Hawthorne Heights 2018

“Quando scrivi una canzone, poi non puoi rinnegarla” – Interview with Hawthorne Heights

di Alessandro Mainini

**English version available HERE.**

Il magico Flixbus che in sole 14 ore mi ha portato a Praga a vedere gli Our Last Night e fare quattro chiacchiere con i Jule Vera mi ha anche dato la possibilità di intervistare una delle band che hanno fatto la storia dell’emo quello bello. Quello dell’eyeliner, delle cinture con le borchie a scacchi rosa e nere, dei ciuffi impossibili… ma quei tempi sono passati da parecchio, e gli Hawthorne Heights, autori di canzoni generazionali (quantomeno per noi emo) come Ohio Is for Lovers e Niki FM, sono ora un gruppo di padri della scena dediti al post-hardcore con tinte pop punk.

La band però non ha perso neanche un’oncia dello smalto dei primi tempi, e anzi non ha fatto che affinare le proprie abilità nel songwriting, come dimostra il nuovo album Bad Frequencies. Uscito ad aprile su Pure Noise Records, il disco contiene una canzone che fosse stata scritta dai Neck Deep sarebbe considerata il non plus ultra del pop punk moderno (parliamo di Pink Hearts), più una serie infinita di ritornelli megacatchy, scream sapientemente posizionati e chitarre belle come solo i vecchi emo sanno suonare. JT (voce e chitarra) e Matt (basso) hanno parecchie storie da raccontarci, per cui cut your wrists, black your eyes e tuffatevi nel mondo degli Hawthorne Heights.

Partiamo dall’inizio-inizio. Qual è stato il primo concerto a cui siete andati? Ha avuto qualche influenza sulla vostra scelta di diventare musicisti?

Matt: Il mio primo concerto è stato uno dei New Kids on the Block quando ero in terza elementare, e ha avuto un’influenza pari a zero sulla mia scelta di fare il musicista.
JT: Il mio primo concerto sono stati i Boyz II Man e le TLC. Non ha influito sul mio desiderio di formare una band, ma se andiamo avanti di qualche anno, sono andato a un concerto dei Goldfinger, e quello sì che mi ha fatto venir voglia di creare una band. Era stato fantastico: il pubblico era preso benissimo! E io fino allora non avevo mai suonato nessuno strumento e mai cantato. Ma mi sono divertito talmente tanto, e pure le band sul palco si vedeva che si stavano divertendo talmente tanto, che mi son detto “quanto sarebbe figo fare come loro!”

Quindi possiamo ringraziare John Feldmann se esistono gli Hawthorne Heights.

JT: Sì. John Feldmann ha avuto sicuramente la sua importanza!

Voi collezionate dischi? Avete qualche highlight nella vostra collezione?

JT: Matt è più un collezionista rispetto a me.
Matt: Sì, quelli che mi piacciono di più sono alcuni dischi alternative anni ’90 che ora sono abbastanza rari. Poi ho alcune edizioni tedesche e un paio giapponesi di album dei Beatles, e questi sono gli highlight. Il resto è più che altro roba che mi piace ascoltare.
JT: Io ho Wildflowers di Tom Petty, che ormai è abbastanza difficile da trovare in giro. A me l’avevano regalato. Ho anche Pet Sounds dei Beach Boys, e poi un paio di dischi di Bruce Springsteen che non sono difficili da trovare in sé, ma sono difficili da trovare in buono stato.

Avete firmato con Pure Noise per l’uscita del nuovo disco, Bad Frequencies. Secondo voi qual è stato il contributo più importante che l’etichetta ha apportato per la vostra band?

JT: Basta fare due chiacchiere con loro e si capisce subito che sono persone con un gran senso della realtà per quanto riguarda l’industria musicale e l’aspetto del business, e questa è una cosa che apprezziamo. Ma abbiamo anche amici che sono sotto l’etichetta, e ci piace in generale il loro roster: è fresco e fa tendenza nella parte dell’industria musicale in cui esistiamo noi, per cui noi e loro ci sembrava un binomio perfetto.

Secondo voi come si posiziona Bad Frequencies rispetto ai vostri lavori precedenti? Io lo vedo come un disco che riprende il sound dell’EP Hurt, ma con un tono più leggero ed estivo, nonostante alcuni testi siano piuttosto profondi.

JT: Sì, l’atmosfera del disco è sicuramente quella che dici tu. È un album che dovrebbe far venire in mente i ricordi delle estati migliori che hai passato crescendo. A livello di stile, secondo noi il sound è sempre quello riconoscibile degli Hawthorne Heights, perché le canzoni le scriviamo sempre tutti insieme, c’è sempre una combinazione della mia voce con qualche scream… non abbiamo cercato di fare cambi drastici di stile su questo disco; abbiamo consolidato la nostra immagine di rock band melodica ma che sa anche avere un lato più hard di tanto in tanto. È una cosa che secondo noi ci caratterizza ancora.

