REVIEW: Generation Rx by Good Charlotte

Di Ilaria Collautti

Band storica che ormai non ha bisogno di presentazioni, i Good Charlotte sono tornati con il nuovo disco Generation Rx – pubblicato il 14 settembre con la propria etichetta MDDN – e contenente nove brani alternative rock.

Ad aprire le danze troviamo la title track che altro non è che un’intro per lo più strumentale, a cui si aggiunge qualche lyrics dalla metà del pezzo – insomma, niente su cui valga la pena soffermarsi.

Il primo vero brano si intitola “Self Help” e fin dall’inizio mi prende in modo inaspettato; l’aggiunta dell’elettronica di sottofondo dà una spinta in più alla canzone, senza però essere invadente sovrastando tutto il resto.

Tutta la prima metà di Generation Rx prosegue sulla riga di “Self Help”, con pezzi energici che intrecciano gli strumenti, le basi elettroniche e delle piacevoli linee vocali – menzione speciale per il ritornello finale di “Shadowboxer”.

A metà disco abbiamo un taglio netto con i brani più calmi, l’ultimo singolo pubblicato “Prayers” e la classica ballad acustica che diventa poi full band “Cold Song” – nettamen e più bella della canzone che l’ha preceduta – prima di entrare nel terzetto finale che, per quanto mi riguarda, poteva anche non esistere lasciandoci un bell’EP da 7/10.

Invece i Madden hanno scelto di inserire anche “Leech”, brano scadente che nemmeno la partecipazione di Sam Carter degli Architects riesce a salvare, “Better Demons” – quello peggiore del disco – e la closure “California (The Way I Say I Love You)”, che risolleva un pochino le sorti del finale ma senza convincermi a pieno (anche se dal bridge alla fine non ho assolutamente niente di male da dire).

Gli anni d’oro dei Good Charlotte sono ormai passati ma sono sempre favorevole alle band che si reinventano e cercano di spaziare nei generi, soprattutto se la differenza d’età è rilevante – come in questo caso. Direi quindi che Generation Rx non è un disco così malaccio come mi sarei aspettata (soprattutto dopo aver sentito qualche opinione a riguardo): certo, nessuna canzone è il top dell’originalità, ma nell’insieme non risulta pesante né troppo noioso. Mi piace molto che l’idea grafica dell’album – dal titolo all’artwork della copertina – richiami il fatto di guardare dentro le persone e si affianchi a brani molto introspettivi e dal sapore amaro, dove la tristezza, il dolore e la ricerca di aiuto sono i temi principali.

Ritengo anche sia uno di quei dischi in cui è difficile capire se piacerà o no, non è un album “oggettivamente bello” come altri grandi classici, ma è un album molto personale e soggettivo – dove ogni ascoltatore deciderà per sé quanto i Good Charlotte siano stati convincenti. Per quanto mi riguarda, come ho già accennato, ci sono alcuni brani che minano la sufficienza di Generation Rx ma vi consiglio ugualmente di dargli una possibilità, soprattutto in vista del tour che li vedrà passare anche qui in Italia il prossimo febbraio.

VOTO: 6/10

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