Recensioni al buio: “Unconscious Oracle” by Snow in Damascus!

di Alessandro Mainini

** WARNING **

Le “recensioni al buio” nascono, tra il serio e il faceto, come un’esperienza di ascolto dell’opera musicale di un artista prima non conosciuto (per questo “al buio”) one shot stendendo in diretta la recensione, brano dopo brano. L’attenzione è focalizzata più sulle emozioni e sulle sensazioni suscitate dalle canzoni che sull’analisi globale di un disco e della sua storia, tipica di una classica recensione, e non si esime dall’utilizzo di un pizzico di ironia qua e là, volta ad alleggerire la lettura e mai intesa come scherno nei confronti dell’artista (non ci permetteremmo mai). Questo tentativo sperimentale, senza alcuna pretesa di onniscienza o di professionalità, vuole dare voce soprattutto ad artisti italiani e generi che non rientrano tradizionalmente nel raggio d’azione di aim a trabolmeicher, sperando che qualche pop punk o emo kid, magari colpito da una frase o da un passaggio, si scopra fan di un genere musicale nuovo. Prendete quindi quanto leggete per quello che è: un divertissement impulsivo dell’autore e non uno sguardo critico ragionato su un’opera.

Gli Snow in Damascus! sono una band di Città di Castello (PG) che viene presentata come “a metà fra post rock, cantautorato e folktronica“, quest’ultimo un genere a me non molto familiare ma che mi fa pensare ai Mumford & Sons con i synth al posto del banjo. Forte del loro album di debutto Dylar (2014), il quintetto si ripresenta sulle scene con un nuovo lavoro. Il titolo dell’album è “Unconscious Oracle”, e in effetti il disco viene descritto con parole sibilline: “un disco sul bisogno e sulla scelta di ritirarsi nella discrezione e, attraverso tale sottrarsi, su quegli attimi di cecità che, consapevoli o meno, tutti esperiamo.” Incuriosito (e non certo di avere del tutto capito), premo play.

La prima traccia è anche la title track, e si apre con un pulito giro di chitarra effettivamente folk, abbinato a dei vocals pieni di riverbero che se le chitarre fossero distorte sarebbe l’ultimo disco degli Hundredth. Poco dopo la prima strofa, irrompe un beat computerizzato e al folk iniziale si aggiunge il “tronica” come promesso. La traccia prosegue più o meno su questa linea fino alla fine, con un’atmosfera piuttosto sognante e una linea vocale ripetitiva: ok come opening track, ma mi aspetto più variazione nei prossimi brani.

Il sound onirico è ripreso anche in Vultures, forse con un’aura un po’ più inquietante. Sottratto un filo di riverbero, i vocals si mantengono pressappoco monocorde, risultando quasi un accompagnamento o un’integrazione al sound complessivo della canzone più che il suo elemento portante. Sul finale, alcuni effetti sonori alla Assassin’s Creed. Fade Away si apre con dei synth più incalzanti ed esplode in una sezione sonicamente ricca che la rende fin qua la traccia più interessante delle tre ascoltate.

Still Astral Trip è probabilmente un b-side dei Brand New che non è stato incluso nella tracklist di Science Fiction; poteva starci al posto di Same Logic/Teeth. Gli Snow in Damascus! qui giocano anche di più con la voce, e il tandem con la voce femminile di Giorgia Fanelli che interviene da metà canzone in poi ci fa scoprire le ottime doti di cantante di quest’ultima. Parte No Details e per un attimo penso di essere in discoteca; poi ripartono i vocals riverberati e riconosco il sound fin qui tipico dell’album. Più spazio agli strumenti tradizionali invece nella sesta traccia, Will: anche in questo caso una canzone che con più distorsioni sarebbe una traccia di culto dello shoegaze, nonostante la successione infinita di “doo-wap” con cui si chiude il brano non convinca troppo.

Guilty Brain è un loop di parole, synth e melodie che da una parte rischiano di mandarti in bambola il cervello ma che dall’altra risulta anche sottilmente catchy, forse perché la ripetizione aiuta la mnemonizzazione. Mi piacerebbe però capire quali sono le parole precise che vengono cantante perché non vorrei ritrovarmi stanotte a cantare “rain all the time” nel sonno per poi scoprire di aver fatto un sogno liricamente sbagliato. La successiva Cherry Tree ha un testo minimalista che ricorda la struttura di una filastrocca oltre che la canzone della one-hit wonder KT Tunstall. Evocativa.

È invece un tripudio di bassi l’apertura di Falling Upwards, quantomeno prima che parta il riff di chitarra. Anche in questo caso il pezzo è cantato da Fanelli, ma quasi non ci si accorge della transizione alla lunga sezione strumentale a metà canzone, a conferma che le voci sono tutto fuorché l’elemento cardine del sound di Unconscious Oracle. Il disco si chiude con Make Me Blind, che già dalle prime note dà una sensazione di closure. Maggiore importanza è data in questo caso alla voce, che fa da protagonista e scongiura un imprecisato destinatario di rendere cieco il protagonista.

Unconscious Oracle è un disco molto omogeneo e organico a livello di sound, ideale come musica da accompagnamento o per creare atmosfera. La scelta di immergere le voci negli strati di synth a volte sacrifica la dinamicità, ma l’armonia che tutte le tracce possiedono controbilancia nel complesso quest’unica pecca, facendo dell’album un buon ascolto per una giornata di fine febbraio.

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