“The Peace and the Panic” by Neck Deep

di Martina Pedretti

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L’album più atteso e chiaccherato dalla scena pop punk mondiale è finalmente arrivato. “The Peace and the Panic”, uscito il 18 agosto via Hopeless Records, è il terzo full length dei Neck Deep e non è esattamente quello che tutti speravano. Le aspettative erano alte, ma non altissime, in quanto le speranze che la band riuscisse a superare sé stessa creando qualcosa migliore di “Life’s Not Out To Get You”, ultimo disco della band uscito ad agosto 2015, erano pressoché nulle. Fin dalla copertina si nota la caratterizzazione a tema politico che l’album si propone di portare avanti per tutta la sua durata. Tematiche simili si discostano da quello che il pop punk moderno tratta, per questo risulta una scelta abbastanza anacronistica e che si avvicina di più al pop rock, cosa che viene rimarcata anche dalle sonorità di alcuni brani.

La band ha deciso di presentare in anteprima ben quattro singoli al pubblico: prima tra tutti l’accoppiata Where Do We Go When We Go” e Happy Judgement Day”, rispettivamente ultimo e secondo brano del disco. A primo impatto i brani si discostano molto dai vecchi lavori della band, ma in particolare il primo con il sing alongpain, pain, go away si piazza subito nella top 3 degli anthem dei Neck Deep. Il secondo brano necessita di alcuni ascolti prima che si possa definire un brano azzeccato, anche se il  riff iniziale è pazzesco. Nota negativa: la connotazione politica fin troppo affine ad alcuni lavori della band capitanata da Billie Joe Armstrong la fa sembrare quasi un plagio.

E’ stato poi il turno di Motion Sickness, brano d’apertura e miglior pezzo dell’album, infatti le sue sonorità power pop punk si sarebbero inserite alla perfezione in “Life’s Not Out To Get You”. In Bloom è un brano carico di feels, che la band stessa ha definito come il miglior pezzo che abbiano mai scritto. L’hype intorno a questa canzone è stato fin troppo esagerato, indubbiamente ci troviamo di fronte ad un ottimo lavoro, anche se il ritornello non è nulla di speciale. Da stellina d’oro sono invece la seconda strofa e il video che accompagna il brano.

Arriviamo al vivo del discorso analizzando i brani inediti: partiamo con The Grand Delusion, che di delusione ha ben poco! Un brano fresco, con strofe catchy e sonorità pop punk al 100%. Parachute rallenta i ritmi e riscalda i cuori con il suo ritornello da cantare a squarciagola: I want to break out and get away // I want to just try and live for me // Cause if we don’t try we won’t believe that we will get out of here”. Dopo i singoli, questi due brani si assicurano un posto tra i brani più riusciti del disco.

La nota dolente è il brano tanto millantato Don’t Wait che vanta il featuring con Sam Carter degli Architects. Descritto dalla band come il brano più heavy che hanno in roster, ma che in realtà non regge il confronto con “Citizens of Earth” dal disco precedente. L’intervento di Sam Carter fa sì che la canzone strappi una sufficienza risicata, infatti il bridge è la parte in assoluto più particolare del pezzo.

La settima traccia “Critical Mistake” è un brano pop rock leggero non troppo memorabile, senza infamia e senza lode. Wish You Were Here è il brano lento dell’album: in questo caso è particolare l’evidente alternanza delle voci di Ben e Fil, seconda voce e bassista. La tematica della perdita di qualcuno è trattata in modo molto delicato e come ci aveva detto proprio Fil in un’intervista lo scorso febbraio si nota come abbiano scelto di esplorare un lato più oscuro dell’esistenza umana. “And they say you’re in a better place // But a better place is right here with me // Yeah they say you’re in a better place // Too bad it’s not what I believe”.

“Heavy Lies” è una canzone che di nuovo rallenta i ritmi, carica di emozioni che rendono l’atmosfera melanconica, in particolare con il lyric in chiusura “And I’ve heard some heavy lies // Like I love you”. “19 Seventy Sumethin” si classifica come il brano più strano e probabilmente l’esperimento meno riuscito dell’album. Ad un primo ascolto la canzone è assurda, lontana eoni dalle classiche sonorità alle quali ci ha abituato la band; nonostante questo dopo alcuni ascolti, leggendo il testo accuratamente (uno dei testi più belli che Ben Barlow abbia mai scritto) si cambia opinione. Sicuramente non è un tipico brano da Neck Deep e musicalmente non è il massimo, ma il carico di emozioni portato avanti dai lyrics, nei quali si parla di famiglia, amore e morte, è indubbiamente commovente e capace di strappare una lacrima anche ai più duri. “Mother please don’t cry // ‘Cause you know I miss him too // I didn’t even say goodbye // And though he’s gone, I know he’s gone // He lives on in all of us”.

Nota positiva: non perdetevi le due tracce bonus “Beatiful Madness” eWorth It” perché risollevano alcune lacune dell’album.

In sostanza però cosa si può dire di questo disco? Sicuramente che non regge il confronto con il precedente lavoro e che forse la band, reduce dal successo e dall’amore che i fan provano nei loro confronti, ha deciso di buttarsi nello sperimentare quanto più possibile. In ogni caso non è un brutto disco, ma sicuramente non è il disco dell’anno. Non ci resta che aspettare di vedere queste tracce durante i live in Italia a ottobre!

VOTO: 7 ½ /10

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