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Recensioni al buio: “The Night We Stole the Moonshine” by Hesanobody

di Alessandro Mainini

**WARNING**
Prima di scriverci adirati, date un’occhiata a cosa sono le “recensioni al buio”!

“Ma chi diavolo è quel tizio che suona?” Tanti musicisti suonando nei locali più disparati della nostra penisola avranno dovuto sentire frasi di questo genere arrivare dal pubblico disinteressato, e magari anche infastidito perché la musica live copre la telecronaca della partita. “Dai, ma è un signor nessuno!” (Manzoni l’avrebbe più sottilmente schernito dandogli del Carneade)

Un ragazzo “delle periferie milanesi” ha deciso di far suo questo epiteto poco lusinghiero e trasformarlo in un nome che vuole essere la motivazione a puntare sempre più in alto: lui si fa chiamare Hesanobody e ha un “volto da copertina”, che in soldoni vuol dire che è belloccio come il presidente regionale mancato Giorgio Gori. Il suo nuovo EP ha un titolo più che belloccio; direi anzi bellissimo, perché si intitola The Night We Stole the Moonshine, che a me fa venire in mente un film d’animazione un po’ noir, di quelli che ai tempi della grafica computerizzata si vedono sempre meno.

E però qualcuno Hesanobody lo vuole diventare, se è vero che al suo secondo EP si è trovato un’etichetta inglese (Street Mission Records) distribuita da una label ben più grande (PIAS) ed è finito a registrare il suo disco tra Reggio Calabria e North Carolina dove ha lavorato con Mark Eckert. L’EP ci viene presentato come “un EP tra electro-pop e post punk, un po’ come se gli Editors suonassero con James Blake, o gli U2 con i Massive Attack.” Voi probabilmente avrete capito; io non ascoltando nessuna di queste band ho capito un po’ meno, ma siamo qui per imparare, no?

Il disco si apre con 4 Wishes, che funge principalmente da intro. Il pezzo è tutto elettronico, lascia ampio spazio alla voce piena di riverbero e di effetti, e suona un po’ come il pop che passa alla radio, però quel pop triste e introspettivo che risuona parecchio fra gli americani di oggi alle prese con le conseguenze dell’epidemia di oppioidi. Se siete incuriositi, le “4 wishes” sono “my girl, my music, mama and grandpa”. Il pezzo seguente si chiama Cliché ma non ha un sound scontato. Si tratta di una canzone chiaramente più movimentata della precedente, anche se non frenetica; le percussioni virtuali spingono particolarmente duro diventando quasi le protagoniste del brano, mentre gli effetti elettronici spaziano fra il futuristico, gli anni ’80 e la voce da chipmunk. È una canzone che suona pulita e piace all’orecchio, anche se forse non ci parte mai abbastanza da risultare travolgente.

Roadblock a sorpresa ci culla con una combo introduttiva di piano e archi, ma è solo la prima di una serie di “atti” in cui si divide la canzone, tutti ben diversi fra loro ma combinati in maniera parecchio armonica; idealmente una Bohemian Rhapsody in piccolo, o una Jesus of Suburbia in formato mini. Da sottolineare in particolar modo il drop a metà pezzo in cui i synth ci riportano ai fasti dell’italodance, quando Eiffel 65 e GGDAG dominavano il mondo della disco e le squadre italiane erano le più forti d’Europa; ma anche il finale, che agli emo kids ormai cresciuti può ricordare qualche composizione progressive dei Coheed and Cambria.

I synth tornano in primissimo piano in Mourning a Ghost. Dopo un pezzo barocco come il precedente, questo si configura come un ritorno alla normalità; canzone molto coesa e sonicamente lineare, fa da contraltare a Roadblock e inserita nell’EP trova una perfetta collocazione. Ben più ritmata la traccia finale, Night 23, in cui forse sento un accenno di quegli U2 promessi all’inizio. A livello di cantato è il brano più pop, con l’unico vero e proprio ritornello catchy del disco e linee vocali quasi mainstream, mentre la musica che accompagna le parole ha un sapore quasi epicheggiante/esaltante.

The Night We Stole the Moonshine è un EP che non presenta difficoltà di ascolto, ma allo stesso tempo suona scarsamente appetibile per chi è assuefatto alle semplicistiche melodie che pervadono le radio commerciali. Hesanobody effettua una ricerca artistica più complessa, che non punta al virtuosismo vocale fine a sé stesso o alla melodia intricata di difficile comprensione ma allo stesso tempo non cerca per forza di risultare orecchiabile. L’EP presenta una notevole varietà sonora pur nelle sue 4+1 tracce, ma conserva sempre un’unità cromatica di fondo che aiuta l’ascoltatore a orientarsi fra un pezzo e l’altro. Un disco da ascoltare… perché no?, al lavoro, mentre affatichi la vista in un ufficio con il soffitto altissimo e le luci a LED superbianche, senza capire se fuori è giorno, è notte, piove o c’è il sole, ma sai che arriverà il momento in cui la gente non dirà più di te che “hesanobody”.

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