REVIEW: “The Good Life” by MAKEOUT

Di Ilaria Collautti

Nati dalle ceneri dei Trophy Wives, una delle novità più attese di quest’anno sono sicuramente i MAKEOUT, giovane quartetto americano che il 29 settembre ha pubblicato via Rise Records l’album di debutto The Good Life – composto da 12 tracce pop punk vivaci.

makeout the good life artwork

Il disco si apre con “Childish”, pezzo allegro e ritmato che non convince a pieno nell’intro ma che si rivela forte con i suoi sing along coinvolgenti; lo segue “Crazy”, primo singolo estratto che aveva fin da subito fatto parlare molto di questa nuova band. È catchy e coinvolgente, decisamente più particolare e meno banale di altri brani di The Good Life, risultando senza gran fatica uno dei migliori dell’album (grazie anche al coloratissimo music video che fa molto party) Mi ci sono voluti un paio di ascolti per accettare a pieno le strofe, ma è innegabile che il ritornello abbia la capacità di entrare di forza in testa – e non ha nessuna intenzione di andarsene.


Con “Lisa” arriva la prima “mezza delusione”, un pezzo che sicuramente non mi ha conquistata – con un pre-ritornello davvero brutto, un urletto random verso la fine della canzone e il testo “I hate you Lisa” ripetuto all’infinito che mi fa dispiacere per mia mamma (che si chiama, appunto, Lisa).

Per fortuna è poi la volta del terzo singolo estratto “Ride it out” che, a differenza di quello che l’ha preceduto, è un brano che funziona; lineare, coinvolgente, meno “arrogante” e più malinconico, molto pop nelle melodie di facile ascolto senza però ricadere nello scontato. Niente di eccelso ma pur sempre molto piacevole, ideale per un road trip al tramonto.
Open minded” si prende di diritto un posto nella “metà buona” di The Good Life, grazie al ritornello allegro e vivace che definisce lo stile dei MAKEOUT – i quali risultano ora più che mai l’anello di congiunzione tra All Time Low e 5 Seconds Of Summer.

Con “You can’t blame me” ci si approccia a toni più cupi nelle strofe – caratterizzati da elementi quali l’arpeggio di chitarra e la batteria che richiamano moltissimo i blink-182 (chissà perché?) – e ritornelli che esplodono portandosi però dietro un po’ di malinconia.

Con il terzetto “Clockwork”, “Till we’re gone” e “Salt Lake City” torna prepotentemente il lato più pop del pop punk, collocando questi tre pezzi nella zona X dell’album, ovvero quelle canzoni che passano senza grandi pretese, quelle non tanto male ma che non si fanno troppo notare (con un leggero vantaggio per “Clockwork” che si avvicina di più ai miei gusti).

La peggior parte del disco arriva verso la fine con la doppietta “Secrets” e “Where’s my charger”; la prima è un tentativo fallito miseramente di creare un contrasto tra la base “dolce” acustica e il testo arrabbiato ed aggressivo, peccato però che le lyrics risultino degne di un ragazzino represso che tenta di fare il punk megarebel. L’ho trovato un pezzo patetico e fatto (anche a livello di registrazione) qualitativamente male. Il secondo brano che ha fatto cadere drasticamente l’opinione che stavo avendo del disco, invece, è una brutta imitazione di quelle canzoni tappabuchi che piacciono tanto ai già citati blink-182, quei pezzi da 20 secondi che di fatto non dicono niente ma che, in alcuni casi, possono fare ridere (spoiler: non è questo il caso). Insomma, ci sono già altri 11 brani nel disco, era proprio necessario inserire questa cosa?

A chiudere e risollevare il tutto c’è “Blast off”, che – come la maggior parte dell’album – non è chissà che grande hit ma è pur sempre fresca e piacevole, soprattutto dopo il flop delle due canzoni che l’hanno preceduta. Buona la scelta di posizionarla come closer, melodicamente ci sta molto e mi lascia soddisfatta.

I MAKEOUT sono una band nuova e acerba, si sente ed è innegabile. Il potenziale sicuramente c’è e dalla loro parte hanno un team di collaboratori di tutto rispetto – dalla produzione di Feldmann alla partecipazione dei 5 Seconds Of Summer e Travis Barker nella scrittura di alcuni pezzi. Forse però queste grandi produzioni e questi grandi co-writer hanno completamente travolto e inghiottito i MAKEOUT, incapaci di reggere il confronto e lasciando così trasparire poco di originale ma tanto di già sentito – guarda caso simile proprio a canzoni delle band che li hanno aiutati.

In conclusione, The Good Life arriva alla sufficienza, i pezzi indubbiamente ci sono e i MAKEOUT hanno fatto un lavoro discreto – per essere alla prima prova su larga scala – ma hanno sicuramente ancora molto lavoro da fare.

VOTO: 6/10

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