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#StorieDiTour: “Dispersi nei campi della Transnistria” con i Wasa

Prologo

Milano, giugno, caldo, zanzare e pochi denari. Apro WhatsApp e leggo “Ohi coglione, c’è sta situa e si va a suonare ad Odessa in Ucraina, ci danno una mano a organizzare qualche altra data intorno, che si fa?” Il buon Fede, chitarrista, grazie al suo incredibile girovagare online durante il suo lavoro da bibliotecario, ha trovato un altro pazzo che nella fresca Ucraina sta organizzando un festival emo/screamo e robacce simili, il Seaside Suicide, un nome una garanzia. Gli serve una band per chiudere la serata e per qualche motivo improbabile gli arriva il nostro nome. Con una botta di ansia mi procuro il furgone, preparo tutto per il tour e scrivo sul gruppo per decidere l’orario della partenza, solo per sentirmi rispondere: “Pirla va che si va a fine agosto” .

Day 1/2

seaside-suicide-fest-vol-3Fin dall’inizio si poteva capire che un insieme di nuvole fantozziane e sfiga cosmica ci avrebbe perseguitato per tutto il tour, tra una data annullata all’ultimo e mai recuperata, una doppia foratura, passando per virus intestinali e la costante consapevolezza di passare per zone non tranquillissime. Il furgone, uno Scudo diesel da battaglia, ci è stato prestato dai ragazzi di Frammenti Serigrafia di Trento, e dopo averlo riempito al massimo, all’alba delle 21 siamo partiti insieme ad Ale dei La Siepe (roadie/driver/merch guy) in direzione Parenzo (Croazia), dove ci aspettavano il buon Fede e la santissima Sara.

Viaggiare nel Centro/Est Europa non è drammatico come descritto nella maggior parte dei racconti, ma soltanto infinito. Le strade della Croazia e sopratutto della Romania sono la cosa più lunga ed eternamente uguale che abbia mai visto e vissuto. Ore su ore di autostrade in mezzo ai campi, paesaggi che ricordano Mad Max e soprattutto carretti trainati da cavalli a tutte le ore, che per qualche motivo hanno il permesso di circolare in autostrada.

Day 3

wasa-poliziaLa Transnistria è uno stato indipendente de facto, non riconosciuto dall’ONU. Questo, e un libro di Lilin, erano le uniche cose a noi note. Sapevamo che non era una zona sicura, ma una serie di problemi, soprattutto a causa di lunghe pause in dogana e a un Google Maps di poco aiuto, hanno fatto sì che un viaggio di 22 ore superasse con facilità le 30. Dover passare obbligatoriamente in una zona dove come biglietto da visita ti presentano un carro armato russo e tanta russa allegria non è il massimo. Il confine ucraino invece è tutt’altra storia: il furgone non può passare (problemi burocratici), quindi parcheggiamo il Bolide in Transnistria nel posto che ci pareva più sicuro, e con il terrore di perdere tutto, prendiamo la parte più leggera della strumentazione, qualche vestito e una scatola di merch e ci dirigiamo verso l’Ucraina, a piedi.

Nonostante tutto, grazie a due folli tassisti ucraini e al buon Artem, l’organizzatore del Seaside Suicide, riusciamo ad arrivare al locale 30 minuti prima del nostro set. Linecheck veloce, e finalmente si suona. 30 ore di macchina per 30 minuti di set, ma sono quei set che ti tolgono tutte le ansie: il locale è gremito e il caos che si crea sin dai primi pezzi è una sensazione di appagamento tale che ti toglie stanchezza da gambe e testa. Ci facciamo qualche amico locale, e dopo un panino falafel spettacolare, riprendiamo un taxi fino al confine, dove, dopo aver passato di nuovo il Dnestr e la sua caratteristica puzza di polvere da sparo, ritroviamo il furgone, intonso. Con massimo gaudio ricarichiamo e partiamo verso Chișinău.

