Interview with 7Years

di Elisa Susini

7years inconsapevole

Il loro ultimo disco “Lifetime” ha visto la luce il 7 luglio e ci prepariamo a sentirli dal vivo al BayFest 2017 nelle prossime settimane. Abbiamo fatto due chiacchiere con i 7Years, storica (e stoica) band melodic hardcore che arriva dalla spumeggiante scena livornese. Ecco com’è andata:
Partiamo con una domanda rompighiaccio a cui tenete particolarmente, così ce la togliamo sin da subito: Da grandi fan dei Lagwagon, raccontateci com’è andato il featuring con Joey Cape in “Never Down”?

Matteo: È stata un’esperienza indimenticabile, Joey che canta un nostro brano e mentre sta registrando mi dice: “Sai Matte, questo è davvero un bel pezzo… ma lo sto cantando come si deve? Ti piace così?”. Siamo tutti e quattro cresciuti con le canzoni dei Lagwagon e avere la fortuna di conoscerlo e sapere che oltretutto è una persona fantastica rende le sue canzoni ancora più speciali. “Never Down” è un brano che abbiamo scritto io e Diego, parla della bellezza e della difficoltà dell’essere genitori, musicalmente ricorda gli ultimi lavori dei Lagwagon e sin da subito abbiamo pensato che la voce di Joey sarebbe stata la ciliegina sulla torta per rendere speciale questo brano. Qui potete vederne il lyric video:


Diego: Tutto ciò è stato fantastico e anche un po’ strano, perché è andato tutto così liscio da non sembrare vero: avevamo visto Joey di persona qualche mese prima alla data bolognese del suo tour in acustico, anche in quell’occasione era stato incredibilmente carino ed affettuoso nei nostri confronti, dedicò un paio di pezzi a noi che avevamo fatto diversi chilometri per esser li quella sera e a tutta Livorno che è una città che gli è evidentemente rimasta nel cuore. Dopo il suo concerto, prima di salutarci, tra un abbraccio e l’altro gli abbiamo buttato lì questa idea di averlo ospite su un nostro pezzo del disco nuovo che avremmo appunto registrato di li a poco, lui ci promise che se le cose si fossero incastrate in una certa maniera sarebbe stato più che felice di farlo, ma ad una sola condizione, quella appunto di potere registrare le sue parti in studio con noi e non diciamo per corrispondenza, inviandoci i file a distanza. Quell’occasione si è presentata e Joey è stato di parola, appena sceso dal tour bus fuori dal The Cage c’era Matte ad aspettarlo, che dopo i doverosi convenevoli gli ha ricordato quella sua promessa e lui ha risposto con entusiasmo “Let’s do it!”, ha voluto prima sentire il pezzo che gli è piaciuto molto sia per la musica che per il testo… tuttora mi sembra troppo bello per esser vero! Io ero a lavoro quella mattina ed avrei raggiunto Joey, Matte e gli altri in studio nel primo pomeriggio e durante la mattina chiedevo a mio fratello continui aggiornamenti sulla situazione: “sono arrivati? Hai già incontrato Joey? Che ti ha detto? Cosa succede?”  ad un certo punto Matte smise di rispondere ai miei messaggi, dopo un po’ mi arriva un video messaggio (che conservo ancora) con Joey in persona che mi salutava ed in sostanza mi diceva di augurargli buona fortuna che stava per andare in studio a registrare le voci sul nostro pezzo.

Per i nostri lettori più giovani che forse non vi conoscono, presentate la vostra band usando meno di 10 parole.

M: Siamo una band di ‘FILF’ che vende ancora cara la pelle.

Come siete entrati in contatto con il mondo del punk rock?

D: Probabilmente il ‘94 e “Dookie” dei Green Day sono stati la svolta; da lì si è aperto un mondo che era già stato aperto, in parte, grazie ai Nirvana e a tutto il movimento grunge. Mi ricordo che poi comprammo “Smash” degli Offspring e importante fu una cassetta duplicata con “Hoss” e “Trashed” dei Lagwagon, fatta da un compagno di classe delle superiori di Matte, quel ragazzo si chiama Ilario ed è tuttora un caro amico, ai tempi suonava la chitarra e cantava in una band punk-hc che si chiamava Free Fallers e alla batteria ci suonava Chico che diversi anni più tardi divenne il batterista dei 7Years… Mi ricordo che li vidi suonare per la prima volta a un concerto di fine anno nel cortile delle scuole superiori, io ero in prima e non avevo mai visto un batterista fare il tu-pa-tu-tu-pa dal vivo e Chico, che ha qualche anno più di me, lo suonava già alla grande, mi ricordo che fu uno shock per me, mi sembrava impossibile fare quella roba senza un doppio pedale!

Quali sono gli album a cui tenete maggiormente e che, di conseguenza, occupano un posto importante nel vostro cuore?