Pink Hearts è stata scelta in modo non ufficiale come la canzone dell’estate nella nostra redazione. Come mai non è diventata una hit del pop punk?

JT: Credo che l’etichetta abbia scelto una canzone più pesante per cui girare il video, perché sono abituati a lavorare con molte band più heavy di noi. E anche i nostri fan sono un po’ più abituati a quel lato di noi: un po’ di scream, un sound un po’ throwback. Però ci piace molto Pink Hearts; la suoniamo spesso.

Ma come fate a scrivere dei ritornelli così catchy?

JT: Mah, bella domanda! Non ho una risposta.
Matt: Nati e cresciuti scrivendo riff!
JT: Siamo maestri! Eravamo lì tutti insieme e mi è venuto fuori quel riff un po’ saltellante, poi ho scritto le parti vocali in acustico, e suonava bene.

Cos’è successo a Echo, nello Utah? Quella canzone è l’ennesimo esempio di brano allegro ed estivo ma con un testo abbastanza intenso.

JT: Allora, dove viviamo noi [in Ohio, NdR] e dove andiamo spesso in tour, d’inverno nevica parecchio. Echo, Utah sta esattamente a metà percorso fra Denver e Salt Lake City, e lì mi sono ritrovato nel bel mezzo di una tremenda tempesta di neve su un pullmino senza riscaldamento e quindi senza la possibilità di spannare i vetri. Pensavo che ci saremmo schiantati quella sera. Eravamo io e un paio di amici. Alla fine sono riuscito a raggiungere un hotel, ho parcheggiato e ho scritto di getto il testo della canzone.

Ripercorrendo la vostra discografia, c’è qualche canzone o anche solo qualche passaggio di un testo in cui non vi ritrovate più o su cui avete cambiato idea?

JT: No, secondo me quando scrivi una canzone e un testo, poi non puoi rinnegarlo. Cerco sempre di non scrivere cose che dopo qualche anno possono sembrare già vecchie e superate. Per dire, non menziono mai i meme, o MySpace, o Facebook, perché non fa parte dell’atmosfera delle nostre canzoni. Non vogliamo canzoni valide solo in un preciso anno o momento storico; preferiamo essere una band senza tempo, nel bene e nel male.

L’ultima volta che avete suonato in Italia era il 2014. Cosa vi ha impedito di tornare, e possiamo sperare in qualche data italiana in futuro?

JT: È che è proprio lontana. È molto a sud. A noi piace un sacco come Paese: ogni volta che ci veniamo a suonare ci divertiamo sempre. Siamo venuti tre volte in Italia, ma non ci siamo nemmeno spinti oltre, per dire: non siamo mai stati in Grecia o in generale nel Sud. Però sì, ci piacerebbe tornare.

Andare in tour oggi rispetto a quando avete iniziato quindici anni fa: cosa è cambiato?

Matt: Il GPS!
JT: Esatto, adesso sappiamo dove stiamo andando. E poi i locali in cui suoniamo spesso sono gli stessi ogni volta, per cui sappiamo cosa aspettarci. Ai tempi, di solito arrivavamo al locale e passavamo un sacco di tempo a fare il soundcheck e controllare che fosse tutto perfetto. Adesso il soundcheck nemmeno lo facciamo: cerchiamo di passare più tempo girando per la città in cui ci troviamo e passare delle belle giornate. Siamo più rilassati, vogliamo esplorare posti nuovi e goderci la parte di tour non legata alla musica.

Finito questo tour aprirete in America per i Silverstein… e appena concluso quel tour sarà già Natale. C’è qualche tradizione natalizia o invernale nella vostra famiglia che non vedete l’ora di rinnovare?

JT: Beh, sì, tornare a casa e rivedere parenti e familiari è sempre bello. Negli ultimi due anni abbiamo fatto l’albero di Natale andando a tagliarne uno vero invece di comprarlo o di usarne uno finto, ed è stato divertente. Quest’anno difficilmente lo potremo fare perché siamo in tour fino al 16 dicembre, per cui ci resterebbe solo una settimana ed è un po’ un peccato. Però a parte questo direi che sì, la cosa più bella è sempre tornare a casa e stare al caldo.

Ultima domanda. Cosa ne pensate delle uova?

JT: Ci stanno. A me piacciono.
Matt: Sì, sono buone. Ma stiamo parlando di uova da mangiare o di uova da tirare addosso agli altri?
JT: Sono un cibo che ha tanti scopi!

**ENGLISH VERSION**

What was the first show you ever attended? Did it have any impact on you and on your choice to become a musician?

Matt: My first concert was New Kids on the Block when I was in 3rd grade, and that concert had zero impact on my choice to be a musician.
JT: My first concert was Boyz II Man and TLC. It didn’t have any impact on my desire to be in a band, but if you flash forward just a little bit, I went to a band called Goldfinger, and that made me want to actually play in a band. It was great: so much energy in the crowd! And at that point I had never played any instrument or sung anything. I just had so much fun at the show, and saw the bands up there having so much fun, that I was like “yeah, that would be super cool!”

