REVIEW: “Between the Lines” by Trifle

di Alessandro Mainini

Chi l’ha detto che i dischi vanno per forza recensiti nelle settimane a ridosso dell’uscita? Between the Lines, il primissimo EP dei Trifle, è uscito a ottobre del 2017, ma noi siamo (pop) punk e ce ne freghiamo delle regole, quindi ne parliamo solo adesso. Loro sono una band di Vicenza formata da Marco degli Argetti con Richi dei Mangroovia, Gianna dei Devotion e due membri dei Regarde (che per chi criminalmente non li conoscesse sono la risposta italiana ai Basement). Si sono trovati in una stanza e hanno scritto quattro canzoni punk rock veloci e divertenti.

L’opener Fleabag si apre con la celeberrima citazione di Heart of Darkness (“the horror… the horror…”) nella sua rielaborazione cinematografica Apocalypse Now. È una canzone molto tirata e allo stesso tempo allegra, figlia di un cantato punk rock interpretato però in maniera hardcore. Il bridge metafisico in cui si parla di stelle e del cosmo che ci attende rappresenta una pausa di riflessione prima che la canzone torni a scatenarsi nel finale.

Un riff di chitarra alla blink-182 (o anche alla New Found Glory dei tempi d’oro) ci introduce in Peak. Si tratta di una canzone più puramente punk rock della precedente, anche se le linee vocali basse nel ritornello si nascondono un po’ nella musica, unica pecca a mio avviso di una produzione pulita e intelligente, che lascia alla musica tutto lo spazio di comunicare il proprio messaggio senza intromissioni.

L’apertura di Delusional potrebbe essere quella della nuova hit di qualche band pop punk di Hopeless o Pure Noise, ma in quel caso i vocals dovrebbero essere un ottava più in sù. Menomale, basta col pop punk! La parola d’ordine del brano è “catchy”: tra il pre-chorus trascinante e il ritornello straorecchiabile si fa fatica a decidere quale delle due parti resti in mente più facilmente. Forse vince il ritornello anche grazie al suo testo azzeccato: “I think we are already dead / Grabbing the life by the thorns and now my hands are bleeding / Misconception of romance.”

In chiusura di disco troviamo Concrete, la canzone più lunga dell’EP (si fa per dire: dura 3:26). Guidata da una strofa molto retrò dal sapore primi anni ’00, non si prende un attimo di pausa e dà tutta l’idea di essere una bomba dal vivo. Menzione speciale per la pronuncia all’inglese e non all’americana, e soprattutto per la pronuncia buona, che con le band italiane che si avventurano nella lingua d’Oltremanica non è mai da dare per scontato.

L’EP dura poco e si risolve in una decina di minuti lasciando il desiderio che ci fosse almeno un’altra traccia se non due, ma forse la sua forza sta anche nella sua compattezza. I Trifle dicono tutto quello che devono dire senza tanti fronzoli e orpelli e non si perdono in tracce riempitive (all killer no filler). Il desiderio che possiamo esprimere è piuttosto quello che la band ci faccia sentire qualche nuovo pezzone nei prossimi mesi.

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