Zagreb palude

Recensioni al buio: “Palude” by Zagreb

di Alessandro Mainini

**WARNING**
Prima di scriverci incazzati, date un’occhiata a cosa sono le “recensioni al buio”. Peace.

Zagreb è il nome con cui è internazionalmente conosciuta la capitale della Croazia, quella che noi chiamiamo Zagabria (persino i francesi, che francesizzano tutto, la chiamano col suo nome originale). I membri dei Zagreb però sono italianissimi, per la precisione dell’area fra Treviso e Padova, e infatti cantano nella lingua di Dante. Il loro nuovo album si chiama Palude, che a me fa pensare allo schieramento politico immobilista della Rivoluzione francese che abbiamo studiato a scuola (forse).

In effetti la palude a cui fa riferimento questo disco ci viene presentata come “una rappresentazione di emozioni e situazioni di vita stagnanti […] in un quadro generale di disarmante immobilismo,” ma la palude “al di sotto della superficie racchiude piccoli microcosmi al cui interno si sviluppano enormi drammi della quotidianità.” Il nome di questi microcosmi, suppongo le dieci canzoni del disco, a dire il vero non mi lascia ben sperare, perché titoli come Problema sociale, I tuoi denti o Acme sanno tantissimo di indie italiano che va di moda adesso, però si dice sempre di non giudicare un disco dalla sua tracklist, o no?

Devo dire che una canzone che si chiama Nel buio è perfetta per una recensione “al buio” come questa. Si tratta del singolo di lancio dell’album, e già dalle prime note capisco che la mia supposizione sul genere del disco era proprio sbagliata: si può dire che sia indie, sì, ma indie rock. Quello che ha spopolato in Inghilterra da almeno una decina d’anni ma che anche in Italia ha trovato terreno fertile, e anzi Nel buio ha un carattere quasi punk rock nel modo in cui sono tirate le chitarre. Nel bridge persino un inaspettato accenno dell’AJ Perdomo di Golden Record fra le linee vocali.

Vero amore si apre con una strofa aggressivissima che assomiglia ai Subsonica appesantiti, poi il ritornello invece diventa la cosa più orecchiabile di questo mondo. La sensazione è che se questa canzone fosse uscita nel 2008 sarebbe stata un successone, e mi chiedo perché non sia stata scelta come primo singolo. La batteria ci accompagna nell’inizio della successiva traccia Problema sociale, caratterizzata da strofe decisamente più calme e introspettive rispetto al brano precedente. Il punto più intenso del pezzo è indubbiamente la climax finale dove aumentano i giri delle distorsioni e Alessandro si lascia andare a un’interpretazione sofferta e persino urlata delle parole “Qual è il senso? Dimmi, qual è il senso se non quello di lasciarci qui, se non quello di morire qui?”

L’apertura di Berlino è più easy/guidata dai synth che nelle precedenti tracce, e comincia a dare una sensazione di tranquillità, quando ecco che Alessandro nel giro di poche frasi se ne esce con dei “Ma che cazzo ci faccio a Berlino? / Ho seguito una stronza / Ho mandato affanculo mia madre per te” che irrompono inaspettati e ti spiazzano decisamente. Il pezzo è bello tirato, con un beat quasi da discoteca e i riff di chitarra molto curati; se non fosse così pieno di parolacce probabilmente potrebbe andare alla grande nelle radio mainstream, ma ho come la sensazione che i Zagreb ne siano perfettamente consapevoli e che anzi se la ridano sotto i baffi perché sono stati liberi di fare il cazzo che volevano. In fondo in fondo è il pezzo che mi è piaciuto di più finora: sicuramente a livello musicale, ma anche a livello di testo, perché mi fa capire che Palude è espressione autentica di una band che sta facendo esattamente il disco che voleva fare, senza tanti fronzoli o imposizioni esterne per amore della bienséance.

Di I tuoi denti la cosa più bella è il riffone iniziale di chitarra che è fantastico e trascinante, e a dire il vero fa quasi sfigurare il resto della canzone. La traccia successiva si chiama Acme come il corso di laurea che ho frequentato, e pur non rappresentando, ehem, l’acme del disco, si fa notare per le sue strofe nuovamente “heavy” seguite da un ritornello ben più melodico. Nel chorus peraltro tornano gli echi, stavolta più accentuati, di Golden Record dei The Dangerous Summer, di cui questa canzone potrebbe tranquillamente fare parte. Anche i Subsonica rifanno capolino nella settima traccia Cerebrale, un pezzo molto più basato sugli elementi elettronici con un pre-chorus e un bridge quasi spettrali grazie anche alle voci effettate che lanciano i propri lamenti mentre il testo declama cripticamente “il destino se la porta via con sé”.

Il disco scorre abbastanza veloce ma in modo molto piacevole e ci ritroviamo già al terzetto conclusivo di brani. Vile ha un testo poetico che un liceale avrebbe già trascritto ovunque sul proprio diario. Spicca il passaggio “siamo fatti di attimi e ali, istinti precoci e molesti”. Ecco, magari “come nuoti beato nel lago ghiacciato di merda” è un po’ meno poetico, ma sicuramente crea un’immagine molto concreta ed efficace. Le melodie sono godibili, ma qui è davvero il testo (e la sua interpretazione ricca di pathos) che cattura tutta l’attenzione e rende il brano uno dei più riusciti di Palude.

Si passa a Presidente e ritornano le atmosfere elettroniche ballabili, ma ancora una volta i Zagreb rifuggono le logiche commerciali che vorrebbero un bel ritornellone da cantare a squarciagola per coronare la canzone, e decidono invece di non mettercelo proprio il ritornello. Una mossa che apprezzo, per quanto di questo disco abbia preferito le tracce più “rock” e tirate rispetto a quelle più elettroniche. Chiude l’album Anestesia, una sorta di ballad acustica ma con un deciso di strato di synth sottostante.

Palude è un disco che suona genuino. L’attenzione alle melodie e ai suoni è studiata con dettaglio, ma senza una ricerca esasperata del passaggio catchy da portare al successo commerciale. Nel complesso il sound ha delle forti reminiscenze retrò che rimandano appunto a un tipo di musica che sarebbe andato fortissimo un decennio fa, ma anche in questo si può riconoscere una scelta stilistica che privilegia la realizzazione di sé stessi rispetto alla logica dei trend. Al di là di ogni giudizio basato su gusti personali, Palude è un disco che merita di essere ascoltato perché è l’espressione dell’arte nella sua forma più libera.

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