“Una band può esistere senza social media?” – Un’ intervista agli As It Is

di Michela Rognoni e Martina Pedretti

Foto di Denise Pedicillo

Disclaimer: questa è l’intervista che avrebbe dato molto più senso alla mia tesi di laurea se solo l’avessi fatta 3 anni fa…

Dai trilli su msn, agli sfondi modificabili di Myspace, fino ai train di Netlog che ti garantivano di diventare vips. Siamo la generazione che ha sperimentato tutti, ma proprio tutti, i social media trend dagli albori a oggi. Abbastanza ovvio dato che siamo la prima generazione a essere cresciuta con i Social Media. E guarda caso anche gli As It Is fanno parte di questa generazione quindi abbiamo pensato di parlarne un po’ con loro di questi social media che sembrano essere stato fondamentali non solo nella loro vita in quanto millennial ma anche nella loro vita in quanto band.

Ben: Dobbiamo sicuramente molto ai social media. Ne stavo parlando giusto l’altro giorno con qualcuno… ci chiedevamo “al giorno d’oggi una band potrebbe esistere senza social media?

Patty: I social media ormai fanno parte del tessuto della nostra quotidianità ma mi ricordo quando avevo 14 o 15 anni e scovavo un sacco di band su Myspace, Purevolume o Last.fm… erano social media anche quelli ma il modo in cui erano presenti nelle nostre vite era diverso, il modo in cui fruivamo le notizie, in cui parlavamo con gli amici o cercavamo notizie sulle nostre band preferite era diverso. Non avevamo la possibilità di interagire direttamente con i nostri artisti preferiti cosa che invece ora possiamo fare. Ma eravamo comunque abituati alla presenza delle band sui social e abbiamo potuto vedere quanto sia stata importante per la loro carriera: band come Enter Shikari, You Me At Six, Panic! At The Disco sono state scoperte grazie a purevolume quindi per noi è stato abbastanza naturale puntare sui social. Sapevamo usarli e sapevamo che sarebbero stati vitali per noi. L’EP dei Neck Deep infatti è diventato virale su Tumblr…

Partiamo dall’inizio: il fatto che Patty fosse su YouTube ha sicuramente aiutato molto la band, ma ha anche attirato commenti tipo: “sono famosi solo grazie a Patty” e ricordo anche che giravano voci che dicevano che gli altri membri erano stanchi e che la band ha rischiato di sciogliersi per questo… come avete gestito la situazione?

P: È buffo quando la gente dice “oh la band sta avendo successo solo grazie al canale youtube di Patty” perché per fare successo su youtube ho dovuto lavorare moltissimo, non è che l’ho ricevuto in dono già con tutti quegli iscritti… per ben 6 anni ci ho lavorato 24/7, proprio come facciamo ora con la band! Ed è proprio quando la band è diventato un impegno 24/7 che ho deciso di lasciarlo, perché non riuscivo più a dividere il mio tempo e i miei sforzi allo stesso modo. Ho voluto concentrare tutto il mio amore su una sola cosa. Siamo pienamente consapevoli che il mio canale sia stato un trampolino di lancio per la band, ma da entrambe le parti c’è dietro moltissimo lavoro.

B: La cosa che preferisco è che, a causa dei social e dell’assenza di una verità, la gente si inventa le proprie storie a riguardo. ho letto di tutto: persone che affermano che Fearless Records abbia scoperto Patty e abbia poi costruito la band intorno a Patty. Non è vero, ma le persone a cui non piace la band o a cui non piace il modo in cui abbiamo fatto successo, che sia per gelosia o per chissà cosa che li fa diventare acidi sull’internet, spesso si inventano delle storie e le raccontano dicendo “l’ho sentito dire da qualcuno”. In effetti guardando i nostri dischi, con il primo abbiamo cercato di lasciarci alle spalle questa storia della youtube band; con secondo abbiamo trovato il nostro equilibrio e abbiamo capito che non era una cosa che dovevamo nascondere e ora non se ne parla più molto…

(A Patty) Mi ricordo una tua chiamata anni fa in cui mi dicevi che avevi incontrato qualcuno che per la prima volta ti aveva chiesto “come stai Patty degli As It Is” e non “Patty di Youtube”. E ora è come ci percepiscono il 99% delle volte.

