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REVIEW: “Youngblood” by 5 Seconds of Summer

di Agnese Tomasini

Se ascoltavate i 5 Seconds of Summer quando hanno iniziato, sarete state molto probabilmente ancora minorenni quando gli altrettanto giovani Luke, Michael, Calum e Ashton (nati fra il ’94 e il ’96) hanno deciso di metter sù una band e iniziare a pubblicare cover pop e pop punk su YouTube. Io che sono loro coetanea, a 16 anni scoprivo il gruppo che alla mia stessa età era in tour per il mondo ad aprire i concerti della boyband più famosa del decennio –nonché, confesso, il mio più grande amore di quel tempo (*cough cough* One Direction). Sono passati 6 anni dalla pubblicazione del loro primo EP, Somewhere New, e 5 secondi d’estate è esattamente ciò che i 5SOS hanno fatto passare quest’anno prima di proporci la loro più recente produzione: il terzo full length Youngblood.

Il disco si apre con la title track, che so già a memoria essendo già uscita come secondo singolo. Il pezzo è una vera mina, e presenta una dinamica ben definita: strofe delicate, con chitarre soft e interventi sottili di percussioni a sottolineare la ritmica, ma ritornelli carichi, caratterizzati dalla linea di basso funky che fa da protagonista. La voce di Luke segue in modo efficacissimo la dinamica del pezzo, prima delicata, poi forte, quasi urlata, e sempre piena di sentimento. Il tema della traccia è una situazione di “tira e molla”, derivata da una relazione ormai conclusa, tema che ricorrerà in molte tracce del disco come un filo conduttore, a partire dalla successiva Want You Back.

In questa traccia si notano un paio di elementi che costituiscono l’estetica musicale del disco: il ritmo simil-funky in primis, i synth e il falsetto che ricorrono in più brani, ma anche le chitarre che ricoprono un ruolo sempre funzionale e in equilibrio perfetto con le altre parti senza mai prendere il sopravvento. Al primo ascolto, Lie to Me sembra un po’ “derivata”, forse perché suona come un pezzo pop early-2000, orecchiabile e ancora un po’ funky, ma dal tono bittersweet. Un discorso che vale anche per la seguente Valentine, in cui i vocals vengono distribuiti tra i diversi membri; il pezzo non è nulla di particolare nel complesso, caratterizzato da un groove molto carino di batteria elettronica e accordi di synth sia in staccato sia come tappeto sonoro.

Talk Fast è un vero e proprio salto nel passato: l’effetto della chitarra e i synth tintinnanti del ritornello fanno infatti molto pop-rock anni ’80. Tuttavia la batteria elettronica ci riporta al 2018, creando un contrasto molto efficace; l’esito è una traccia da music video, molto orecchiabile e che fa venire voglia di ballare. Per la tonalità della traccia e per la tematica Moving Along mi ricorda Better Now di Post Malone: batteria elettronica e acustica si alternano in diverse parti creando un ottimo contrasto, il groove è a metà tra il lento e il funky, ma la traccia in fin dei conti non è nulla di straordinario.

Fino a un secondo prima del ritornello, il ritmo di If Walls Could Talk fa suonare la traccia come se fosse una canzone da club, ma l’alternanza di chitarra acustica nel pre-chorus ed elettrica nel ritornello la trasforma in un pezzo che ricorda i Maroon 5. Pollici sù per il ritornello funky che prende e fa alzare il volume. Parte la canzone successiva Better Man e quando arriva il chorus penso “Ok, ci siamo: ecco la traccia pop-reggaeton che stavate aspettando.” Niente di esagerato però: direi che il brano prende ispirazione dal genere ma senza conformarvisi del tutto. La traccia è delicata, sia nella parte strumentale sia nei vocals; tutto sembra ben soppesato.

More si potrebbe definire la traccia “cattiva” del disco (prendetelo con le pinze), con un breve ma intenso ritornello/drop in cui spadroneggia un riff di chitarre distorte. Le voci pitchate alte (ci risiamo) che aprono Why Won’t You Love Me non sono un buona premessa, e infatti il pezzo si rivela nel complesso piuttosto noioso. L’uso continuato del falsetto conferma che in questo disco i 5 Seconds of Summer vogliano fare un po’ come gli pare per realizzare un’idea artistica che hanno bene in mente.  Woke Up in Japan è a mio parere un’altra traccia skippabile, senza particolari differenze rispetto a quanto sentito finora.

Arrivo a Empty Wallets e mi chiedo “siamo tornati al tema del fingere di essere poveri pur di conformarsi ai trend del pop punk?” La traccia si apre con una strumentale curiosa, che ricorda un mix tra una base di Eminem e I Just Wanna Live. La batteria suona un groove hip hop, un pianoforte accompagna il pre-chorus, per poi arrivare al ritornello, in cui troviamo nuovamente il falsetto e dei synth in bassa frequenza che definirei… una scelta.

Ghost of You è un titolo inaspettato. I’m triggered. Metto in pausa un secondo per prepararmi. Il riff di chitarra in apertura fa molto emo/pop punk: l’arpeggio e l’impiego delle armoniche mi ricordano band come Knuckle Puck e Tiny Moving Parts. La canzone è una ballata lenta molto bella, un valzer malinconico e nostalgico, dedicato al fantasma di qualcuno che manca dalla vita dell’autore. L’inizio di Monster Among Men non promette nulla di buono: vocine pitchate, accordi acuti e carini… sembra di sentire una traccia presa dalla top 50 estiva di Spotify. Ma attenzione! Il ritornello stravolge tutto: il tempo cambia, il ritmo cambia, gli strumenti cambiano… il risultato mi fa pensare all’atmosfera leggera e solare di Catch Fire da Sounds Good Feels Good.

La trama strumentale e ritmica di Meet You There è la più particolare finora. Il pre-chorus fa alzare subito il volume, prevedo già che il ritornello sia bello potente, e la mia intuizione non viene delusa: la traccia scoppia in un chorus drum and bass (!!) in cui batteria e synth la fanno da padrona. Con l’ultima traccia Babylon troviamo strumentali tra hip hop e reggaeton che fanno salire la tensione in attesa del ritornello, che tuttavia non è nulla di speciale.

Nel complesso il disco non suona per nulla forzato: niente dà l’idea che i ragazzi pensino di doversi conformare a qualcosa. Come lo avevano descritto loro stessi, Youngblood vuole essere un disco maturo. Se l’obiettivo era scrivere tracce ben fatte e importanti per i quattro ragazzi australiani, anche usando uno stile diverso e cresciuto rispetto al passato, quello che si ascolta appare il risultato di scelte spontanee, mature e mirate.

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