one glass eye

“La consapevolezza dell’accettazione del fallimento” – Intervista con One Glass Eye

di Alessandro Mainini

Lui si chiama Francesco e di professione fa lo spezzacuori. Non tanto delle ragazze (forse), ma dei suoi fan a cui lacera i sentimenti con tutta la disperazione dell’emo/post-hardcore urlato dei Cabrera e con tutta l’intimità dell’indie/dream pop sussurrato di One Glass Eye. Proprio quest’ultimo, la sua avventura nata come solo project e diventata una vera e propria full band, ha da poco pubblicato un EP, Sea You, che ha già segnato le emozioni di un piccolo ma affezionato gruppo di appassionati di musica indipendente. Un concentrato di malinconia, sentimenti tanto personali quanto universali e riflessioni sulla crescita umana, condito da melodie orecchiabili che facilitano l’ascolto e rivelano una sorprendente sensibilità pop.

Un disco che nel panorama musicale di oggi, volto al consumo sempre più disattento e casuale della musica, non può che passare inosservato per il grande pubblico, ma destinato a lasciare il segno in tutti quegli ascoltatori attenti che provano ancora il gusto di dedicare parte del proprio tempo all’ascolto concentrato ed emotivo. Un po’ come quel primo disco dei Velvet Underground, quello che “lo comprarono in cento, ma tutti quelli che lo comprarono misero sù una band”.

La distanza e gli impegni lavorativi rendono impossibile una canonica intervista face-to-face, ma la tecnologia ci viene in aiuto, ed è così che quest’intervista viene realizzata interamente tramite messaggi vocali di WhatsApp, perché è il 2018 e in fondo è bello così.

Ciao, Francesco! La prima domanda probabilmente è la più scontata ma mi sembrava necessario farla: com’è maturata la decisione di incorporare una full band nel progetto One Glass Eye?

È stata un’esigenza dettata dalla solitudine: mi sentivo solo a suonare sempre in singolo. Volevo anche fare un EP con pezzi suonati da band, perché li ho scritti da solo ma me li vedevo effettivamente suonati da un gruppo. Ho chiamato delle persone per suonarli e riarrangiarli, e alcune di queste persone sono diventate parte della band, come il mio bassista e il chitarrista. Nicolò [dei Cabrera] invece non se l’è sentita di continuare dopo le registrazioni e quindi abbiamo preso un altro batterista. Tutto questo contando che il progetto One Glass Eye è sempre in mutamento a seconda di quello che funziona meglio. Vorrei cercare di dare la stessa impressione dell’acustico, ma suonato con le chitarre elettriche.

Quali sono gli artisti che ti hanno influenzato/ispirato maggiormente durante la scrittura di queste cinque canzoni?

Sicuramente i Modern Baseball, che mi hanno ispirato anche nella scrittura del disco precedente. Di emo qui ce n’è ancora, ma un po’ meno. Mi piace pensare che sia un disco un po’ dream pop. Devo essere banale: ho ascoltato molto gli Alvvays; mi piacciono molto le loro sonorità; ho approfondito di più la mia conoscenza del genere. E tanto tanto i Turnover, forse quelli più di chiunque altro. E poi un po’ di malinconia dei The National.

Qual è stata la canzone più difficile da scrivere del disco? O anche semplicemente quella con la storia più travagliata o curiosa?

Direi nessuna, nel senso che non ho avuto difficoltà nella scrittura. La storia più curiosa è quella di Happy: l’ho scritta in un momento di sconforto assoluto. Non ricordo nemmeno bene perché, probabilmente depressione, e quindi sono uscito fuori casa di notte a girare per la campagna dove abito, al buio, con questa canzone in testa. L’ho scritta, l’ho registrata di notte e poi sono andato in giro per la campagna girando un video di me che camminavo al buio. È stato un momento di tensione altissima, infatti quella canzone per me distrugge dentro.

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi, cielo, nuvola, spazio all'aperto e natura

La nuova veste del progetto non ha scalfito il carattere intimista delle tue canzoni, che emerge non solo dal sound ma anche dai testi. “Lately I’ve been thinking I’m wasting my best years making a joke out of me / losing touch with all the ones I love”, dici in Underwater. Questo passaggio mi sembra un po’ il manifesto del disco: un disco che a mio modo di vedere racconta la transizione verso l’età adulta, nel bene e nel male. Puoi parlarci un pochino dei tuoi pensieri e dei tuoi stati d’animo quando hai scritto queste canzoni? Qual è il messaggio principale che vuole dare il disco?

È un disco di crescita sia fisica che mentale, poche volte in senso migliorativo. Per me la crescita di una persona, da una certa età in poi, va più intesa come una mutazione. Il termine “crescita” di solito ha un’accezione positiva: diventi più grande, intelligente e saggio… per me non è niente di tutto ciò. Il disco è una riflessione sul crescere e mutare, diventare una persona diversa. Uno può essere la persona più corretta e buona del mondo, ma nella società tutti sono pronti a criticarti al primo errore e ricordarti per quello più che per le tue buone azioni. Credo che ci sia una sorta di timore della mediocrità: il comunemente positivo è visto come mediocre e si tende a ricordare l’aspetto negativo delle persone. Il manifesto è rappresentato dalla frase “One day you’re the wrong guy on the wrong side / Everyone wants you to be alright / Farewell, my friend / Everything comes to an end” in Beached. Tutti diranno che vogliono il tuo bene quando invece non aspettano altro che tu faccia un passo falso, sia per il timore della mediocrità, sia perché alla gente dà fastidio vedere altri che stanno sempre bene, che fanno cose che gli piacciono, e quindi bisogna trovare un loro difetto per sentirsi persone migliori. Si arriva a un punto in cui questa mutazione porta delle consapevolezze, che non sono date dalla saggezza, ma da una serie di situazioni che personalmente mi portano ad assimilare i fallimenti con me stesso. Se sbaglio tutto un concerto, quel concerto è stato un fallimento, ma non sono io ad essere un fallimento… però a quest’età è molto più facile pensare che se fallisci in qualcosa la tua vita sia un fallimento. È un concetto molto importante che ho realizzato con un lungo percorso in questi tre anni: la consapevolezza dell’accettazione del fallimento.

