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REVIEW: “Knowing What You Know Now” by Marmozets

di Alessandro Mainini

Una grande scritta su sfondo bianco che copre l’intera superficie della copertina, a comporre le parole Knowing What You Know Now dentro alle quali si vedono le figure sfocate dei membri della band. Questa la scelta artistica dei Marmozets per l’artwork del nuovo album, decisamente poco amica degli algoritmi di Facebook che favoriscono immagini dove la quantità di testo sia ridotta all’osso, ma forse molto promettente per il popolo di Tumblr. Una mossa paragonabile a quella dei connazionali Moose Blood, che hanno optato per una scelta simile con la copertina del nuovo disco I Don’t Think I Can Do This Anymore –una frase che su Tumblr se possibile è potenzialmente ancora più efficace.

Il secondo disco dei Marmozets arriva dopo il predecessore The Weird and Wonderful con un salto di quasi 4 anni, due dei quali passati nel silenzio quasi completo. Ritroviamo una band molto cambiata rispetto al sound con cui l’avevamo lasciata: i suoni spigolosi che costituivano la linfa vitale di buona parte del primo album sono stati ampiamente smussati in favore di un suono molto meno heavy e aggressivo, che strizza l’occhio all’alternative rock inglese tanto di moda adesso, semplicemente un filo più appesantito perché insomma, alla fine stiamo pur sempre parlando dei Marmozets.

La produzione è stata affidata al navigato Gil Norton, senz’altro uno dei nomi più in vista del panorama alt rock contemporaneo avendo lavorato con band come Twin Atlantic, Pixies e You Me at Six. Nella mia mente però il signor Norton resterà per sempre impresso come colui che ha prodotto quell’abominio che è Tales Don’t Tell Themselves dei Funeral for a Friend e anche il primo disco sottotono dei Dashboard Confessional (A Mark, a Mission, a Brand, a Scar). La mano di Norton in questo disco è tutto tranne che invisibile, a partire dal sound mitigato di cui si è detto, fino alla voce di Becca, che qui sperimenta molto con le varie tecniche. Abbandonato quasi del tutto lo scream, che era invece il focus principale di lavori come l’EP Vexed, la cantante esplora tutto il proprio range vocale spaziando da acuti notevoli a strofe interpretate con una voce vellutata tutta nuova.

La diversità di stili canori è per molti versi positiva, perché aggiunge varietà ad un sound che altrimenti risulta piuttosto uniforme, ed è senza dubbio l’elemento del disco che risalta maggiormente. D’altro canto, quando Becca (e Norton) strafanno, le linee vocali non convenzionali diventano proprio il punto debole delle canzoni, come avviene in Major System Error dove gli acuti del ritornello risultano più fastidiosi che virtuosi, o ancora più visibilmente in Insomnia, cantata interamente con una voce che sembra quella dei chipmunks che sono la cosa più irritante del mondo. Un grande peccato, dato che la traccia sarebbe una delle più interessanti del disco con il suo sound spettrale che evoca perfettamente le sensazioni totalizzanti causate dall’insonnia raccontata nel testo.

Di tutt’altro stampo è invece una canzone come Habits, il singolo più convincente fra i tre pubblicati prima dell’album. Qui la staffetta fra le diverse tecniche vocali funziona a meraviglia, in quella che è verosimilmente la miglior performance del disco da parte di Becca. Davvero azzeccata la scelta di evidenziare il ritornello ripetendolo due volte: prima con una strumentazione minimale per sottolineare la voce, poi con full band a supporto per dare sfogo alla musica. Sullo stesso tono Lost in Translation, che è un po’ la gemma nascosta del disco, con le sue strofe supertrascinanti e un chorus che possiede il giusto bilanciamento fra la dose catchy e la dose heavy; idealmente quanto avveniva prima di questo disco, pur essendo questa una traccia molto diversa da tutto quello che la band abbia mai fatto.

Si possono evidenziare altri due brani particolari di Knowing What You Know Now. Il primo è Meant to Be, dove i Marmozets diventano difficilmente distinguibili dai Milk Teeth (peraltro anch’essa band inglese di Roadrunner) a livello di sound –non tanto di vocals perché Becca canta in maniera molto più acuta e aggressiva di Becky Blomfield. Il secondo è Me & You, un po’ perché è la ballad, un po’ per il testo toccante dedicato da Becca con ogni probabilità alla nonna scomparsa recentemente. Anche in questo caso la performance vocale resta l’aspetto migliore della canzone, dal momento che gli strumenti ridotti all’osso fanno semplicemente da sottofondo.

Il resto del disco purtroppo scade in una riproposizione di suoni sempre molto simili e privi di ogni elemento di memorabilità. La ripetizione in loop della parola “Play” nell’omonima traccia è indubbiamente catchy, ma risulta anche un po’ molesta, come se rendesse meno seria la canzone che è per il resto abbastanza spenta. Like a Battery si apre con un suono (più volte ripreso nel corso della traccia) che assomiglia a quei jingle usati nei cartoni animati giapponesi per presentare un personaggio che si prepara a combattere. Questa cosa continua a spiazzarmi anche dopo più ascolti, e sembra davvero fuori luogo nel contesto della canzone e dell’album. Nel resto del brano c’è davvero poco che risalti, e lo stesso si può dire dell’interezza di Start Again e Run with the Rhythm, per quanto specialmente in quest’ultima Becca dia il meglio di sé.

Fugaci momenti di vitalità si ritrovano in New Religion, dove il ritornello è davvero azzeccato; purtroppo il resto del brano è mediocre e suona come una qualsiasi canzone alternative rock inglese. Interessante anche il twist nella trama sonora di Suffocation che interviene quando Becca canta “I feel suffocating”, ma non abbastanza da salvare una canzone noiosa e poco ispirata. È un peccato che nella maggior parte di queste canzoni ci si debba accontentare di piccolissimi momenti entusiasmanti e sprazzi di talento musicale, sommersi da minuti interi di monotonia.

L’album non viene salvato nemmeno dallo spessore dei testi. È vero d’altronde che i lyrics non sono mai stati il punto di forza di Marmozets: la sensazione fin dai primi EP è sempre stata che i testi ci fossero più perché doveva necessariamente esserci una parte vocale che perché la band avesse davvero qualcosa da dire. In Knowing What You Know Now si può intravvedere qualche miglioramento sia a livello di tematiche che a livello di complessità e articolazione, però la ripetizione ossessiva della stessa strofa in tutte le canzoni diventa un po’ scontata: viene da chiedersi se i Marmozets siano capaci di scrivere due strofe che abbiano un testo diverso fra loro.

La ricerca di un sound commerciale non sembra aver apportato grandi giovamenti alla band, che ha perso buona parte della sua carica edgy senza però sostituirla con un’adeguata dose di catchiness che dovrebbe far saltare all’orecchio le canzoni. La tecnica di tutti e cinque i membri del gruppo è elevatissima, ma questo lo dico perché ho presenti i loro lavori precedenti dal sapore math rock e perché li ho visti distruggere tutto dal vivo. Da questo disco difficilmente si potrebbe trarre una conclusione del genere: i Marmozets qui sembrano una delle tante band d’Oltremanica, e anche i tecnicismi (come il riff di chitarra nel ritornello di Play) sono criminalmente nascosti nel mix.

VOTO: 6/10
BEST TRACK: Habits

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