Lessness - Never Was but Grey

Recensioni al buio: “Never Was but Grey” by [Lessness]

di Alessandro Mainini

**WARNING**
Prima di scriverci adirati, date un’occhiata a cosa sono le “recensioni al buio”!

“Se Jon Hopkins, James Blake e Dave Gahan avessero fatto a gara a chi beve più whisky, questo disco sarebbe la mattina post-sbornia.” Ignorante di musica elettronica come sono, questa frase di presentazione stupenda che correda il disco d’esordio di [Lessness] ha per me un significato che sfugge come l’ironia a quelli che commentano indignati gli scherzosi post altrui su Facebook. Con Sunday Morning dei Velvet Underground che fa capolino nei miei pensieri, scopro che Never Was but Grey, il nome del disco, viene da un racconto di Samuel Beckett, intitolato proprio Lessness.

La prima traccia, Wait, si apre con un effetto sonoro che ricorda quello di Kinda Hectic dei The Used, mentre il riff che accompagna buona parte della canzone incrocia Zombie dei Cranberries con un giro di chitarra dei Brand New. La voce profonda di [Lessness], che poi in realtà si chiama Luigi, accompagnata da una tonalità bassa del cantato, fanno pensare a un’ambientazione intimista e notturna del testo. Sul finale, invece di esplodere in un tripudio di chitarre distorte come mi aspettavo (peccato!) parte un’outro guidata dai synth.

Si spengono le luci, si accende la strobosfera, e con la seconda traccia Away ci ritroviamo in discoteca. Però non quella tamarra dove vanno gli zarri in camicia scollata; diciamo più una discoteca dark per gente alternativa. Il beat in effetti fa decisamente venir voglia di ballare, anche se la voce da crooner continua a raccontarci melodie lenitive, in un contrasto cromatico che si fa apprezzare. Parecchi passaggi ricordano la musica dance di fine ’90, prima che i synth pazzeschi dell’italodance monopolizzassero la musica da discoteca mondiale. Un cambio di passo che ci voleva sicuramente dopo la tranquillità dell’opening track.

Il DJ passa alla traccia successiva e ci ritroviamo a ballare sul ritmo di Would You…?, un titolo che resta in sospeso e che finisce dritto nel sacco delle domande di cui non avremo mai una risposta, come quando quelli di Sky non ci hanno mai detto che cosa siamo “liberi di…”. Comandano la canzone vocals effettati e sognanti su un beat incalzante, che sotto l’effetto di qualche pasticca ti porterebbero a dieci mondi di distanza. Le voci che continuano a rimbalzare tra i canali left/right contribuiscono a mandare in bambola il cervello. Fa capolino anche un ritornello, quasi inaspettato, che fa sembrare la canzone il remix di una traccia di culto di qualche band shoegaze.

Con un titolo a dir poco minimale, V. è la quarta traccia del disco. Mi piace pensare che V stia per vendetta. [Lessness] dimostra di possedere un’ottima estensione vocale toccando insospettabili note acute, mentre la traccia si sviluppa su atmosfere meno ballabili e più sperimentali, a tratti quasi discorde, accompagnandosi bene con la seguente How Should We Love This Fever. Aperto da un sound tribale di simil-tamburi, l’inizio prolungato fa pensare a un interludio strumentale, invece ben presto Luigi ritorna ai suoi signature vocals profondi e lenienti.

Il giro di boa dell’album arriva con Seven Seals, un titolo misterioso che significa “sette sigilli” (o “sette foche”? Fate vobis). La voce che il mix lascia volutamente soffusa sembra intonata dalla cima di una collina durante una notte stellata d’altri tempi, mentre il sound prosegue sulle ambientazioni semi ritmate delle due tracce precedenti. Altro piglio è invece assunto da 24/7, in cui il convincente riff di synth introduce una strofa strutturata come una filastrocca, dove Luigi racconta tutte le cose che diventerà per la persona a cui è indirizzato il testo. L’incedere dei synth è quasi frenetico, e ci fa tornare voglia di muoverci dopo i momenti di riflessione di metà disco. È la canzone più lunga dell’album, ma non dura tutto il giorno tutti i giorni come il titolo farebbe pensare.

Un deciso beat accompagnato da un effetto sirene della polizia ci presenta Deconstruction. È una canzone articolata che prende a evolversi su almeno tre diversi piani sonori: i loop di batteria, i synth e l’effetto eco della voce che si mimetizza nelle fessure lasciate dagli instrumentals. 2:21 è una canzone che dura quasi 4:42 minuti if you know what I mean. Parte che sembra la canzone di una pubblicità su YouTube, ma quando arrivano i synth e il basso diventa una traccia riflessiva e in qualche modo futuristica, che senza i vocals sarebbe in rotazione costante da Cyberdog a Camden. La voce sofferta fa quasi pensare però a una breakup song o alla reminiscenza nostalgica di un’esperienza conclusa. Oh, my!, con Oh, Me. siamo già arrivati a fine disco. I primi 20 secondi che sembrano uscire dalla colonna sonora di Apocalypto si aprono invece in una tranquilla traccia di chiusura che fa ondeggiare a ritmo chi la ascolta, come quando a fine party tutti si siedono stremati sulle sedie limitandosi a muovere la testa sulle note della musica in attesa che qualcuno proponga finalmente di recuperare le giacche e tornare a casa.

La principale sfida per un disco come Never Was but Grey starà probabilmente nel trovare una sua collocazione presso il pubblico adatto a recepirne il merito musicale. È un album compatto e coerente a livello di sound, con occasionali accelerazioni che aiutano a diversificare l’ascolto rendendolo interessante e variegato. Se l’ascolto per intero può risultare un po’ ostico per i non cultori del genere, buona parte delle canzoni hanno un potenziale da remix che le renderebbe ballabili su qualsiasi pista, dalla Discoteca Paradiso alla Zarro Night. Un disco da ascoltare a una festa nello scantinato di casa trasformato in discoteca, con pochi invitati selezionati, sparando le note a tutto volume mentre tu e i tuoi amici vi versate cocktail contenuti in ampi recipienti di vetro.

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