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REVIEW: “Entertainment” by Waterparks

di Agnese Tomasini

Gli Waterparks hanno avuto il merito (ma anche il difetto) di essersi messi nelle condizioni di rischiare il cosiddetto “sophomore slump”, ovvero fare cilecca con il proprio secondo disco. Double Dare, il loro album d’esordio, era infatti così catchy e ben riuscito che le aspettative per il follow up non potevano che essere altissime. La band non perde tempo, e a meno di un anno e mezzo di distanza si ripresenta sulla scena con Entertainment, in uscita sempre su Equal Vision Records.

Confesso subito che i primi ascolti dell’album sono stati parzialmente influenzati dalle dichiarazioni del frontman e “mente” della band, Awsten Knight, riguardo le sue sensazioni sul disco: per chi non sapesse, la maggior parte delle tracce di Entertainment sono vere e proprie lettere d’amore per Ciara Hanna, la ragazza con cui Awsten stava ai tempi della scrittura del disco. I due hanno però recentemente vissuto un drastico breakup, motivo per il quale tramite una nota scritta a mano su twitter il cantante ha fatto sapere ai fan che “Entertainment was ruined for me”.

Venendo alle canzoni, 11.11, opening track, si apre con i synth per poi dare spazio al sound tipico della band, composto dalla batteria di Otto Wood e dalle chitarre di Awsten e Geoff. Già dal titolo possiamo immaginare che non sia facile per Awsten ascoltare questa canzone ora: le 11:11 sono l’orario in cui tipicamente si esprime un desiderio. Nel ritornello Awsten dice “I must have caught you at 11.11”, e con frasi tipo “you got me feeling like a walking love song” e “my favorite step of stairs is the one up to your room” non è difficile capire che questa è la prima canzone d’amore per Ciara.

Blonde è il primo singolo tratto dall’album, e come la definisce Awsten è la traccia più “punk” della produzione. Si tratta di un pezzo abbastanza tirato, dal ritmo veloce e aggressivo, coerente con il contenuto. Il titolo crea un gioco di rimandi ai colori di capelli che hanno caratterizzato l’estetica del frontman negli scorsi anni: a lungo Awsten è stato un “natural blue”, mentre ora si fa biondo, come a voler dare un taglio al passato. Nel brano troviamo riflessioni sull’evoluzione della carriera e del successo della band, testimoniate da testi come “haven’t been home in some months”, “I used to crave a getaway, now I don’t wanna leave”. Se prima della fama, come ogni pop punk band che si rispetti, la band provava il desiderio di uscire dalla propria città, ora dopo tanti sold out e tour in giro per il mondo è plausibile che i ragazzi desiderino più tempo da passare nella propria hometown Houston. Nel pre-chorus Awsten fa i conti con la propria fama, affermando di non aver mai desiderato di trovarsi al centro dell’attenzione come è adesso e di vedere quanta gente pretenda di saperne su di lui, tema che ritornerà nel corso del disco.

Anche in Peach (Lobotomy), si trovano riferimenti diretti a Ciara. La traccia è praticamente una ballata, molto orecchiabile, che strumentalmente rispecchia lo stile della band ma con una certa freschezza. Awsten ha perso la testa per Ciara, che diventa l’unico pensiero totalizzante, come se avesse subito una (lo lo lo) lobotomia che gli ha estratto dalla mente tutto tranne lei. Il brano in effetti, con quelle parti fischiettate, dà una sensazione di strana spensieratezza, ma non del tutto positiva: sembra quasi di essere appena usciti da un’anestesia, pur essendo rimasti completamente coscienti di ciò che stava succedendo.

We Need to Talk si apre con un arpeggio di synth e una batteria elettronica. Il ritornello conserva questi elementi, con l’aggiunta di una chitarra elettrica pulita. Molto carine anche le parti di chitarra elettrica un po’ funky fra il ritornello e la strofa successiva; ne avrei volute di più. Si tratta di una canzone che lascia trapelare un po’ di amarezza, ed è difficile capire da chi sia stata ispirata. Forse sempre da Ciara, dal momento che si parla dei suoi “drunk dumb fans”, oppure da una ragazza precedente a lei, visto che si tratta di una relazione conclusa: Awsten riflette su come pensasse davvero che questa ragazza fosse il suo quadrifoglio, una persona che brilla più della luce del mattino.

Ricca di sperimentazioni dal punto di vista strumentale, in Not Warriors si trovano molte parti di synth, e vengono a più riprese campionate le voci di Awsten, a mio parere talvolta inutilmente o non sempre in maniera funzionale all’insieme. Anche il ritornello per come è costruito non colpisce al massimo delle sue potenzialità, e rispetto alle altre tracce il suono delle chitarre sembra un po’ troppo morbido. A un primo ascolto la canzone può lasciare un po’ perplessi per il fatto che sia una traccia molto catchy e decisamente poco “punk”, ma bastano un paio di ascolti e il ritornello diventa addictive. Chiaramente si tratta di una canzone per Ciara: “there’s nothing in my system, so I feel what I feel for you” sono lyrics che secondo alcuni rimandano al fatto che Awsten non beva (motivo che ritorna spesso nelle sue canzoni), per cui tutto ciò che è in grado di provare è causato da Ciara.

