Frank Turner + Teenage Bottlerocket @ Circolo Magnolia 09-08-2017

di Alessandro Mainini

È successo nel 2015. È successo nel 2016. Anche quest’anno è successo che Frank Turner ha suonato al Magnolia.

Per rinnovare la tradizione ormai consolidata, sono stati chiamati in apertura i Teenage Bottlerocket e gli italiani Andead. Questi ultimi, per chi non lo sapesse, sono la band di Andrea Rock di Virgin Radio, e hanno aperto le danze con il loro punk rock che ha cominciato a scaldare gli animi del pubblico presente indicando subito la direzione della serata.

Prossimi sul palco infatti i Teenage Bottlerocket direttamente dal Wyoming. Attivi da più di quindici anni, sono esponenti di spicco del punk rock più ignorante (nel senso buono), fatto di canzoni brevi e intense, tanta interazione col pubblico e qualche rutto sul palco tra una birra e l’altra. Se girano il mondo da quindici anni però un motivo c’è, e infatti la band sorprende per l’energia che sprigiona: se a 40 anni suonati probabilmente io dovrò portarmi uno sgabello per sedermi ai concerti, i quattro sul palco saltano in continuazione e non fanno nemmeno pause tra una canzone e l’altra. Il chitarrista Kody Templeman peraltro ha una voce pazzesca. Brevi momenti di pausa durante il set quando il frontman Ray Carlisle si ferma per ringraziare il pubblico e soprattutto per ricordare il fratello Brandon, batterista e membro fondatore della band, scomparso improvvisamente due anni fa.

Cambio palco ed entra in scena finalmente Frank Turner accompagnato dalla sua band di supporto The Sleeping Souls. È la quinta volta che vedo Frank, ma ogni volta è come se fosse la prima perché lui è davvero un fenomeno sia a livello di performance, sia a livello di rapporto col pubblico. Probabilmente anche lui si diverte ogni volta come se fosse la prima, dato che ha crowdsurfato tre volte nel giro di tre canzoni.

Frank (di spalle sulla destra) che balla con una fan su Four Simple Words.

L’opener del set è naturalmente Get Better; del resto siamo sempre nel ciclo di tour dell’ultimo disco Positive Songs for Negative People. Noi comunque non ci lamentiamo, perché è probabilmente l’introduzione perfetta per un concerto. A fine canzone Frank ci dà il benvenuto (in italiano) al concerto numero 2082 della sua carriera, per poi proseguire con Glorious You, la scatenata Try This at Home e Plain Sailing Weather. La prima parte del concerto è abbastanza incentrata sul nuovo disco: ci sono The Next Storm, Out of Breath che non può mai mancare e sulla quale parte un circle pit di dimensioni ragguardevoli e che dura per tutta la canzone, The Opening Act of Spring e su richiesta di un fan Demons.

Poco prima di metà set Frank esplora anche il suo back catalogue e tra i pilastri come Recovery, The Road o Long Live the Queen, trova spazio anche un deep cut quale Imperfect Tense, dal suo secondo disco Love Ire & Song. Frank la esegue in solitario e a seguire ci propone una nuova canzone, intitolata Be More Kind, dal suo prossimo album ancora in fase di lavorazione. A giudicare da questo brano e da 1933 (che avevamo sentito live a Bologna qualche mese fa), viene da pensare che il prossimo disco avrà un taglio decisamente politico. La cosa non mi dispiace.

The Ballad of Me and My Friends resta sempre una delle canzoni più belle che Frank abbia mai scritto, mentre il classico teatrino di Eulogy cantata in italiano con tanto di Piero Pelù al posto di Freddie Mercury viene riproposto e non stanca mai. Il meglio di sé però Frank lo dà nell’encore. Prima ci propone una delicata cover di Thunder Road di Bruce Springsteen (“non avendola scritta io lo posso dire: una delle migliori canzoni della storia”, ci informa), poi su I Still Believe fa separare il pubblico per un wall of death, salvo poi dire che invece di un wall of death, alla ripresa della canzone sarebbe dovuto partire un wall of hugs: tutti dovevano corrersi incontro e abbracciare uno sconosciuto.

La conclusione è perfetta quanto l’apertura: Four Simple Words è forse il suo capolavoro, e Frank se lo gode appieno liberandosi della chitarra e lanciandosi in mezzo al pubblico per ballare con una fortunata fan. Il ritorno sul palco naturalmente avviene crowdsurfando. Che suoni in acustico o full band, ogni volta che si esce da un concerto di Frank Turner si ha il sorriso sulle labbra perché è uno di quegli artisti che ti soddisfano pienamente e che ti ricordano quanto sia bello andare a vedere i concerti rock dal vivo. Lo rivedremo presto in Italia: ce l’ha assicurato lui stesso dal palco.

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