BAY FEST 2017: tre giorni di punk rock al Parco Pavese

Di Elisa Susini

bay-fest-2017

Per la terza estate di seguito dov’è che abbiamo trascorso il Ferragosto? Ovviamente al Bayfest, festival che ogni anno è cresciuto esponenzialmente, tanto da non avere nulla da invidiare agli altri eventi di stampo europeo. Quest’anno il Bayfest è diventato una tre giorni di punk rock, sempre nella cornice di Parco Pavese a Igea Marina.
DAY 1

Purtroppo, non abbiamo presenziato, ma i nostri amici presenti ci hanno parlato davvero bene del live dei Pears – gruppo che ho visto l’anno scorso al Rebellion e che ha spaccato, quindi mi fido del parere dei presenti -. della carica degli Undeclinable Ambuscade e del divertimento durante i Less Than Jake.

DAY 2

Noi siamo arrivati il 14 agosto, con largo anticipo, in modo da riuscire a vedere anche le band italiane presenti: i Linterno danno il via alla giornata con quel punk rock melodico che sono bravissimi a fare, poi tocca ai labronici 7Years, che accontentano tutti con il loro melodic-hardcore tiratissimo, per poi passare al punk rock di stampo rockabilly/Social Distortion degli Andead.

Dopo le band italiane “più recenti”, si apre il momento nostalgia con gli Shandon, che salgono sul palco e ci ricordano quando eravamo quindicenni e ci spaccavamo con il loro skapunk. Suonano una mezz’ora buona, in scaletta sentiamo “My Friends”, “Rolling On The River”, “Janet” e “Questo Si Chiama Ska”, fra i tanti pezzi immancabili. Poi è la volta dei veterani.

good riddance

Non appena i Good Riddance salgono sul palco, c’è poco da fare, sappiamo già che il premio “batterista della serata”, andrà davvero a Sean Sellers, nonostante la band successiva abbia alla batteria un altro grande nome, Byron McMackin. Pochi discorsi e tanto punk rock, con canzoni impegnate che parlano da sole. I 40 minuti di set dei Good Riddance filano via impeccabili, pezzo dopo pezzo. Iniziano con “Heresy, Hypocrisy and Revenge”, per continuare poi con “Letters Home”, “Mother Superior”, cantata un po’ da tutti quanti, “Dry Season”, e finire con “Weight Of the World.” Grande spettacolo, grandi Good Riddance.

pennywiseDopo la band di Santa Cruz, rimaniamo ancora sulla west coast ma scendiamo giù ad Hermosa Beach perché è il turno dei Pennywise. Il polverone del Parco Pavese inizia già a salire fin da prima che la band salga sul parco. I Pennywise li conosciamo tutti, Jim ha il suo immancabile cappellino nero e poi c’è Fletcher con i suoi amplificatori della madonna. Si inizia con “Wouldn’t It be Nice” e poi ancora “Fight Till You Die”, “My Own Country”, “Fuck Authority”, “Pennywise”, “Perfect people”, “Same Old Story”. Purtroppo non fanno nessun pezzo da “From The Ashes”, album un po’ troppo sottovalutato dal pubblico e dai Pennywise stessi, forse perché troppo melodico, ma che a me è sempre piaciuto molto.

La band poi butta in mezzo alla scaletta anche qualche cover di troppo, alla fine la più divertente è “Stand By Me” perché parte lenta per poi creare un grande macello, ma Blitzkrieg Bop o TNT erano abbastanza evitabili. Su “You Gotta Fight For Your Right to Party” sono combattuta perché non ci stava molto bene, ma sono i Beastie Boys e non si va mai contro ai Beastie Boys, quindi gliela concediamo come cover.
Gli encore con i Pennywise non esistono, quindi dopo il pogo su Stand By Me si passa diretti a Society per poi chiudere nella festa generale durante “Bro Hymn.” I Pennywise sono una sicurezza dal vivo, possono piacere o non piacere, ma sicuramente hanno fatto la loro bella figura.

bad religionRimaniamo ancora a Los Angeles perché a chiudere la serata ci sono Greg Graffin & colleghi. I Bad Religion sono la band della vita, di solito tendono a riservare delle scalette più particolari quando suonano da soli, infatti si sono presentati al Bay Fest con un tipica scaletta da festival. Ma fossero così tutte le scalette da festival, visto che, iniziano senza fronzoli, e di prepotenza, suonando subito “American Jesus” – ma d’altra parte sono i Bad Religion e non hanno bisogno di tenersi una delle loro canzoni più attese per ultima. Insieme ai classiconi (ve li devo elencare? No, dai), poi riescono anche a inserire pezzi come Streets of America, Recipe For Hate, Along The Way, e addirittura la bellissima The Handshake, all’inizio dell’encore.

