e poi finalmente si abbassano le luci e i Panic! At The Disco fanno la loro apparizione sulle note di Ready To Go. Pezzo (e titolo) perfetto per iniziare. I ragazzi, subito dal primo pezzo si presentano in piena forma, Brendon sembra fluttuare sul palco. Seguono uno dietro l’altro, come proiettili,alcuni dei loro pezzi più forti, tra cui il tormentone dell’ultimo album “The Ballad of Mona Lisa” ed alcuni pezzi di “A Fever You Can’t Sweat Out” eseguiti con una maestria tale da farci capire quanto i due nuovi membri non-ancora-ufficiali, Ian Crawford (chitarra) e Dallon Weekes ( basso) , si sentano perfettamente a loro agio nella band – Le seconde voci ora sono molto meglio di quelle del signorino Ross IMHO – . Strepitosa l’alternanza di pezzi nuovi – come la “Trade Mistakes” acclamata da tutti – e vecchi – come la “Camisado” cantata da pochi – . Circa a metà concerto Urie dedica ai fans Always – e non Northern Downpour, come ci si sarebbe potuto aspettarsi – , imbraccia la chitarra acustica e lascia una pausa al resto della band. E mentre la maggior parte delle ragazzine sognanti si riprendono dai loro “Uriegasms”(parola da bimbiminkia IEHO) c’è ancora qualche idiota che pensa sia una buona scelta pogare sulle parole zuccherose del frontman. Subito dopo gli unici pezzi da “Pretty Odd”: i due singoli “Nine in the Afternoon” e “That Green Gentlemen”. Non sono mancati gli intermezzi divertenti e le chicche da ricordarsi per tutta la vita, come la canzone in italiano intonata a cappella da Brendon prima di suonare “Memories” o la cover di “Classico” dei Tenacious D che ha dimostrato l’affiatamento di Brendon con il nuovo chitarrista e per finire il rap, forse improvvisato, ri-entrati sul palco dopo quella cosa del “one more song” che fanno tutti.

Anche gli scambi di effusioni e gli atteggiamenti ambigui in pubblico rispondono all’appello: se non ci credete vi basta cercare su you tube i video della hit “I Write Sins Not Tragedies” perché c’era la lingua, noi l’abbiamo vista. Un’altra sorpesa della serata è stata “New Perspective”, dalla colonna sonora di “Jennifer’s Body” che nessuno si aspettava di sentire, ma è stata molto apprezzate (e una delle migliori canzoni della serata secondo me). Lo spettacolo riparte con “Time To Dance” ma è destinato a finire dopo pochi esaltanti minuti sulle note di “Nearly Witches (Ever Since We Met)” Tra sorrisi ed inchini i nostri menestrelli ci dicono quanto siano dispiaciuti di dover lasciare l’Italia, ma devono ripartire immediatamente, destinazione Germania. Montano sulla loro carrozza incantata e gli unicorni al galoppo risalgono il magico arcobaleno.

