La Dispute, band, 2018

Tragedia, morte e speranza. Jordan Dreyer dei La Dispute ci apre le porte del suo Panorama

di Elisa Susini

Con un forte interesse per la letteratura e lo spoken word, i La Dispute sono unici nel modo in cui concatenano suono e voce, riuscendo a riflettere la sostanza delle loro lyrics anche negli arrangiamenti, e questo li ha portarti a entrare di diritto fra le band post-hardcore più acclamate e stimate dal pubblico negli ultimi dieci anni.

Con questo quarto album, Panorama, il primo rilasciato tramite Epitaph Records, la band ci narra storie molto personali di morte, di sofferenza, ma anche di ricerca di un equilibrio, e nel farlo i ragazzi del Michigan sono riusciti a trovare un punto di incontro fra le sonorità più infuriate dei primi dischi, e quelle più soft, mature e malinconiche dei lavori recenti.

Jordan Dreyer, dal canto suo, si dimostra ancora il più abile di tutti nel raccontare pezzi di vita vissuta estrapolando da ogni singola parola i suoi sentimenti, attraverso sussurri e grida, accompagnato da chitarre post rock, ottoni, un basso quasi sempre in evidenza e batterie trionfali.

Poco dopo l’uscita di Panorama, e a diversi anni di distanza dalla nostra ultima chiacchierata, il frontman ci ha dedicato un po’ del suo tempo con un’intervista che approfondisce in maniera scrupolosa le influenze musicali, il processo di scrittura e l’importanza della scelta delle parole nei testi della band e ci svela anche qualche curiosità che interesserà i fan più attenti.

Dopo aver pubblicato due dischi con No Sleep Records e un terzo tramite la vostra etichetta Better Living, cosa potete dirci riguardo alla vostra scelta di passare a Epitaph?

Epitaph ci ha contattati abbastanza presto, addirittura prima che avessimo terminato la nostra prima sessione in studio del disco, o forse prima ancora. Avevamo parlato con loro riguardo all’uscita di Rooms of the House, ma alla fine abbiamo optato per la nostra etichetta. Subito dopo l’uscita del disco, BMG ha acquistato l’etichetta principale che ospitava la nostra etichetta sussidiaria e questo ha messo fine al tutto. Avevamo ancora i mezzi per continuare a gestirla in modo indipendente, e abbiamo considerato fortemente questa opzione per pubblicare Panorama, ma la quantità di lavoro necessaria per farlo era estremamente scoraggiante, considerando anche tutti gli altri impegni che abbiamo attualmente nelle nostre vite. Unisci a questo la bella offerta che ci aveva fatto Epitaph, ed è stato abbastanza semplice capire quale sarebbe stata l’opzione più salutare e migliore per noi. E dovrei sottolineare quanto sia stata allettante la loro offerta, perché siamo sempre stati molto riluttanti a iniziare nuove relazioni di questo tipo, ma è stato evidente, sin dall’inizio, che avessero a cuore i nostri interessi dal punto di vista etico e creativo, quindi non è stata una decisione molto difficile.

Durante gli anni il vostro sound non è mai rimasto lo stesso. Quali artisti vi hanno influenzato durante la creazione di Panorama?

Tutti noi ascoltiamo cose molto diverse (con alcuni punti di incontro, ma non molti), quindi è un po’ difficile per me rispondere. Mentre eravamo in sala prove, durante la scrittura del disco, abbiamo ascoltato molta musica pesante, band come gli Yob e gli Oathbreaker, che hanno dischi completamente ritmati dall’inizio alla fine, tant’è che sembrano quasi una traccia continua – questo per quanto riguarda principalmente me e Vass. Brad si occupa di colonne sonore dei film quando non è in tour e penso che si sentano bene le sue influenze musicali in questo lavoro, sia negli strati della strumentazione sia nel disco in tutta la sua portata. Alva Noto, Nils Frahm, Jonny Greenwood, Johan Johansson, questo genere di cose. Chad è più per il genere compositivo sperimentale e moderno, ascolta Arthur Russell, Steve Reich o Brian Eno. E Corey ascolta un sacco di hip hop e R&B molto groovy, Anderson.Paak ne è un esempio. In qualche modo siamo riusciti a buttare tutto questo in Panorama, e sembra un po’ folle detto così, ma ascoltando e analizzando bene il disco è piuttosto facile rendersi conto in che punti si facciano sentire queste influenze.

Come mai avete deciso di chiamare il disco Panorama?

Volevo un titolo che suggerisse in maniera diretta quale fosse il contenuto concettuale e strutturale del disco – panorama inteso sia come l’ampia ripresa di un’area o un luogo particolare, ma anche come una sorta di esame dettagliato di come una tragedia o un evento continuino ad avere un impatto su una persona (e sulle persone vicine a essa) nel corso degli anni. La parola “panorama” sembrava un modo accurato per descrivere questi due temi lirici.

La vostra musica ha chiaramente una grande influenza letteraria. Scrivere musica ha cambiato il tuo approccio al modo in cui leggi o analizzi la letteratura? E se è così, in che modo?