Come l’ha definita Awsten stesso, Lucky People è “the most happy Jason Mraz ass song you ever saw. Also the saddest”. Si tratta infatti di una canzone molto semplice, quasi unicamente chitarra e voce, molto allegra sia musicalmente sia nel testo, che fa subito venire voglia di canticchiarla. È una canzone felice scritta in un momento felice, ma adesso assume tutta l’ironia e l’amarezza di una situazione completamente opposta a quella in cui è stata concepita. Nel video, Awsten è il primo a dirci come reinterpretare il pezzo: vediamo il frontman camminare per la città, avvolto da un filo di lucine natalizie intermittenti che si fa passare più volte attorno al collo. Un espediente che lui stesso ha definito come una sorta di metafora, e da canzone allegra, quasi holiday song, Lucky People si carica di un aspetto estremamente malinconico e triste.

Molto diversa da Lucky People è la traccia successiva, Rare. Il pezzo è da subito molto orecchiabile, e per come si costruisce ricorda le più recenti produzioni degli All Time Low. Il vibe del pezzo è molto energetico, caratterizzato da un solido sound pop rock, con l’utilizzo di alcuni espedienti elettronici, e nel complesso si presta molto ad essere suonata dal vivo. Il brano è verosimilmente dedicato a Ciara, e Awsten racconta di come stare con lei sia un “teenage dream”, citando la canzone di Katy Perry, e di come lui si senta un teenager che vive questi sentimenti per la prima volta.
Tantrum è la traccia che in assoluto preferisco di tutto il disco: più punk rock, aggressiva, un po’ urlata, fuori dai denti. Il titolo in inglese significa “scatto di collera”, che conferma il primo pensiero avuto quando ho sentito il pezzo per la prima volta: si tratta della Little Violence di Entertainment. Il brano si apre con la voce di Google Translate che recita “fuck these fuckboybands that can’t think for themselves. Let’s put away our black clothes and start cutting up our voices. That’s what’s cool now, right?” Il tema prosegue nei lyrics “If I wasn’t thin and white with blue hair, would I be here?”, un riferimento agli standard con cui si valuta “l’alternatività” e l’appeal di un artista in questo ambito musicale. Pur presentando queste caratteristiche, Knight vuole portare l’attenzione sulla sostanza e sull’apporto artistico prima di tutto. Il pre-chorus è la parte più efficace e brillante di tutta la canzone: la voce di Awsten è low pitched un po’ alla Twenty One Pilots, e il frontman critica la “party scene”, dalla quale vuole stare fuori, che ha fatto scadere la credibilità dei suoi “starry friends”.

Crybaby è il penultimo pezzo di Entertainment, e di pop punk non ha proprio nulla (ma nemmeno di alternative rock). Strumentalmente è quasi del tutto costituito da strumenti elettronici: sintetizzatori, batteria elettronica, pitch di voci e un pianoforte. Si troverebbe benissimo in un disco indie alternative, genere che tra l’altro il tema dei “crybaby” lo adora. Eppure Awsten afferma di non voler essere un crybaby, e nelle interviste ci fa capire come sia stata la tristezza ad ispirare il tema del brano. Quello che comunica la canzone è una sensazione di incertezza, di dubbio, una sensazione che l’autore conosce bene come una parte di sé. Più volte nel brano ricorre la parola “gloom”, come in “don’t you know it’s gloom boys season”, come se questo stato mentale ricorra ciclicamente, anche se non ci è del tutto chiaro da cosa sia stato indotto.

Sleep Alone è la closing track, e stavolta coi campioni di voce secondo me si è passato un po’ il limite. A parte che non mi piacciono, ma non ne capisco molto il contributo estetico a livello di suono, sia nella parte iniziale sia nelle parti finali del ritornello, in cui le vocine in pitch rimbalzano da destra a sinistra in modo quasi fastidioso. I versi sono caratterizzati dal sound tipico fatto da chitarre e batteria acustica, che nel pre-chorus diventa elettronica e si accompagna a dei synth per poi aprire il ritornello in pieno stile Waterparks. Ma, attenzione, il bridge del pezzo vede una svolta: il primo (e ultimo) assolo di chitarra del disco! L’assolo breve ma d’effetto dà spazio all’ultimo ritornello, leggermente diverso dai precedenti e d’impatto superiore.

Nel complesso Entertainment mantiene un buon equilibrio tra lo stile punk rock della band e la tendenza alla sperimentazione elettronica che contraddistingue le sue composizioni da Double Dare in poi. Talvolta le scelte in termini elettronici nel disco mi hanno lasciata perplessa o sono state difficili da apprezzare. Le aspettative generate da Double Dare non sono state del tutto soddisfatte da Entertainment; principalmente mi aspettavo almeno un paio di tracce più energetiche e possibilmente non dedicate tutte alla stessa persona. Si tratta ovviamente di un disco estremamente introspettivo, realizzato con lo scopo di rispecchiare dei sentimenti, e non certo di far piacere a qualcuno, che segna un momento importantissimo per la band, e soprattutto per Awsten.

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