Tarantino, artista

Tarantino su Tarantino: un’analisi cinematografico-musicale tra omonimi

di Alessandro Mainini

Ti chiami Tarantino ma di nome non fai Quentin. Una carriera nel mondo del cinema ti è pressoché preclusa causa omonimie con non secondari registi, per cui ti butti sulla musica ma non vuoi rinunciare a parlare di riprese e di telecamere. E allora che fai? Scrivi una canzone che parla di moviola.

Una vita al VAR è il nuovo singolo di Tarantino, che di nome fa Francesco e viene da Palermo. Un elegante pianoforte, linee di basso e di batteria discrete che lasciano lo spazio al testo, vero protagonista di questa traccia scritta “in un momento di forte rabbia, in cui sentivo tutti gli occhi puntati su di me, pronti a regalare giudizi gratuiti e mai costruttivi”, racconta Francesco.

“Proprio a questa sensazione si deve la metafora del Var, strumento che analizza al rallentatore tutti gli errori commessi, e il riferimento all’emisfero calcistico, sempre pronto a giudicare per il minimo errore. L’assenza dell’Italia dai mondiali di calcio inoltre diventa bandiera della sensazione di totale privazione e smarrimento che ho vissuto.”

Puoi ascoltare Una vita al VAR qui sotto, ma dato che ci sfiziava l’intrigante caso di omonimia fra il musicista e il regista, ci siamo divertiti a sottoporre un quesito a Francesco: quale canzone assoceresti a ogni film di Tarantino? Ecco quello che ne è uscito.

A Le iene non posso che associare Shoot the Runner dei Kasabian, sia per le sonorità che per lo spirito del testo: la regina cantata dai Kasabian l’ho immaginata come la refurtiva del film, qualcosa da rincorrere a tutti i costi, vivendo la vita con frenesia e come se ogni giorno fosse l’ultimo.

A Pulp Fiction assocerei Jesus of Suburbia dei Green Day; come il film, anche il brano sembra essere diviso in una sorta di capitoli musicali che, susseguendosi tra loro, formano una storia completa, che quasi segue quella del film. La frase iniziale del testo non poteva non farmi pensare allo storico monologo di Samuel L. Jackson sul passo della Bibbia e a tutta la sua filosofia di redenzione che sembra essere racchiusa al meglio nelle parole dei Green Day “Sono il figlio della rabbia e dell’amore, il Gesù di periferia, dalla Bibbia di nessuna delle precedenti”. In un’altra parte del testo, si canta “E Mary Jane a farmi diventare pazzo facendomi la cocaina di qualcun altro”; come non si può rivedere in questo il famosissimo capitolo che termina con l’overdose di Mia Wallace?

In Jackie Brown ho rivisto immediatamente le scene assurde e folli del videoclip di Learn to Fly dei Foo Fighters, e Dave Grohl nei panni di una hostess molto eccentrica mi ha rimandato alla protagonista del film, più che hostess trafficante di denaro e droga. Kill Bill mi ha riportato a Torture dei Rival Sons, sia per le sonorità perfette per scene di combattimento sia per  il senso di vendetta sadica che sfocia nella tortura del testo.

Grindhouse mia ha fatto pensare a Song 2 dei Blur, per i suoni del brano che subito mi evocano alta velocità e adrenalina. Bastardi senza gloria mi ha subito trasportato all’interno del videoclip di Megalomaniac degli Incubus, che ironizza con diverse immagini sulla figura di Hitler e sui simboli del nazismo.

Django è una storia che si contestualizza in un periodo di presa di coscienza e lotta per la liberazione da parte degli schiavi delle piantagioni, pertanto non potevo non andare a ricercare un suo gemello musicale nel genere reggae, in particolare in Dung a Babylon di Alborosie. A The Hateful Eight ho accostato When the Levee Breaks dei Led Zeppelin, perché il testo mi ha riportato alla mente i viaggiatori bloccati da un clima ostile, lontani da casa e che fanno i conti con la loro cattiveria e il loro cinismo.

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