Questa domanda è estremamente interessante, ed è una cosa a cui non ho mai pensato. Immagino di sì però. Quando leggo, tendo ad essere attratto prima dalla prosa, dalla costruzione delle frasi e da come suonano quando le leggo, a differenza della profondità dei personaggi o del modo in cui si svolge la narrazione. Cerco un po’ di ritmo sia nella prosa che nella poesia, e sono sicuro che questa mia inclinazione dipenda dal fatto che scriva musica da tanto tempo. Molte delle parti in spoken word di questo disco hanno richiesto l’impegno di rimuovere un certo livello di preoccupazione per la “narrazione” e di concentrarmi invece solo su come sistemare le parole in un modo che mi piacessero esteticamente – così da creare un mood piuttosto che cercare di mandare avanti la storia. In particolare, penso che scrivere questo disco mi abbia davvero fatto venir voglia di leggere più poesia – cosa che non ero riuscito a fare in maniera continuativa per un certo periodo di tempo – e mi ha anche aiutato a godere degli umori che la poesia può creare, senza passare troppo tempo a cercare di dare un significato diretto a quello che sto leggendo. Se questo può avere un senso. (ride)

L’anno scorso, per celebrare i dieci anni di Somewhere in the Bottom of the River Between Vega and Altair, avete pubblicato un’edizione rimasterizzata dell’album. Quali aspetti del re-master ti piacciono di più?

Diciamo che il sound è più vicino a quello che facciamo, suona più come noi. Ai tempi non avevamo le risorse e le conoscenze di registrazione che abbiamo ora, quindi è stato bello vedere come Chad, Will e Brad siano stati in grado di mettere, in maniera retroattiva, una firma sonora più forte sui brani che abbiamo scritto e registrato, e di rendere la qualità della produzione più linea con il resto. Tutte le chitarre re-amplificate e il suono più organico della batteria si distinguono, e questa è la cosa più importante.

Avremo mai un Here, Hear IV?

Tecnicamente siamo a un quarto della strada, avendo pubblicato la tredicesima canzone della serie un paio di anni fa attraverso una subscription che avevamo fatto con i fan. Il piano in quel momento prevedeva di far uscire altri tre pezzi (abbiamo iniziato a scrivere la canzone numero 14 ma non l’abbiamo mai finita), poi le cose sono diventate troppo impegnative per tutti noi e troppo difficili dal punto di vista logistico.
Ci piace come progetto e può darsi che lo riprenderemo in considerazione, ma non è più facile come un tempo riuscire a far combaciare gli impegni di tutti quanti, e ora come ora non ci sono piani imminenti.

Qual è stato l’album più divertente da realizzare?

Caspita. È difficile rispondere. Sono stati tutti diversi l’uno dall’altro, in quasi tutte le accezioni. Per quanto riguarda l’essersi divertiti in maniera totale durante la scrittura, probabilmente Wildlife? Non lo so. All’inizio eravamo a Chicago, poi ci siamo spostati a New York ed è stato emozionante, avevamo un’idea precisa di come volevamo registrare e per la prima volta avevamo i mezzi per farlo. È stato estremamente divertente, ma il fatto che fosse tutto una novità ci aveva anche messo un po’ di paura; ripensandoci è stato un momento formativo per noi. Ma ogni disco che abbiamo realizzato è stato davvero gratificante e non sono mai mancate le risate e il divertimento.

Quali sono i vantaggi di lavorare con Will Yip?

Anche questa è una domanda a cui è difficile rispondere. Will lavora parecchio. Crede in quello che fai tu, in quello che fa lui e va oltre il semplice dovere di aiutare a realizzare la tua visione, sia come produttore che come ingegnere. Noi siamo molto schizzinosi e generalmente difficili perché abbiamo una visione molto particolare di quello che facciamo, e Will non è molto disposto ad adattarsi a queste esigenze, ma è entusiasta di sperimentare e trovare modi creativi per aiutarci a realizzare quello che vogliamo musicalmente. Ed è anche un ottimo amico e anche questo penso che sia degno di nota.

Qual è stato il giorno migliore della tua carriera come musicista?

Sono costantemente stupito dalla risposta che riceviamo dal pubblico. Di solito facciamo sempre una data nella nostra città natale di Grand Rapids in Michigan per dare il via ai nostri tour e ognuno di questi show è importante per noi. Basta vedere la reazione della gente che vive nella città in cui siamo cresciuti, dove abbiamo iniziato a suonare, dove abbiamo scritto e fatto pratica per anni. È motivante, ti rende più umile ma allo stesso tempo è gratificante essere così benvoluti dalla tua città e dalle persone che vi abitano. E suonare nella nostra città tira fuori tanti bei ricordi dei tempi in cui eravamo molto più giovani e più spericolati, prima che iniziassimo ad andare in tour costantemente e a viaggiare oltreoceano. Ho davvero a cuore quei ricordi. Se dovessi scegliere un giorno però direi quando, anni fa, mio padre è venuto sul palco per suonare una canzone durante il nostro set. Quel momento è stato il più bello per me. Guardare in totale silenzio mio padre che suona per il mio pubblico… non dimenticherò mai quel momento.

Cosa stai leggendo in questo periodo o cosa consiglieresti come lettura?

Black Leopard, Red Wolf di Marlon James; Jesus’ Son di Denis Johnson e la poesia di Anne Carson.


I La Dispute saranno in Italia per un’unica data il 9 luglio al Legend Club di Milano. Si tratta della loro prima apparizione dal 2012, e l’attesa è quindi febbrile. Tutti i dettagli sul concerto sull’evento Facebook ufficiale!

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