younger and better savana

Recensioni al buio: “Savana” by Younger and Better

di Alessandro Mainini

**WARNING**
Prima di scriverci adirati, date un’occhiata a cosa sono le “recensioni al buio”!

C’è chi dice che col tempo le band diventano older and worse, cioè più vecchie e peggiori. Gli Younger and Better a partire dal nome promettono di fare esattamente l’opposto; e se da un lato difficilmente diventeranno più giovani col passare degli anni, il loro primo album dovrebbe ben rappresentare una progressione rispetto ai tre EP che l’hanno preceduto.

Il disco ha un titolo molto significativo per il contenuto dell’opera. Si chiama Savana, e ci viene spiegato così: “la savana come unico filo conduttore. Con i suoi colori. Le sue bestie. I suoi meccanismi, regole, odori, rumori, suoni e musiche. Savana come Milano. Milano così selvaggia da far paura. Così tanto. Fino ad essere stimolante.”

Savana che è anche il titolo della prima traccia, una canzone che si apre con dei synth inquietanti; mi guardo rapidamente alle spalle per accertarmi che non ci sia un mostro o un maniaco assassino nella stanza, e la sensazione non mi passa per tutta la canzone. Verso metà il brano si dischiude con un gradevole riff di chitarra e un beat piuttosto incalzante, che ripetuti in maniera ossessiva diventano subito orecchiabili. Di tutt’altro genere invece l’apertura di Track 3, che però è la traccia 2. I synth danzerecci e le chitarre quasi math rock accompagnano i vocals di Dario che ricorda un po’ il cantante dei Planet Funk –sarà un po’ anche il genere.

La sequenza delle tracce 3 e 4 mi fa sorridere perché si chiamano El Bananon e Baobab. El Bananon è la hit del futuro quando i robot avranno ridotto in schiavitù la razza umana e balleranno al posto nostro nelle discoteche; mi immagino la scena come il video di Blue che incontra quello di Around the World, ma in modo più distopico. Anche il beat di Baobab ha una fibra piuttosto futuristica, ma per fortuna senza rap. I vocals anzi integrano il ritmo ma non la fanno da padroni, lasciando ampio spazio agli strati di synth che cadono come una fontana di cioccolato nella vetrina di Cioccolati italiani.

Parte Draw e il mio computer mi manda l’avviso di diminuire i bassi. I’m all about the bass (hah!), però così forse stiamo esagerando, ragazzi! La situazione bassi in realtà migliora col progredire del brano, scongiurando un mal di testa incipiente, e anzi il pezzo si risolve in un ampio ventaglio di layering di synth e voci che è assolutamente gradevole, per quanto forse al pezzo manchi quella spinta innovativa e dirompente che avevano le tracce precedenti. Melodie quasi indie pop aprono Transpired, una delle tracce più cantate del disco nonché una di quelle con la struttura più tradizionale, ma non per questo meno bella! E poi c’è sempre spazio per i synth stranianti che stanno diventando la cosa che apprezzo di più di quest’album.

Per qualche strana ragione il cantato di All You Need mi ricorda qualche pezzo di Hån, ma invece che in una foresta nordica qui ci troviamo nell’Africa tropicale, e allora le melodie minimali che introducono il pezzo nella mia mente diventano suoni tribali. Come in una festa rituale attorno a un grande fuoco dove le figure danzanti si muovono a un ritmo sempre più forsennato, la canzone esplode in una climax con una delle chiusure più intense del disco. Il sound tribale prosegue imperterrito nella successiva Hyena Teeth, che combina riff di synth affilati e taglienti in mille variazioni e colori.

Le atmosfere più tranquille e rilassate di Save You Save Them ci dicono che andiamo verso la fine del disco, anche perché dopo tutto il danzare delle tracce precedenti c’è bisogno di rifiatare. I cambi repentini di melodia hanno un sapore molto math rock; se i The Dillinger Escape Plan facessero elettronica suonerebbero così. Track 21 in realtà è la traccia 10; ormai non ci fregano più con questi trucchetti numerici. Il pezzo parte molto tunz tunz, con qualche suono volante non identificato che plana nella canzone di tanto in tanto, mentre il cicaleccio dei synth ricorda un’invasione di cavallette, che se ne vanno rapide come erano venute facendo chiudere la canzone e il disco con un brusco stacco.

L’elettronica a tinte math e post rock degli Younger and Better introduce due generi di nicchia in un genere popolare ma realizzato in maniera alternativa, e il risultato della miscela è un album da ballare in una discoteca dark di Brooklyn mentre fuori c’è la fine del mondo, perché everybody knows there’s a party at the end of the world.

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