Avete utilizzato internet e i social anche per il vostro primo EP, realizzando su PledgeMusic per una campagna di crowdfunding…

B: Eravamo una band indipendente all’epoca, e credo che quello sia stato un ottimo modo per fare qualcosa che altrimenti non saremmo riusciti a fare a livello economico. A volte il crowdfunding è visto negativamente dalle persone perché quando si tratta di gadget e invenzioni che alla fine non vengono realizzate le persone si sentono derubate… so che kickstarter e le altre piattaforme hanno avuto problemi in questo senso. Ma nel nostro caso, nel caso delle band, non è molto diverso da un normale pre-order, è tipo: “vogliamo registrare un disco e lo faremo grazie ai soldi che ci darete per acquistarlo”. Perché registrare un disco è costoso per una band che è al livello a cui eravamo noi all’epoca. Avevamo ricevuto una proposta da Jason, il produttore di This Mind Of Mine, che voleva produrci ma non potevamo permettercelo ma non volevamo sprecare l’occasione di lavorare con un produttore. Non so se è una cosa che rifaremmo ma di sicuro ai tempi è stata una buona mossa, ci ha davvero aiutati.

Parliamo del presente: avete da poco pubblicato un disco, The Great Depression, che ha un significato profondo, e un obiettivo importante: parlare di salute mentale, di depressione in modo genuino, non romanzato…

P: Per noi era importante registrare The Great Depression così com’è. Non volevamo rappresentare la salute e la malattia mentale come qualcosa di bello o di cool, ma nemmeno come qualcosa di brutto ma proprio come qualcosa che si abbina all’essere vivi, è qualcosa che molti di noi si trovano ad affrontare e nei due dischi precedenti abbiamo parlato di come abbia profondamente segnato noi e le persone a cui teniamo. The Great Depression è la risposta alle nostre insicurezze ed è il modo in cui ci siamo presi la responsabilità di parlare di salute mentale ma in modo realistico, in modo da de-stigmatizzare l’argomento senza però andare troppo oltre, come spesso può accadere e si rischia di campionare i disturbi e di usarli come etichette che ci definiscano. Etichette come “depresso”, “ansioso”, “suicida” non sono parole che definiscono nessuno di noi come persone, sono solo parole collegate ai problemi e alle situazioni che ci troviamo ad affrontare nel corso della vita. È stato difficile, soprattutto per me e per Ben che siamo gli autori principali, perché si cerca sempre di scrivere qualcosa di profondo e di poetico e la sfida questa volta era di non scrivere qualcosa di poetico ma parlare francamente della realtà dell’autolesionismo e del suicidio, compito sicuramente difficile e di grande responsabilità.

B: Una canzone infatti l’abbiamo dovuta scartare perché ci ha dato qualche preoccupazione. Ma la risposta è stata ottima e credo che, come per parecchi tra i miei dischi preferiti, lo si può ascoltare sapendo esattamente in che periodo è stato scritto e quale sia il pensiero riguardo a ciò che accade nella società, nella politica, nella cultura. Poi il disco ha il nome di un periodo tra gli anni 20 e i 30 che però è simile a ciò che sta succedendo nel 2019. Anche nella title-track facciamo riferimento ai social, al fatto che le persone pensano di conoscerci sono per la nostra presenza online. Si crea un tipo di connessione che è diverso da una normale amicizia, da una normale interazione.

