Press to Meco, band

Macchine, BMX e chitarre – Intervista ai Press to Meco

di Alessandro Mainini

**English version available HERE.**

Il sottobosco musicale inglese spesso se ne esce con sound sorprendenti o trend che poi spopolano anche oltreoceano -basti pensare alle band pop punk britanniche che negli ultimi anni stanno bagnando il naso alle loro controparti americane.

I Press to Meco forse non faranno partire una tendenza, perché hanno un sound intricato e difficile da replicare senza un talento quantomeno al loro livello, ma anche in questo sta l’unicità di un gruppo che unisce riff contorti e complicazioni sonore a un grande orecchio per la melodia orecchiabile e immediata da piazzare nel chorus per far cantare decine di ragazzi ammassati in una sudorosa venue di Camden.

Luke Caley, voce e chitarra per la band, ci racconta qualche chicca extramusicale e approfondisce il lavoro che è stato fatto dietro all’ultimo album Here’s to the Fatigue.

Per iniziare vorrei parlare un po’ della vostra città d’origine. A Londra ci siamo stati tutti mille volte, ma nessuno di noi è mai stato a Croydon. Ci dici un buon motivo per visitare Croydon (a parte i Press to Meco) e un buon motivo per starne alla larga?

Ahah, direi che l’IKEA di Croydon offre un grande panorama. È un peccato che non ci sia più questo locale chiamato Black Sheep: il pavimento era sempre appiccicoso, ma ci si divertiva parecchio! Motivi per stare alla larga… mah, magari meglio evitare West Croydon, ahah.

Quando hai iniziato a sviluppare un interesse per la musica? La tua famiglia ha avuto un’influenza o l’hai sviluppato da solo?

Già da piccolo sono sempre stato attirato dalla musica. Mio nonno era un chitarrista flamenco eccezionale, mentre mio padre non avendo un gran talento musicale mi faceva sempre sentire le sue canzoni preferite dal giradischi. Ho provato vari strumenti, poi a 11 anni mi sono fissato con la chitarra.

Che persona sei al di fuori della musica? Cosa fai nel tempo libero?

Prima facevo spesso BMX, ma se sei un musicista non è il massimo, ahah. Cadi male una volta, ti spacchi una mano e non puoi suonare la chitarra per mesi e mesi! Quando non suono ora passo buona parte del tempo a giocare con le macchine. Io e Paul, il fratello di Adam, abbiamo due MX5 da pista che ci piace sistemare e poi portare su circuito. È un’attività quasi terapeutica. Non ho mai fatto corsi di meccanico, per cui mi sento appagato quando imparo qualcosa di nuovo oppure risolvo un problema che non ho mai affrontato prima.

Il vostro ultimo album Here’s to the Fatigue è uscito l’anno scorso su Marshall. Secondo te in cosa l’etichetta ha aiutato la band a crescere (rispetto a quando eravate indipendenti),  e cosa invece dovete ancora fare da soli?

Il grande vantaggio di un’etichetta è che hai tutta un’infrastruttura attorno a te e un team che ti toglie dalle spalle buona parte del peso che hai quando pubblichi un disco da indipendente. Marshall sta facendo un lavorone con le sincronizzazioni e con le strategie di marketing. Noi continuiamo a occuparci ancora di tutti questi aspetti in ogni caso, ma almeno non dobbiamo metterci lì noi a organizzare date e scadenze, e quindi abbiamo molto più tempo per essere creativi. Restare indipendenti ha sicuramente dei vantaggi, e per certi artisti è chiaro che è la cosa migliore, ma la nostra band trae decisamente un gran vantaggio dal team che sta dietro di noi e si prende cura delle cose meno divertenti.

Here’s to the Fatigue ci presenta una band che si dimostra più consapevole del proprio sound rispetto al passato. Quali band avete ascoltato principalmente durante la fase di scrittura del disco, e quali di queste hanno avuto un impatto su com’è uscito l’album?

Abbiamo sempre tutti ascoltato parecchia musica diversa. Non ricordo cose in particolare che ci hanno influenzato tra quelle che ascoltavamo, però alcune delle nostre band preferite di tutti i tempi sono i Manchester Orchestra, i The Dillinger Escape Plan, i Propagandhi e gli Abba.

