REVIEW: “Sister Cities” by The Wonder Years

di Michele Pioveguado

No Closer To Heaven era stato il colpo finale, quello che aveva allontato definitivamente i The Wonder Years dal quasi sterile mondo del pop punk. I segnali c’erano già stati inizialmente nello ‘storico’ Suburbia…, e più ampiamente in The Greatest Generation. Il quinto disco dei The Wonder Years aveva definito ciò che la band di Pennsylvania ricercava e infine trovava con successo, portandoli però in un bilico dove, nonostante una enorme fanbase molto dedita li seguisse con passione, non era semplice comprendere quale fosse il bacino di ascoltatori più adatto a loro.

Per questo il primo omonimo singolo tratto dal seguito “Sister Cities” ha depistato non poche orecchie. E’ veloce, con una struttura lineare, una buona canzone, ma forse non un enorme passo avanti. Ma Sister Cities, l’album, nonostante con il singolo condivida un nome, è nel complesso quasi tutt’altro, è di più. Basta aprire con “Raining In Kyoto”, prima traccia, strofe tese, la mancanza di un parente scomparso di recente, e il cammino è già diverso. “Pyramids of Salt”, in quanto secondo singolo, era già un modo di gustare questo album dove o si va piano o si va forte, senza vie di mezzo, con un ritornello che viene detonato senza preavviso. Qui forse una lacuna, quella mancanza di half-speed, di cantato alto ma no urlato, o sussurrato.

Sister Cities è di più in molti modi: tra le linee sempre più immaginative del cantante Dan “Soupy” Campbell si evince il messaggio che vuole passare all’ascoltatore attraverso le sue esperienze, quello di un mondo connesso nonostante tutte le differenze che ci separano. “It Must Get Lonely” è un pezzo nostalgico dove si parla di strade inglesi, di Parigi, di case solitarie a Barcellona, un insieme di emozioni che diventano la canzone forse più travolgente del disco, nella sua semplicità.
Non mancano le canzoni più aggressive nella loro interezza come “The Ocean Grove”, una critica non molto velata all’attuale situazione americana sempre dalla prospettiva di nuovi luoghi e persone diverse. Ma gli attimi più avvincenti si svolgono sul lungo, sulla tranquillità che sgargia nei momenti più esplosivi – si fanno attendere, ma arrivano e sono quasi sconvolgenti. “Flowers Where Your Face Should Be”, una canzone d’amore ad ogni effetto, “Heaven’s Gate (Sad & Sober)”, ma sopratutto la chiusura con “The Ocean Grew Hands To Hold Me”, 6 minuti di canzone che Campbell ha chiamato “il miglior pezzo che abbiano mai scritto”. Dopo 40 minuti in cui i The Wonder Years si sono spinti oltre ogni aspettativa, è difficile essere in disaccordo.
L’album è ascoltabile in streaming su SoundCloud.
VOTO: 9/10
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