D: Ci sono tanti dischi del mio babbo che sin da giovanissimi hanno contribuito alla nostra formazione, quindi Deep Purple, Creedence Clearwater Revival, Hendrix, Beatles e poi i Queen su tutti che ci hanno accompagnato per tutta la vita. Poi crescendo io e Matte abbiamo naturalmente ampliato i nostri gusti e continuiamo a farlo… Guarda, facciamo così: quelli che ti sto per dire non sono necessariamente i dischi che ritengo in assoluto i miei preferiti ma quelli che riguardando indietro nella mia vita hanno rappresentato una svolta: “The shape of punk to come” dei Refused, “The Gray Race” dei Bad Religion, “Hoss” dei Lagwagon, “Rock’n’roll Nightmare” dei RKL, “Nevermind” dei Nirvana, “Evil Empire” dei RATM, “Blue Album” dei Weezer, “The Monroe Doctrine” dei Farside, “The Colour and the shape” dei Foo Fighters… Poi ce ne sarebbero molti altri ma questi sono i primi che mi sono venuti in mente e a cui sono molto affezionato per un motivo o per un altro. Ah, una menzione particolare la voglio spendere per “Modulo 25” dei Seed’n’Feed, uscito nel 2003, come forse saprai sia io che Matte abbiamo suonato per diversi anni nei SNF fino allo scioglimento del 2011, ma siamo entrati a farne parte dopo l’uscita di quel disco, eravamo già loro amici ma soprattutto dei fan e grandi ammiratori del songwriting di Lorenzo, quel disco e molti altri che poi loro ci hanno fatto conoscere sono stati fondamentali per il nostro percorso. In quegli anni Lorenzo ci ha passato dei dischi che tutt’ora adoro, tra i tanti ricordo i Farside, i Samiam, gli Shades Apart, i Burning Airlines, Weakerthans, Pedro the Lion, fu lui anche a farci sentire per la prima volta gli Elbow, Fink, Cinematic Orchestra… come puoi vedere un sacco di roba anche lontana dal punk-hc che pure era il nostro pane quotidiano
Adesso vi lascio parlare a ruota libera di Lifetime, disco tanto atteso un po’ da tutti quanti, toscani e non…

D: Ti posso dire che siamo molto soddisfatti di come è venuto, quindi prima di tutto dobbiamo ringraziare Tommaso Bandecchi di Ice Factory Production per l’ottimo lavoro svolto. A distanza di qualche mese dalla fine delle registrazioni lo ascolto ancora molto volentieri, mi piace come suona e sono soddisfatto anche dalla varietà dei pezzi. Anche se siamo nei confini di un genere piuttosto definito che è quello del punk/hc, mi sembra che non manchino le contaminazioni con altri generi e ci sono diversi “momenti” all’interno del disco. Abbiamo già parlato poi dell’onore di avere Joey Cape come ospite; allo stesso modo siamo felicissimi che in un altro pezzo ci sia Hans dei F.O.D. (sulla 3° traccia “Diy or die”), siamo tutti grandi fan della sua band ed è una delle migliori voci attualmente in circolazione in ambito punk-hc. È presente anche il nostro caro vecchio amico Fabrizio Pagni (Tasters) che ha registrato un bellissimo arrangiamento di pianoforte su “For better or for worse”. Il disco è uscito grazie al supporto di tre etichette, la “nostra” Inconsapevole Records, Morning Wood Records e NoReason Records, è già disponibile su tutti gli stores digitali, in cd formato digipack e stiamo lavorando per cercare di farlo uscire presto anche in vinile.

Com’è che nasce una canzone dei 7Years, di solito?

D: Io e Matte lavoriamo a casa su delle idee che poi proponiamo in sala prove a Chico e Giulio. Anni fa, quando ancora vivevamo sotto lo stesso tetto, io e Matte passavamo intere giornate in camera con le chitarre ed infatti fino al nostro disco “Photograms” del 2007 i pezzi sono nati così, da quando ognuno ha una propria casa e famiglia lavoriamo separatamente ma non mancano i momenti in cui ci troviamo solo io e lui in modo da arrivare poi in sala prove con le idee già piuttosto chiare.

I vostri gusti musicali sono molto marcati nel vostro sound. Ascoltate anche qualcos’altro che c’entra poco con il genere che fate?

D: Assolutamente si, personalmente non mi sono mai messo dei paletti di delimitazione in questo senso, mi piace veramente di tutto e l’unico genere che odio con tutto me stesso è il latino americano, la “Despacito” di turno, ecco. Ora non voglio mettermi qui ad annoiarvi sciorinando una lista infinite di band, direi che con la mia risposta precedente sui dischi ti ho fatto un quadro generale, in linea di massima comunque non mi faccio problemi ad ascoltare roba di nicchia come altra mainstream che vende milioni e milioni di dischi.

Livorno è la capitale musicale della Toscana e voi ne siete i paladini. Contribuite sempre allo sviluppo della cultura musicale in città anche attraverso i concerti organizzati al Surfer Joe, che cosa vi piace di più della scena musicale della vostra città? E c’è qualche fattore che potrebbe accentuare i lati positivi dell’intera regione o renderla migliore?