Qual è secondo te la canzone più rappresentativa del disco (e perché)?

Beached, appunto per quella frase che ho citato prima.

Che legame c’è fra l’EP e il mare, immortalato nella copertina?

Il legame fra i brani e il mare è che sono un po’ tutti legati all’acqua o al pensiero dell’acqua. Molti pezzi li ho scritti in vacanza al mare nelle Marche dalla mia ragazza. Durante la giornata lei aveva queste 2-3 in cui doveva lavorare in un punto informazioni turistico, e io andavo in giro per la città o in spiaggia a scrivere i pezzi, e così è nata Beached e poi Underwater. Having You Around parla della distanza fra me e la mia ragazza che abita appunto al mare, e quindi di questo mare io ne ho fatto un elemento simbolico fortissimo, anche della nostalgia, perché in Bye Now si parla di stare lontani dai propri affetti, dai propri cari, del distaccarsi magari da persone che si sono frequentate per una vita. Il mare è un po’ una metafora: la partenza del marinaio, del salpare, o anche dell’immigrato che parte per mare e chissà dove andrà a finire. Secondo me la città portuale, il porto, il faro sono dei simboli fortissimi di homecoming, di nostalgia di casa, di ritorno, ma soprattutto di partenze, di persone lasciate indietro non per propria volontà ma perché i fatti hanno portato a questo esito.

Come si traducono dal vivo le canzoni di Sea You? Cos’è cambiato nei concerti di One Glass Eye ora che hai una band rispetto a quando eri da solo, e cosa invece è rimasto invariato?

I concerti sono in continuo mutamento, come il tema del disco. Prima abbiamo avuto un approccio quasi hip hop con una drum machine molto finta, poi abbiamo visto che preferivamo qualcos’altro, adesso stiamo cambiando i suoni, abbiamo introdotto un timpano, un crash; non è detto che in futuro non andremo a utilizzare proprio una batteria acustica. La cosa che è cambiata è che non sono più solo; suono con i miei amici; siamo 4 chitarristi perché non ho scelto le persone mirate per essere dei turnisti; mi faceva proprio piacere che fossero dei miei amici a suonare, ed è l’esperienza più bella in assoluto perché mal che vada ti diverti e hai qualcosa da condividere con gli altri. Di simile invece c’è che sto realizzando concerto dopo concerto che sono sempre io, One Glass Eye; nonostante sembri una band rimango sempre io in fin dei conti.

Ti sento cantare “I have a plane to catch” e mi partono in automatico i The Wonder Years (del resto siamo su aim a trabolmeicher!). Quali sono i tuoi artisti preferiti della scena emo/pop punk contemporanea?

I Tiny Moving Parts anzitutto! Poi i Boston Manor per un motivo preciso: mi sembra che molte band della scena siano superprodotte in studio, poi vai al concerto e non rendono, soprattutto la voce che forse su disco viene resa in modo troppo complesso. I Boston Manor mi sembra che dal vivo sappiano rendere bene ciò che c’è su disco. Poi Sorority Noise/Old Gray, Modern Baseball che sono la mia band preferita… però in generale, ti devo dire la verità, l’emo lo ascolto sempre di meno perché le band che fanno uscire cose nuove sono sempre di meno: quel feeling si sta spostando da un’altra parte, verso altri stili più “mac-demarchiani” che non so bene come definire… questo indie anche un po’ dream pop da sonorità anni ’60 che sta andando tanto di moda. Un esempio lampante per me sono i Turnover, che hanno fatto tutto il giro: partiti dal pop punk, arrivati a un emo un po’ più ’90s per finire a quella roba dreamy dell’ultimo disco che è quello a cui mi sembra stia arrivando il genere.

Domanda di rito: cosa ne pensi delle uova?

Penso che c’è una bella tradizione dietetica modenese che vuole che il fritto, ad esempio anche le cotolette fritte, siano fritte e impanate nell’uovo. Diventa una specie di frittata impanata, un’impanatura frittata. Quello per me è il modo migliore per mangiare le uova. Altrimenti mi piace l’occhio di bue, soprattutto con pepe e sale, perché è fritto: qualsiasi cosa associ il fritto all’uovo mi piace; tutto il resto è roba da sciacquette.


Potete vedere One Glass Eye dal vivo ai seguenti concerti:

06-07 Arti vive festival @ Soliera (MO) (info)
08-07 Festa del ringraziamento @ Finale Emilia (MO) (info)
20-07 Mikasa @ Bologna (info)
02-09 Bleech Festival @ Piacenza (info)

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