REVIEW: “Kick” by Dave Hause

di Michela Rognoni

Non so quale sia in realtà il processo di scrittura di Dave Hause.
Non so se abbia un blocchetto su cui si segna le frasi più belle o se si metta lì seduto da solo nel suo stanzino per scrivere ogni giorno qualcosa prima di andare a letto. Ma dopo aver ascoltato il nuovo album Kick, fuori dal 12 aprile su Rise Records, sono abbastanza convinta che sia più un romanziere che un semplice musicista.

La prima volta che ho sentito i brani di Kick ero in macchina senza Spotify Premium. Ho ascoltato tutti i brani in shuffle intervallati da qualche pezzo di Bury Me in Philly o di Devour, e ricordo di aver pensato che l’entusiasmo per The Ditch era stato ingannevole e che in realtà non ci fossero pezzi eccellenti; niente che raggiungesse il livello di Devour. Ma è bastato un ascolto start to end a ribbaltare il risultato.

Perché proprio come in un romanzo c’è un inizio, uno svolgimento e un plot twist devastante sul finale. E ci sono anche dei personaggi, degli anti-eroi le cui vicende si intrecciano e che giungono tutti alla stessa conclusione: viviamo in uno dei peggiori mondi possibili. Dobbiamo restare a guardare? Dobbiamo agire e fare qualcosa? O dobbiamo semplicemente cercare di fare ciò che nel nostro piccolo riteniamo importante? Eye Aye I – titolo tremendo nda – apre le scena su un futuro apocalittico con un senso di rimpianto nostalgico scandito dal ritornello “I used to be bold“. Ho già detto che il singolo The Ditch è tra i pezzi più riusciti del disco; da qui è già chiaro che sia per sonorità che per tematiche, il disco è considerabile come l’erede legittimo di Devour (mentre Bury Me In Philly era solo una scappatella super-posi).

Civil Lies è un altro brano interessante perché è Tim Hause a prendere le redini facendo da voce solista. E ci tiene a dirci che non è un kid anymore (punto di vista diverso da chi used to bold). Non so se mi convincono le parole così strette tra i denti, troppo in contrasto con la melodia graffiata che mi aspetto di sentire nei dischi di Dave Hause. Però sulla copertina c’è scritto Hause e basta quindi mi sa che mi ci dovrò abituate. Weathervane aveva già vinto in partenza perché si intitola con una delle mie parole inglesi preferite. In pratica è un elenco dei problemi e dei casini del mondo di oggi, detti uno dopo l’altro senza prendere fiato, son cose che ti fanno girare la testa come un… dai hai capito. Con Warpaint entra in gioco un altro personaggio, l‘american girl. Abbiamo fatto di questo modo incasinato la nostra casa, abbiamo pensato di reagire, qui invece si deve resistere, si deve lottare. American girl c’è anche in OMG, che è una critica della società americana dell’era di Trump e certo, è ciò che di più punk troverete in questo album. Con Fireflies si ritorna alla nostalgia iniziale ma con meno rabbia e una sana dose di romanticismo e forse anche un pizzichino di speranza: “This clock just keeps on ticking, we can’t seem to slow it down/ Let’s kick against the current, and I’ll hold you if we drown” – adoro nda -.

Si riprende il passo con Paradise, che mette ancora un po’ in mostra le radici punk rock giusto così per arrivare più inconsapevoli possibile al colpo di grazia. Bearing Down chiude l’album nel modo più devastante possibile. Fin dalla prima frase diventa chiaro che si tratta della confessione di un suicida: “I’ve been considering oblivion tonight“. Poi si citano Hunter Thompson e Robin Williams. Poi c’è un immagine di un tuffo nel vuoto dal Golden Gate e proprio qui arriva il plot twist: now there’s you.

Non so se avete notato che Dave Hause ha avuto dei gemellini recentemente. E niente raga, c’è questa frase: “I want to see you when you’re old And be the one to keep you warm When the world turns cold“. Io ho pianto su un regionale per Pavia e la tipa di fianco a me mi ha chiesto cosa fosse successo.
Tranquilla signora, ho solo ascoltato Kick di Dave Hause e amo il lieto fine.

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