Day 4

L’eccitazione per il concerto mi tiene sveglio per tutto il percorso di uscita dalla Transnistria, quindi non ho idea di quali siano al loro risveglio le sensazioni di Ale, Sara e Flip nel sapere che dopo ben 4 ore siamo persi in mezzo a un campo, ma ancora in Transnistria. Le strade di confine che possono usare gli stranieri sono meno di quelle segnate, e se passi per errore con poca benzina da Tiraspol, diciamo che avrai abbastanza problemi. Nessuno accetta la carta di credito, e non avendo contante locale la situazione si fa ardua, anche perché l’unica persona a cui proviamo a chiedere informazioni non sembra tanto cordiale. Grazie all’aiuto della polizia di frontiera riusciamo ad uscire ben 100 km più a sud del dovuto, e alla visione del primo benzinaio con Wi Fi e piazzola partono momenti di giubilo.

wasa-chisinauChișinău non è una città turistica, anzi diciamo che è una città molto spenta, con enormi centri commerciali in centro e palazzoni sovietici in periferia. Il piccolo locale in cui dobbiamo suonare è gestito da Usman, un palestinese emigrato a Chișinău nei primi anni ’90, che ci dà il benvenuto con l’inno italiano seguito da una playlist di canzoni di Al Bano e Romina; la situazione sta girando nel verso giusto. Il locale è una cantina, che durante i set di Delta pe Obraz (una band locale), e i fighissimi e giovanissimi Nimroud da Tiraspol, si riempie quasi fino a scoppiare. Non aspettandoci di trovare una situazione del genere la domenica sera, e dopo esserci rifocillati con una cena spettacolare offerta da Usman, ci diamo al casino più totale, anche sapendo che dopo ci aspetta la prima notte in ostello. Il giovanissimo pubblico, è ovunque, un po’ davanti e un po’ dietro la batteria. A fine serata dei ragazzi ci chiedono informazioni su come si forma una band e cose simili; mi vengono le lacrime. Un saluto va tuttavia fatto al nostro caro maneki neko, che regaliamo alla figlia di Usman.

Day 5

È l’ultimo giorno di concerti e alla sveglia mi rendo conto di aver dormito tutta notte di fronte a una foto sorridente di Stalin, e nel farlo notare ai miei compagni di viaggio mi rendo conto che la voce è andata. Dopo una strana tappa in farmacia, dove scopriamo che in Moldavia è più semplice usare l’italiano che l’inglese, riesco a procurarmi della propoli e un fortissimo Benagol moldavo. Arrivare a Bucarest è un viaggio infinito, ma l’Underworld è un locale spettacolare. Sembra di essere al CBGB negli anni giusti e anche il quartiere ricorda la Bowery anni ’70. wasa-showLa serata non è da meno. I Vision of Madness sono aggressivissimi, e noi in risposta entriamo in modalità “è fine tour: facciamo casino”. La gente vola davanti a noi, e il fatto di vedere Alin, il chitarrista dei Bastos, band che adoriamo, guidare il caos, ci fa sentire di un bene, che nel momento in cui appoggiamo gli strumenti, ci rendiamo conto che questa esperienza mitica e incredibile è appena finita. Un ragazzo, Otto, dopo aver cantato con noi tutta la sera, ci dice che dormiremo nel ganzissimo ostello sopra il locale, oltre a darci un sacchetto di falafel spettacolari.

Conclusione

Dopo più di 5000 km, 3 concerti in 3 nazioni, 2 gomme bucate, un fanale rotto, 1 corda rotta, una scheda madre fusa, una scatola di Benagol finita, una scatola di Diarryl finita, 1 Nerf comprato, 40 GB di foto e video, 2 membri delle forze dell’ordine corrotti, 1 furgone fermo in zona di guerra, tanti falafel, tanti calci, salti e cori, 2 litigi esistenziali, infinite partite a Cards Against Humanity e 4 pacchetti di mandorle Barbecue arriviamo a casa, via Trento. Dopo un giorno di riposo mando un vocale al buon Fede: “Ohi, dobbiamo ripartire, è la cosa più bella che ci sia mai capitata, e dobbiamo farlo ancora”“Pirla, va che sono le 2, ne parliamo domani, fammi dormire che russi molto più forte di quanto pensi, e questo lo sa tutto l’est Europa adesso.”


Oltre ad avventurarsi nell’Est dell’Europa, i Wasa hanno da poco pubblicato il loro nuovo EP Die!!! 展望 (TENBŌ), di cui ci hanno raccontato ogni segreto nella nostra intervista esclusiva.

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