LOVE rocks the City of love – Angels and Airwaves in Paris 31-01-11

Di Samir Batista

Il gran giorno è arrivato. Dopo 3 lunghissimi mesi dall’acquisto del biglietto, arriva il giorno del concerto parigino del not-too-side-project del frontman più ciccione dei Blink – Thomas DeLonge – ovvero gli Angels and Airwaves.
Naturalmente, il viaggio in Francialandia non è un viaggio culturale, visto che Parigi l’ho già vista, e tutta l’attenzione è rivolta all’arrivo della tanto aspettata serata.
Dopo una piccola visita al Louvre, si opta per aspettare ore davanti a un piccolo bar “alternativo” francese, l’Horror Picture Tea, piuttosto che andare subito davanti al magnifico teatrino di nome La Cigale, sperando di incontrare prima o poi quella che era, per ragioni oscure ai miei soliti gusti, la mia band preferita da circa 6 mesi.
Ero un pò scettico, certo, perché non volevo rischiare di perdermi le prime file per un concerto che avevo tanto sognato, ma alla fine l’idea di incontrarli risparmiando i 114 euro per il VIP package (che è comunque una cosa per cui spenderei e che comprerò sicuramente al prossimo concerto), e sopratutto quella di vederli semplicemente da vicino e scambiarci due parole (letteralmente) vinsero su di me.
Bon, 2 del pomeriggio davanti all’Horror Picture Tea sia. L’attesa, che doveva essere fino alle 6, si prolunga fino alle 7/7.30, ma la fortuna mi fa incontrare Perla e Francesco, simpatica coppia della provincia di Milano, e l’attesa – molto, ma MOLTO fredda, visto il periodo – diventa meno pesante. Finalmente però arriva il taxi della band. A qualche centimetro da me camminano Matt Wachter (decisamente più biondo dal vivo), Tom DeLonge (naturalmente con quell’odioso cappello addosso), David Kennedy (altissimissimo, che mentre tutti pensavano a Tom mi guarda e saluta me prima degli altri) e Atom Willard (arrivato pochi minuti dopo in un altro taxi, perché il suo posto in quello precedente sembrava essere occupato da quella che era apparentemente la groupie di Kennedy).
Ma passiamo al concerto. Dopo i 30 secondi più emozionanti della mia ancora corta vita, in cui ho detto a Tom DeLonge che era un gran figo, ricevuto un ringraziamento e un sorriso da questo, battuto il 5 ad Atom Willard ed aver visto mia madre eccitata dal battere il 5 a Matt Wachter, ci avviamo tutti correndo verso la metro per arrivare al concerto.
Passati dallo stand del merchandising (dove mia madre naturalmente ha perso 10 minuti a parlare con il responsabile, italiano, e a decidere quale maglia comprarmi), e dagli scalini, finalmente si spinge il portone per entrare al posto in cui volevo entrare da… sempre.
Boom. Posto bellissimo, fantastico oserei dire, acustica perfetta, poca gente, e a sorpresa, quella che in questi ultimi 7 mesi è passata da una band che non conoscevo alla mia 4a preferita.
I Twin Atlantic, scozzesi e con un accento marcato, stanno suonando Apocalytpic Renegade, presa dall’ultimo cd, uscito però ad aprile. Purtroppo, essendo arrivati tardi, mi son perso più di metà del loro cortissimo set (7 canzoni), e anche se non mi son pentito di essere andato all’Horror Picture Tea (e come potrei!?), qualche rammarico c’è. Grande band che consiglio a tutti. L’unica pecca è che diventeranno presto famosi, troppo famosi, complici i sound piuttosto catchy e sopratutto il look del cantante, Sam McTrusty, che gli porterà successo tra le teenagers.
Veri e propri supporter sono i Neon Trees, band pop ancora emergente negli Stati Uniti, molto meno degni di nota ma molto bravi live, anche se non posso negare che facciano una bella figura sul pubblico, e la batterista donna con i capelli molto “aerodinamici” ha un aspett molto più che piacevole.
Poi però arrivano loro! Gli AVA! E ora cerco di non fare una banale “recensione” canzone per canzone ma parlare sul generale, anche per stringere, e sopratutto spero di non essere troppo oggettivo.
Partiamo dalla scaletta , purtroppo, apparentemente deludente, ma solo sulla carta. Nel senso che le canzoni che preferisci di una band sono quelle che non vengono mai suonate live, è un classico, e spesso te ne rammarichi, nel pre e nel post concerto, ma quando sei lì capisci che è tutto perfetto così com’è e non vorresti che fosse diverso. Le canzoni sono scelte tra i tre album, ma anche se il tour avrebbe dovuto promuovere l’ultimo, LOVE, le tracce in esso contenute sono quelle meno suonate e sicuramente quello che si fanno “sentire” di meno, complice anche il fatto che LOVE sia il cd più deludente per la maggior parte dei fan della band, compreso me. Bello, ma non negli standard di I-Empire e We Don’t Need To Whisper.
Tornando al concertone, loro sono naturalmente grandi: David Kennedy è piuttosto bravo nel suonare i suoi pezzi non difficilissimi alla chitarra, e aggiunge davvero molto alle canzoni quando si mette alle tastiere , con il suo solito stile.
Matt Wachter non l’ho mai sentito così in forma, ma forse questo è dovuto al fatto che gli accordi del suo basso erano veri e propri piaceri per il corpo sentendoli vibrare sulle gambe grazie all’ottima acustica del posto. Poche volte ci degna di degli sguardi, occhi sempre piantati sulle corde, ma quando DeLonge lo sfotte per avere origini tedesche, il suo sorrisino non scappa a nessuno.
Atom Willard è invece probabilmente il migliore dei 4. Batterista molto sottovalutato, ha dato molto a band stratosferiche come i Rocket from the Crypt o gli Offspring (e ora ai Danko Jones), e le sue “bacchettate” mentre grida urla silenziose e con i capelli lunghi davanti agli occhi sono uno degli highlight del concerto.
Infine c’è Tom DeLonge, l’uomo che continua a suonare con una band che non riempie posti più grossi di 5000 persone di capienza (in realtà li riempieda solo con la sua stazza -Jimmy-), con la quale crea film. A quanto pare si impegna di più ora che ai tempi degli storici Blink-182. Come chiunque lo segua almeno un pò sa, la sua voce non è mai un granché, e anche se sarò più di parte qui che in qualunque cosa scritta in questa recensione,devo ammettere che è stato… Bravissimo. Non impeccabile, chiaro. Canzoni come Everything’s Magic ma sopratutto Lifeline e Breathe non sono per niente facili da cantare, ma in alcune tracce più veloci come Adventure o The War l’avreste trovato, come me, grandissimo.
Qualche ragione per convincervi a spendere i (pochi) soldi che servono per vederli:
1) Semplice, un uomo lascia perdere (più o meno) i soldoni per seguire un suo sogno. Da ammirare, per quanto non vi piacciano gli AVA. – Jimmy dissente, fare i film a caso non è proprio coerente con il “lasciar perdere i soldoni” –
2) Canta davvero molto bene, live. Non aspettatevi performance stellari, MA vi sorprenderà.
3) Gli altri trè componenti. Come Jimmy sa bene, le band non sono composte da una sola persona, e in questa band, per quanto Tom sia la fonte di quasi tutto, gli altri componenti sono fantastici e stanno dando tutto per questo “progetto”.
4) L’atmosfera è stupenda. Ormai suonano in piccoli teatrini e palazzetti, e fanno il culo ai festival giganti con acustiche di merda. -I concerti mini sono sempre i migliori -Jimmy-
5) Non c’è una quinta ragione, voi andate a vederli e basta. – questa sembrava tipo la seconda regola del fight club -Jimmy-