Qual è la canzone che consiglieresti di far ascoltare a una persona che non ha idea di come suonino i Press to Meco?

Risposta difficile e cambia continuamente, ahah. If All Your Parts Don’t Make a Whole è indubbiamente una canzone molto “Press to Meco”, ma credo che anche A Quick Fix rappresenti molto bene il nostro sound. Forse in questo momento direi A Quick Fix.

Avete recentemente suonato in Italia con gli Shinedown e gli Starset. Com’è andato il concerto? Il pubblico come ha reagito al vostro show?

Yes! La reazione ci è sembrata super! Il nostro fonico ha avuto dei problemi perché il soundcheck è dovuto essere brevissimo e al mixer ha avuto delle difficoltà, ma in realtà si è rivelato uno dei nostri concerti preferiti di tutto il tour! Torneremo in Italia appena fisicamente possibile.

Ultima domanda: cosa ne pensi delle uova?

Sono… egg-cellent.

**ENGLISH VERSION**

I’d like to talk about your hometown to get started. We’ve all been to London countless times, but none of us has ever been to Croydon. Could you tell us one good reason to visit Croydon (apart from Press to Meco) and one good reason to stay away from it?

Haha, I reckon the Croydon IKEA is a real sight to behold. It’s a shame, there used to be a really fun club called Black Sheep: stickiest floors, but always fun! Reasons to stay away… maybe just stay away from West Croydon, haha.

When did you start developing an interest in music? Were your families big on music or did you develop it on your own?

I think right from a young age I’d always been drawn to music. My grandad was an absolutely incredible flamenco guitarist and my dad, for his lack of musical talent, would always play me songs and stuff he liked on his record player. I picked up a few instruments before finally settling with guitar when I was 11.

What kind of person are you outside of the music world? What do you do in your free time?

I used to ride BMX a lot, but it doesn’t combine very well with being a musician, haha. One awkward fall and a broken bone in your hand means you can’t play guitar for months! I spend most of my time outside the band now playing with cars. Adam’s brother Paul and I have a couple MX5 track cars we enjoy working on and taking to the track. I find it really therapeutic. I’ve never taken any mechanics courses or anything, so I get huge fulfilment out of learning something new or taking on a job I haven’t done before and fixing the problem.

Your latest album Here’s to the Fatigue was released this year on Marshall. In what ways would you say the label has helped the band grow (vs. staying independent), and what do you still have to mostly do yourselves?

The biggest plus to a label is just having the infrastructure around you and a team to take a lot of weight off your shoulders that you have releasing independent. Marshall have been great so far taking care of pitching for syncs and pulling together release and marketing strategies. It’s all stuff we’re heavily involved with, but not having to sit down and figure exact dates and timelines ourselves frees up a lot more time for us to just be creatives. I think independent can definitely have its pros, and has worked amazingly well for some artists, but for this band, I feel we definitely benefit from a great team to take care of some of the less glamorous stuff.

Here’s to the Fatigue seems to display a band that has developed a more mature awareness about their own sound compared with your previous material. What bands were you listening to while you were writing the record, and which of them do you think especially had an impact on how it came out?

We’ve always been a band that listens to a lot of different music. I don’t remember listening to anything in particular at the time that stood out as an obvious influence, but some of our collective all-time favourite bands are Manchester Orchestra, The Dillinger Escape Plan, Propagandhi and ABBA.

What’s the go-to song on the new album? That one song you’d suggest people who are not familiar with your band should listen to to get an idea what your band sounds like.

This is a tough one and it changes all the time, haha. I think If All Your Parts Don’t Make a Whole just sounds undeniably Press to MECO, but I also think A Quick Fix kinda sums up everything that the band’s about too. So perhaps right now I’d choose A Quick Fix.

You’ve recently played Italy with Shinedown and Starset. What was the show like? How did the crowd react to your set?

Yes! It felt like we had a really great reaction! I know our sound guy struggled that show as we had a very short soundcheck and he was having problems at the desk, but it actually turned out to be one of our favourite shows of the whole tour! We’ll be back in Italy as soon as physically possible.

Final question: what do you think of eggs?

They’re eggcellent.

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