the maine

I dischi più sottovalutati del 2017

“Lovely Little Lonely” by The Maine

di Sara Cavazzini

Riuscire a non deludere dopo un album come American Candy non deve esser stato facile, invece i The Maine, arrivati con Lovely Little Lonely al loro sesto album, hanno fatto centro anche stavolta.

Per festeggiare i loro 10 anni, dei quali gli ultimi 6 totalmente indipendenti, sono riusciti a creare un album che sempre di più incarna a pieno tutto ciò che loro come band sono, lavorando di nuovo con il produttore Colby Wedgeworth.

Lovely Little Lonely è un album senza punti deboli, coerente e coeso, meno upbeat di american candy, più completo e bilanciato con anche momenti più nostalgici e cupi.

I The Maine continuano ad alzare l’asticella e non vediamo l’ora di scoprire come riusciranno a stupirci la prossima volta.

“Colorblind” by Noija

di Giorgio Molfese

Probabilmente li conoscete in pochi ma sono gli astri nascenti dell’alternative rock a tinte metalcore svedese.

Nati dalle ceneri dei Brighthaven, i Noija hanno rilasciato un disco convincente, con melodie interessanti e una sonorità tutta loro. Stanno facendo le cose per bene in tutti i campi e sicuramente ne sentiremo parlare.

Dopo un disco come Colorblind, il difficile però è ripetersi. Intanto si beccano le lodi della critica e va bene così.

“You’re Not You Anymore” by Counterparts

Tra i dischi dell’anno troviamo sicuramente quello dei Counterparts. Era difficile confermarsi dopo Tragedy Will Find Us ma i paladini dell’hardcore canadese non hanno deluso le aspettative e anzi, hanno aggiunto qualche influenza metalcore qua e là, rinnovando il sound già bello potente dei dischi precedenti.

Gran riffoni e strumentale da paura sono gli elementi che caratterizzano i Counterparts, una band ormai diventata certezza.

 

“Sugar House” by Skywalkwer

Si stanno facendo spazio nella scena hc europea gli Skywalker, band che proviene dalla Repubblica Ceca e che ultimamente ha suonato qualche volta nel nostro paese.

Dopo il loro live, pazzesco, mi sono incuriosito e li ho approfonditi. L’Ep uscito quest’anno, tra l’hardcore e il pop punk è una perla.

Gli Skywalker sono riusciti a unire due mondi in modo perfetto, ascoltare i ritornelloni di Caffeine e Venom per credere.

 

“Inside a Dream” by Echosmith

Gli Echosmith sono una band super pop e anche per questo motivo riescono a catturarti dopo poche note.

Inside a Dream è un ep maturo, si ascolta facilmente e tutti i pezzi funzionano a meraviglia, rimangono in testa e fanno passare mezz’oretta in modo piacevolmente rilassante. E poi la voce della bellissima Sydney Seriota non si può non amare.

Bravi!

“smile, and wave” by Sainte

di Ilaria Collautti

We Are The In Crowd non esistono più però c’è “smile, and wave, EP di debutto di SAINTE  che (non) è più o meno la stessa cosa.

Composto da 7 tracce pop con qualche influenza del caro vecchio pop punk in stile WATIC, il disco si apre con “Eyes are open”, che la stessa Tay ha descritto come “la perfetta opener per delineare lo stile musicale di smile, and wave e per parlare di un nuovo inizio”. Seguono poi il singolo Technicolor, la più pop With or Without Me e poi Lighthouse”, la ballad del disco; lenta e malinconica, è quel tipo di canzone che secondo me in un disco ci sta sempre per spezzare e attirare l’attenzione.

Con White Lies torna la leggerezza che contraddistingue questo EP, con la voce di Taylor che torna su note più alte e su linee vocali più frizzanti, per accompagnarci poi all’ultimo pezzo del disco, If You Ever Feel Alone.

SAINTE è un progetto fresco e leggero, forse un elemento mancante nel giro del pop punk. La grafica di smile, and wave – dai photoshoot, all’artwork, ai music video – segue la linea dei colorati e vivaci anni ’60 e riflette visivamente quella che è la scelta musicale fatta dalla ormai solista Taylor Jardine, che si approccia ad affrontare una nuova carriera in modo creativo e dinamico. Brava e buona fortuna per il futuro!

 

“Deadweight” by Seven Stories High

di Michela Rognoni

Seven Stories High, da Swansea, sono pronti ad aggiungere il loro tassello nella vivacissima scena pop punk britannica con il loro debutto “Deadweight“, che racconta la storia di Re Mida come metafora della salute mentale.

Quattro brani pop punk fatti come si deve, briosi e presi bene; come debutto è più che buono, ma sappiamo ormai che in questo genere non si può parlare di novità o di innovazione…
Per cui sarà il tempo a dirci se i grossi riff e i ritornelli catchy basteranno alla band per diventare un nome di spicco nella scena.

 

“Always Lose” by The Gospel Youth

Guardandoli sembrano la solita band inglese, non sono nemmeno tanto bellini, ma basta premere play e accade la magia.

Always Lose contiene solo 10 tracce, ma che sanno distruggerti emozionalmente raccontando di sentimenti, difetti e sconfitte che tutti prima o poi ci troveremo ad affrontare. E lo fanno nel modo più semplice ed efficace possibile, così da fare di questo sotry telling il loro punto di forza; molto più del sound stesso, tra l’emo revival e il rock più radio friendly, che comunque è piacevole e ricco di dettagli.

Un ascolto da non mancare per nessun motivo al mondo.

 

“Precious Art” by Rozwell Kid

Synth come se non ci fosse un domani e senso dell’umorismo molto pungente, sono ancora la formazione vincente dei Rozwel Kid nell’ultimo album Precious Art

Un po’ anni 90, un po’ nerd, molto Weezer, ma mai troppo pop, questo disco dovrebbe bastare a redimere tutti quelli che non sono rimasti completamente convinti dai primi due album della band, perché qui c’è tutto ed è tutto al posto giusto.

E la cosa più bella è che i ritornelli sono sempre semplici e sempre memorabili.

 

“The Mould You Built Yourself Around” by Homebound

di Martina Pedretti

Una nuovissima band di Rude Records ha fatto uscire uno degli EP più belli dell’anno, che purtroppo è passato troppo in sordina. The Mould You Built Yourself Around è un EP pop punk, che si dimostra all’altezza  di band pop punk provenienti dallo UK, senza però portare in campo elementi che facciano dire a chi ascolta “sì questi sono proprio gli Homebound!”

Il sound della band risulta un po’ più aggressivo della media, ricordando forse un po’ troppo i Trash Boat e i Boston Manor, con un tocco di emo malinconico qua e là. La band, in particolare con i brani di apertura “Headspace” e chiusura “Broken Reverie” dimostra di sapere creare un prodotto più che buono e piacevole, anche se è necessario trovare un elemento che li differenzi dalla massa, rendendoli riconoscibili, onde evitare  di finire nel pentolone delle band pop punk inglesi che un orecchio non esperto non sarebbe capace di distinguere.

 

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