The LaFontaines, promo pic 2018

Una chiacchierata con Kerr Okan dei The LaFontaines

di Samir Batista

Il passato 10 ottobre, con il freddo che iniziava a farsi sentire, il super trendy Circolo Ohibò di Milano ha ospitato gli scozzesi The LaFontaines, figli non giovanissimi (la band è in attività dal 2008, e il loro primo full-length ha visto la luce nel 2015) di quella scena alt-rock scozzese che ha portato al successo gruppi come Biffy Clyro, Twin Atlantic e The Xcerts. L’occasione è perfetta per sedersi assieme a Kerr Okan, vocalist del gruppo, sui divanetti del locale, sotto la luce offuscata che anticipa l’inizio della serata.

Kerr è sorridente, e non ha paura di mostrare il suo forte accento scozzese, una delle caratteristiche predominanti della band. “E’ una delle carte che mi è stata data!” scherza quando ne parliamo, ma è conscio della particolarità che gli attribuisce, in positivo o in negativo. “È parte di me, non lo diluirei mai per piacere a più gente – per fortuna, c’è a chi piace […] per qualche motivo la gente ama gli scozzesi. Chissà perché.”

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La sua simpatia è contagiosa, ma non ha paura di trattare tematiche più serie quando ce n’è bisogno. La prima differenza percepibile tra il primo album, Class, e il più nuovo Common Problem, uscito nel 2017 e il quale compone la maggior parte della loro scaletta poi nel live, è che Common Problem ha testi molto più impegnativi. “Non prendo mai una posizione in modo da influenzare l’opinione di qualcuno, è semplicemente ciò che penso io, perché nessuno vuole sentire una predica. Ma ci sono cose di cui sentivo di dover parlare… era inevitabile, con eventi come la Brexit o Trump in America. Non è un album troppo politico, ma ci sono sicuramente momenti in cui ne parlo lì dentro.”

“Credo che sia un album più maturo. Forse anche più cupo. Era come mi sentivo. Non voglio dire che fossero tempi brutti, ma ho avuto sicuramente momenti migliori […] Si cambia così tanto tra i 21 e 25, e tra i 25 e i 27, io credo di essere cambiato molto per quanto riguardano le mie opinioni, grazie alle mie esperienze e i miei viaggi con la band.”

Oltre all’accento di cui abbiamo brevemente parlato, io e Kerr ci avventuriamo dentro la crescita della band e le difficoltà che hanno incontrato. “Credo che la percezione che avessero tutti è che sarebbe stato difficile da vendere, come prodotto. Ricordo gli inizi, tutti si chiedevano come diavolo potesse funzionare, anche solo in Inghilterra.” Il loro rap rock, dove Kerr sferra rime senza controllo, non è stato facile da digerire per tutti, evidentemente, ma per ormai dieci anni ci hanno creduto e i risultati si fanno vedere – l’ultimo tour da headliner nel Regno Unito li ha portati a riempire il Boston Music Rooms di Londra, ma sopratutto lo storico Barrowlands a Glasgow. “Ovunque andiamo, appena dico che siamo i The LaFontaines da Glasgow, tutti impazziscono.”

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Dopo concerti di questa grandezza a casa loro, può essere difficile trovarsi in nuovi posti senza sapere quanta gente accorrerà a vederli suonare. È il loro primo concerto in Italia – avrebbero dovuto aprire ai Don Broco come parte del loro tour europeo la scorsa primavera, ma fu cancellato a causa di altri impegni dell’headliner. “Tu ci sarai dopo?” mi chiede, e al mio annuire continua “Bene, sei già una persona. C’è il promoter, c’è il gruppo spalla. E’ come se fosse già sold out […] E’ un peccato che i Don Broco abbiano cancellato quello show a Milano, perché altrimenti oggi ci sarebbero molte più persone. E’ stato così in altre città dove siamo andati con loro, in Germania, o in Olanda.”

Durante il loro live ricordo e concordo con il modo in cui descrive un loro qualsiasi concerto. “Sono il tipo di persona che se fa qualcosa di male lo può ammettere, ma che sa anche riconoscere qualcosa che ha fatto bene. Siamo una band da vedere dal vivo. Siamo una gran band da vedere dal vivo. Sono molto sicuro di me per quanto riguarda questo. I nostri show sono un macello.” Vedendolo saltare su e giù dal palco, correre al bar, ed esibire le sue dance moves durante tutto il concerto, posso confermare che nonostante un’affluenza non sopra i 60 presenti, i The LaFontaines hanno messo su uno dei migliori show visti quest’anno.

Non siamo mai andati così bene, il mood della band ora è così dinamico, abbiamo tutti la stessa meta: girare il mondo con questo gruppo,” afferma quando arriva il momento di parlare di membri passati. John, bassista cui dolce voce condiva i ritornelli del primo album ha lasciato il gruppo non troppo tempo fa. “La vita va avanti, e le priorità cambiano. John è ancora un fratello, voleva solo fare dei soldi. E piacerebbe anche a me fare dei soldi, ma vorrei farli qui.” Lo show non ne risente nemmeno. Neil alla chitarra è stato chiamato a fare le veci del backup vocalist, tiene duro e nemmeno lui ne sbaglia una.

E anche Kerr è un fan delle uova. “Le amo. Le mangio ogni mattina. Quattro uova in camicia, due fette di toast. Adoro.”

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