Roberto Ventimiglia Bees Make Love to Flowers EP

Recensioni al buio: “Bees Make Love to Flowers” by Roberto Ventimiglia

di Alessandro Mainini

**WARNING**
Prima di scriverci incazzati, vi invitiamo a leggere cosa sono le “recensioni al buio”. Peace.

Roberto Ventimiglia non è parente di Milo, ma con lui ha in comune la barba e un po’ anche il modo di portare i capelli. Roberto ha però una cosa in più di Milo, ed è che sa suonare molto bene la chitarra (intanto mi preparo ad essere smentito da qualche fan dell’attore che conosce molto meglio di me le sue vicende personali e i suoi hobby). Così bene che oltre a essere diplomato in conservatorio, non ha paura di condividere col mondo il suo EP d’esordio solista, interamente autoprodotto e registrato in casa con vera etica DIY.

Bees Make Love to Flowers, questo il titolo dell’EP, mi viene presentato con due stralci di testi che più di ogni altra parola di introduzione catturano la mia attenzione per la delicatezza dell’immagine espressa: “frightened by lawn mowers, but still in love with flowers […] true lovers use no mowers, ‘cause bees make love to flowers.” Se la musica è all’altezza di questi due versi, mi preparo ad ascoltare l’EP di debutto dell’anno.

Già dalle prime note dell’opener If We Were Cats si sentono tutte le caratteristiche di una produzione do-it-yourself, ma gli amanti del lo-fi diranno che questo non fa che aggiungere alla qualità di un disco; sicuramente lo rende molto più onesto e diretto. Neanche il tempo di iniziare, e la canzone è già finita, a poco più di 1:30 di durata, ma gli accordi semplici e la voce calma e tranquillizzante di Roberto ne fanno un ascolto piacevole. Viene un po’ in mente l’amico One Glass Eye, che delle canzoni brevi “voce e chitarra” ha fatto il suo marchio di fabbrica nel panorama indiemo italiano.

La traccia successiva ha un titolo che più semplice non si può: May. Il sound è più pieno e il testo ripete poche frasi ma dirette. La voce è sempre abbastanza rilassante, tanto che ci rimango male quando nel ritornello Roberto dice una parolaccia: “get the fuck away”. La canzone si arricchisce del cameo di un pianoforte che accenna due rapidissime note sul finale, ed è sicuramente una traccia più memorabile della precedente (la ripetizione del testo aiuta), segno che forse siamo entrati nel vivo del disco.

Si arriva alla title track, quella da cui provengono le due citazioni iniziali, quindi mi aspetto tantissimo. Il riff iniziale è molto bello; ricorda un po’ le canzoni emo acustiche dei primi anni ’00 (sì, parlo di te, Chris Carrabba). In questa canzone mi accorgo con piacevole sorpresa che Roberto ha una pronuncia inglese (no, non è vero, si sente che è italiano, però cerca di usare un accento British invece che American e questa è indubbiamente una bella cosa). Il ritornello vuole essere il più orecchiabile fra quanto sentito finora; anche se non è esattamente dirompente, la linea vocale è molto godibile e scandisce con un’apparente venatura nostalgica le frasi di cui si è già detto.

La prima traccia dura un minuto, la seconda due minuti e la terza quattro; il disco da qui però smette di seguire la matematica, dato che la quarta traccia, Just Fred, non dura otto minuti. È però fin qui la vera sorpresa dell’EP: il testo racconta la breve storia triste di un amore non corrisposto (forse nemmeno manifestato, e non mi sono chiare le circostanze in cui sia nato ma c’era qualcosa di strano nel contesto), e se fosse cantata due toni più in alto con voce piena di pathos/teen angst sarebbe davvero una canzone dei Dashboard. Roberto invece la canta con voce più calda, in armonia con il giro di chitarra più deciso, ma questo non toglie che sia assolutamente il mio brano preferito.

You è una canzone molto varia che parte al pianoforte, poi si aggiunge la cara vecchia chitarra, e Roberto gioca molto più che altrove con la voce: da tratti soft quasi sussurrati al ritornello alto a pezzi quasi da crooner. La parte migliore in tutto questo è però il bridge piano + chitarra dopo il primo ritornello, che fa molto canzone d’autore italiana. L’outro chiude il ciclo della canzone ritornando al pianoforte che svanisce in fade-out. Carina, ma Fred mi è rimasta nel cuore (come al protagonista della canzone è rimasto nel cuore Fred in persona).

Ah, si parlava giustappunto di matematica non rispettata, e invece la closing track Under Britain’s Sky dura esattamente quanto l’opener, per ricordarmi che non bisogna mai parlare troppo presto. Well played. La traccia scorre velocemente, dando la stessa sensazione di “mordi e fuggi” di If We Were Cats, ma chiude l’opera con garbo.

Okay, forse Bees Make Love to Flowers non è veramente l’EP di debutto dell’anno come avevo auspicato, però si tratta senz’altro di una breve collezione di canzoni molto graziosa e composta con gusto –e qui viene fuori la formazione musicale di Roberto– dai testi non banali cantati con eleganza. Sei piccole canzoni per una mattina primaverile di sole da ascoltare tra il momento in cui socchiudi le persiane, facendo filtrare la luce, e il momento in cui le spalanchi.

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