So we can thank John Feldmann for Hawthorne Heights.

JT: Yes. John Feldmann had a hand in it for sure!

Are you record collectors? What are the highlights of your collection?

JT: Matt more than me actually.
Matt: The ones I like the most are some ’90s alternative records that are now hard to find, and then I have some German pressings of The Beatles albums and a couple Japanese pressings, and these are pretty much the highlights. The rest is just stuff I like.
JT: I have Tom Petty’s Wildflowers, which is kind of hard to find now. Somebody gave it to me as a gift. Also The Beach Boys’ Pet Sounds; I have a nice clean copy of that. And then a couple Bruce Springsteen records that aren’t hard to find, but they are hard to find in great shape.

You signed with Pure Noise to release your new record, Bad Frequencies. What was the main contribution the label brought to the table for your band in your opinion?

JT: Just having conversations with them you immediately see how realistic they are about the music industry and the business side. We personally like that. But also we have friends on the label and we also enjoy their roster in general. It’s kind of hip and fresh in the part of the music industry that we survive in, so it just felt like a great fit for us.

How would you say Bad Frequencies compares to your previous material? I see it as a record that picks up from the Hurt EP but has more of a “summer-y” and lighter tone, although some of the lyrics are pretty deep.

JT: Yeah, that’s definitely the vibe. It’s supposed to be recalling memories from some of your favorite summers growing up. Style-wise we always think we sound like what our band sounds like, because we’re all doing the writing together, it’s always my vocals with some screaming… we haven’t really tried to make any drastic changes with this record; we’ve maintained that we’re a rock band that has melody and that has a little bit of a harder edge every once in a while. We still think that we have that.

Pink Hearts was unofficially voted as the song of the summer in our site’s headquarters. Why didn’t it become an instant pop punk hit?

JT: I think that the label wanted to release a heavier song for a video, just because they’re used to that, they have a lot of heavier bands, you know. And also our fans are used to that side of us a little bit more: having the scream, a bit of a throwback vibe. We do like the songs Pink Hearts; we typically play it a lot.

But how do you write such a catchy hook as that song has?

JT: Hmm, I don’t know! I can’t answer that.
Matt: Born and raised ripping!
JT: We’re meisters! We were all sitting around and I came up with that bouncing riff, then I wrote the vocal melodies when I played it acoustic, and it just sounded good.

What happened in the town Echo, in Utah? That’s another instance of a summery and playful song that has on the other hand pretty heavy lyrics.

JT: Well, where we live and where we have to tour it snows a lot in the winter. Echo, Utah was directly in between Denver and Salt Lake City, and I was in a bad snowstorm driving a shitty van with no heat and no defrost, and I thought we were going to wreck that night. It was just me and a couple of friends. Eventually I pulled over at a hotel, where I wrote the lyrics for that song.

Thinking back to your whole discography, is there any lyrics or even just a couple verses you wrote that you don’t relate to anymore or that you’ve changed your mind about over time?

JT: No, I think that when you write a song and its lyrics, you’ve got to stand by it. I try not to write stuff that I think “is that going to sound extremely dated?” Like, I never mention memes, or MySpace, or Facebook in a song, because that’s not our vibe. We don’t want to be time stamped; we’d rather be timeless, for better or for worse.

You last played Italy in 2014. What has kept you from coming back and could we expect an Italian date in the future?

JT: It’s just far away. It’s so far South. We do love it: every time we play there we have a good time. We’ve been to Italy three times, and we’ve never even been further than that: we’ve never been to Greece or anything far South. We’d like to come back though.

How is touring different now compared with when you started?

Matt: GPS!
JT: Yeah, we know where we’re going now. Also, the venues we play are typically always the same in each country, so we know what to expect. Back in the day, we’d normally get in and spend a lot of time soundchecking and making sure all is perfect. Now we spend no time soundchecking: we try to spend more time by hanging out in the town we’re in and enjoying our time there. We try to take that part easy, and just try to explore and enjoy the non-musical part of it.

After this tour you have a support slot on the Silverstein anniversary tour… and after the first part is done it’s Christmas. Do you have any Christmas-y or winter tradition in your family that you look forward to?

JT: Yeah, going home and seeing our families is always fun. Last couple years my family has cut down a Christmas tree instead of buying one or hanging a fake one, so that was really fun. It’s going to be really hard to do it this year because we’re on tour up until December 16th, so we would only have one week to make the tree, which is kind of a bummer. But other than that, it’s really just coming home and staying warm.

Final question. What do you think of eggs?

JT: They’re fine. I like them.
Matt: Yeah, they’re good. Do you mean eggs for eating or for throwing at things?
JT: They’re a multi-purpose food!

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