D: Livorno ha sempre avuto un certo fermento da questo punto di vista, ci sono sempre stati tanti gruppi, forse la cosa migliore è che ci sono tante buone band che suonano generi diversi, diciamo quindi che da sempre “la scena” livornese è piuttosto variegata.
Da un po’ di anni a questa parte secondo me è venuto anche meno un classico problema che è quello della mancanza di spazi, attualmente a Livorno ci sono diverse situazioni dove le band possono proporsi, siano esse di musica originale o cover band, band alle prime armi, più piccole oppure nomi già affermati… il problema casomai è il pubblico, non voglio fare il “matusa” ma mi sembra ci sia un problema piuttosto serio di cambio generazionale, vedo meno interesse in giro e soprattutto pochi giovani, parlo della fascia di età che va dai 15 ai 20 anni che è l’età cruciale in cui si decide di metter su una band con i propri amici, o almeno lo era! Forse la regione intesa come istituzione e i singoli comuni potrebbero incentivare maggiormente questo settore dell’intrattenimento, c’è chi lo fa già ma mi sembra che nella “east coast” da questo punto di vista abbiano da sempre una marcia in più. La Toscana è da sempre molto attrattiva per i turisti di tutto il mondo per i motivi che tutti conosciamo che vanno dall’arte, alla storia, al cibo, alla varietà e la bellezza dei nostri paesaggi, secondo me c’è margine di crescita per aggiungere a questi ingredienti anche la musica live, quindi un maggior impegno e supporto per creare nuove situazioni e supportare chi già lavora in questo senso.

Qual è l’episodio più particolare, e che difficilmente dimenticherete, che vi è capitato durante uno dei vostri concerti?

D: Una situazione surreale, quanto indimenticabile, è stato quando appunto abbiamo suonato per la prima volta insieme a Joey Cape. Aprimmo il suo primo concerto acustico a Livorno nel 2009 al The Cage Theatre, alla fine del nostro set suonammo Beer Goggles con Joey ovviamente alla voce; era strano sentire uscire dalla spia proprio quella voce con cui sei cresciuto ascoltando i dischi e vederlo accanto a me a due metri di distanza.
Non mi dimenticherò mai nemmeno la prima data in Giappone, la risposta del pubblico fu incredibile e mentre suonavo guardavo le facce del pubblico realizzando che comunque nel nostro piccolo “guarda fino a quanto cazzo lontano avevamo portato la nostra musica”, è stata una bella sensazione difficile da spiegare.

In tutti questi anni di carriera avete alle spalle molti tour, che differenze di pubblico avete riscontrato fra il pubblico italiano e quello estero?

D: Una cosa che ho riscontrato e che proprio non mi fa dormire la notte è che non parlano italiano! (scusa). A parte le stronzate, il pubblico giapponese è quello che più mi ha sconvolto, un po’ di amici che erano stati in tour laggiù prima di noi, mi avevano fatto immaginare che ci saremmo divertiti parecchio nel paese del Sol Levante e così è stato.

Qual è stato il primo concerto a cui siete stati?

D: Escludendo tutti i concerti “piccoli” di band locali e di amici, con un po’ di imbarazzo ti dico che il mio primissimo concerto “grosso” mi sa che è stato Jovanotti allo stadio di Livorno, però poi di lì a poco mi sono rifatto andando a vedere gente come Melvins e RATM!

Fra qualche giorno calcherete il palco del Bay Fest, affiancando grandissime band (Bad Religion, Pennywise e Good Riddance), come affronterete l’evento?

D: Ovviamente con tanto entusiasmo ma con la giusta esperienza e consapevolezza per rimanere con i piedi ben saldi piantati per terra. È un onore condividere il palco con dei mostri sacri del genere e sarà bello vedere tante facce amiche tra il pubblico da un palco così importante. Mi fa piacere anche che nella nostra solita giornata suoneranno Linterno con cui ci conosciamo da qualche anno, sarà emozionante condividere questa esperienza insieme a dei ragazzi come loro che vivono questo Mondo esattamente come lo viviamo noi, con tanto cuore ed umiltà. Sappiamo che un evento del genere è una “botta di vita” ma la nostra dimensione è fatta anche e soprattutto di piccoli palchi dove devi dare tutto, se non di più di quando suoni a davanti a centinaia o migliaia di persone. Voglio anche ringraziare i ragazzi del Bay Fest che lavorano da mesi e danno questa possibilità a noi ed altre band italiane di far parte di questo bellissimo festival: so quanto lavoro, sbattimenti e difficoltà ci possono essere per metter su un evento del genere, ma sono sicuro che saranno 3 giorni indimenticabili che ripagheranno in pieno il loro lavoro.

Se doveste creare uno slogan per invogliare la gente a venire a un vostro show, cosa direste?

M: Ne ho preparati ben 4:
“Che mondo sarebbe senza 7Years?”
“7Years: non ci vuole un concerto grande ma un grande concerto”
“Magici 7Years, per me numeri uno!”
“7Years, così teneri che si tagliano con un grissino”

Questa è la domanda finale di rito Aim A Trabolmeicher pone a tutti gli intervistati: Cosa ne pensate delle uova?

D: Semplicemente non potrei vivere senza.
M: Sono essenziali per fare il fantastico cheesecake.

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