Sempre restando sul tema sanità mentale, avete anche preso parte a un progetto molto interessante, Songs that Saved my Life…

P: È un progetto molto carino, abbiamo lavorato fianco a fianco con Hope For The Day nel corso degli anni, abbiamo anche tenuto uno workshop sulla sanità mentale insieme a Jonny (Boucher) durante l’ultimo Vans Warped Tour. Siamo davvero grandi fan del loro lavoro, della loro presenza nella scena e del linguaggio accessibile e genuino con cui parlano alla gente. Quindi quando siamo stati chiamati da Hopeless Records e Hope For The Day non abbiamo esitato ad accettare ed è fantastico far parte di una compilation che include molte delle nostre band preferite.

Per il vostro nuovo album avete cambiato sound ma avete anche cambiato look, soprattutto Patty, e questo ha creato discussione sui social e avete anche ricevuto dei commenti negativi a riguardo. Pensate che questo aiutato ancora meglio a raggiungere l’obiettivo dell’album?

B: Io credo che per la natura dei social media, qualunque cosa tu faccia, anche se è la cosa migliore che tu abbia mai fatto, sarà giudicata negativamente. Per questo sono molto orgoglioso di quello che abbiamo fatto col video di Wounded World: abbiamo messo tutti i commenti negativi su questo finto magazine, “The Scene”, e l’abbiamo messo all’asta donando poi i ricavati all’associazione contro il bullismo BulliesOut. Alla fine, tutti riceviamo commenti negativi, è solo questione di come li gestisci e noi abbiamo imparato a ridere di questi commenti perché non hanno alcun valore. Come dicevamo prima, è una delle cose che sono cambiate dai nostri tempi: noi non ci saremmo mai sognati di scrivere la nostra opinione negativa direttamente alle band, non avevamo una piattaforma per farlo. Alla fine comunque noi abbiamo fatto un disco di cui siamo orgogliosi e abbiamo deciso di truccarci un po’, fatevene una ragione!

P: Esattamente, abbiamo fatto un disco di cui siamo orgogliosi, abbiamo iniziato a truccarci e mi sono tinto i capelli, è per caso uno dei più grandi problemi del mondo? Non credo! Non mi aspettavo di essere sommersi di commenti, positivi o negativi, quando ho postato la foto; ho la pelle dura e sono il tipo che vive e lascia vivere; ognuno ha il diritto di avere la propria opinione e io ho il diritto di avere la mia ma mi sono sentito un po’ a disagio a stare in quella posizione in cui tutta quella ostilità è diventata bullismo verso di me. Per questo abbiamo pensato fosse importante sfruttare la situazione e renderla positiva con la donazione BulliesOut.

Avete qualche consiglio da dare per rendere l’internet un posto migliore e per aiutare le persone a tenere alta la testa nonostante ciò che gli capita sui social media?

P: La negatività è sempre rumorosa ma generalmente è anche la minoranza! Le persone di solito sono positive e quando hanno delle opinioni positive magari non le diffondono con la stessa frequenza con cui diffondono la negatività. E questo è il motivo per cui i social sembrano questo enorme abisso di negatività. Credo semplicemente che non processiamo e non ci teniamo vicine i commenti positivi come invece facciamo con quelli negativi.

B: Il fatto è questo: puoi leggere centinaia di commenti positivi di persone che amano quello che fai ma sarà l’unico commento negativo a rimanerti in testa.

P: È la stessa cosa che succede quando sei sul palco: vedi una stanza piena di gente che si diverte ma tu ti concentri sull’unica persona che si sta annoiando.

B: Un’altra cosa: non lasciate che sia la vostra presenza sui social a definire chi siete! Togliete lo sguardo dal telefono ogni tanto, è una trappola!

P: al momento non ho più tutto il successo di prima sui social, e ogni tanto ho la sensazione di vivere in una bolla, in un mondo in cui tutti parlano delle stesse cose mentre io rimango fuori da questa bolla. Ma io voglio definire me stesso prima per la persona che sono e per come lavoro con la band; quello che sono sui social è secondario.

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