Bad Religion in formissima, un muro si suono come al solito. A un certo punto si sono anche trasformati in una band jazz per qualche minuto perché c’erano dei problemi alla chitarra di Brian, e stavolta ho apprezzato anche di più il nuovo batterista, Jamie Miller, che l’anno scorso non mi aveva colpito particolarmente. C’è poco altro da aggiungere sui Bad Religion, vi ho parlato troppo spesso di loro  e ho quasi finito tutti i miei argomenti, aggiungo solo che la seconda giornata del Bay Fest è andata benissimo, e non lo dico solo io, si leggeva sulle facce di tutto il pubblico.

DAY 3

Le band italiane stavolta sono Lineout, molto bravi come sempre, Cattive Abitudini e Vanilla Sky, che pur essendo più pop punk, hanno una buona presa sul pubblico.

igniteMa sono le band straniere la parte più brillante della giornata. Con il loro hardcore melodico, gli Ignite intrattengono il pubblico con brani classici come “Poverty For All” e “Veteran”, una parentesi di impegno sociale dedicata a Sea Shepard e alla sua lotta per fermare il massacro delle specie selvatiche negli oceani. La pausa dura poco, perché si riprende con la cover di “Sunday Bloody Sunday” prima del gran finale che arriva con “Live For Better Days” e “Bleeding.”

anti flagDopo di loro è la volta degli Anti-Flag, che hanno suonato per terzultimi ma sono anche stati la band più acclamata della serata. Iniziano subito con “The Press Corpse” e “Cities Burn”, e lo spettacolo continua senza sosta, fra polvere, circle pit, urla e salti, sia del pubblico che di Chris#2 e Justin dal palco. Il concerto procede tutto d’un pezzo con altri pezzoni come “This Is The End (For You My Friend)” e “All The Poison, All Of The Pain” per poi concludersi con “Brandeburg Gate”, eseguita in mezzo al pubblico da Chris#2 e da Pat Thetic, che come al solito si porta giù rullante, cassa e charleston, uno spettacolo nello spettacolo.

face to faceA seguire arrivano i Face to Face, i miei preferiti, con il loro punk rock from southern California. È la loro seconda volta in Italia in 25 anni di carriera, la prima fu all’iday del 2011 a Bologna. Ci sono alcuni problemi coi suoni ma l’energia della band è contagiosa. Il primo pezzo è “You’ve Done Nothing”, per poi passare alla nuova, “Bent But Not Broken” e “Doube Crossed”, tornare sui classici “You Lied”, “Ordinay”, “Walk The Walk”, “A-Ok” (con gran bel bass solo di Scott Shiflett) e chiudere nella festa generale con la storica “Disconnected.”

rise againstSiamo quasi alla fine di questo Bay Fest 2017, sono le 11 e mancano soltanto i Rise Against. La loro scaletta ormai ci riserva pochi pezzoni dal passato e si concentra sulle più famose, ma, nonostante questo, la band di Tim McIlrath non perde tempo. Da “Re-Education (Through Labor)” si passa a “The Good Left Undone” poi a “Satellite” per continuare con qualche pezzo dal nuovo album, Violence, e altre vecchie glorie come “Ready to Fall”, “Like The Angel”, “Survive”, “Swing Life Away” e un finale di tutto rispetto con “Prayer of The Refugee” e “Savior”.

Tirando le somme, il Bay Fest è stato vincente anche quest’anno, ringraziamo tutti i ragazzi che sono riusciti a creare un evento così importante e a riportare in voga il punk rock anche in Italia. Ci vediamo l’anno prossimo.

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