“Dead Reflection” by Silverstein

di Alessandro Mainini

Col passare degli anni le band heavy tendono generalmente ad alleggerirsi e cercare suoni più melodici, e questo è un fatto ormai consolidato; i Silverstein invece hanno seguito il percorso opposto: il quintetto canadese, che partiva da un post-hardcore piuttosto light e dalle forti influenze emo, ha gradualmente appesantito il proprio sound, fino ad arrivare a sonorità molto vicine al metalcore in molte sue canzoni. Con Dead Reflection, ottavo (o nono, dipende da come si considera Short Songs) album, nonché secondo per Rise Records, i Silverstein si spingono ancora di più lungo questa strada proponendoci un disco con alcune delle canzoni più aggressive della loro discografia.

L’opener Last Looks fa subito capire che aria tira: un pezzo molto heavy e aggressivo, con strofe super e coronato da un gran bel ritornello. Dopo il secondo chorus fa capolino anche un breakdown particolarmente riuscito, che magari non ha troppo di diverso dai classici breakdown, però è graffiante e ben posizionato. Chicca per i fan del calcio: il ritornello si chiude con la frase “don’t die like me”, una citazione di George Best, storico calciatore del Manchester United degli anni ’60-’70, che sul letto di morte a causa del suo abuso di alcool, fece chiamare i giornalisti per farsi fotografare nelle condizioni in cui versava, come monito ai giovani di non seguire la sua strada e fare la stessa fine.

A seguire il singolo Retrograde, uscito a maggio e caratterizzato da un breakdown che dura quasi un minuto; e dire che i Silverstein non sono esattamente una band nota per i breakdown. Il ritornello, con i suoi 4 versi ripetuti due volte, rimane facilmente in testa, ma la canzone in generale è abbastanza incazzata: lo si capisce dalla frase “the stronger the ties, the sharper the knife” urlata nel chorus, e soprattutto dal fatto che a metà breakdown Shane urli “fucking”, che da un canadese è l’ultima cosa che ti aspetti ed è anche la primissima parolaccia che compaia in una canzone dei Silverstein. Da notare anche il riff principale di chitarra, che concettualmente ricorda un po’ quello di Stand Amid the Roar e quello di A Midwestern State of Emergency, e che è una sorta di signature riff del chitarrista Paul Marc Rousseau da quando è entrato nella band nel lontano 2012.

La terza traccia, Lost Positives, dà l’idea di essere supermelodica per le parti vocali, ma in realtà è musicalmente molto heavy e, toh, c’è anche qui un breakdown. La canzone, molto diversa da ciò a cui siamo abituati a sentire dalla band, è stupenda, forse la migliore dell’album. Shane regala la performance vocale perfetta, e davvero azzeccato è il ritornello: “can you know what’s true?” apre il chorus per una traccia in cui si parla di quando per amore verso un’altra persona rifiuti di aprire gli occhi, ma poi alla fine ti rendi conto di tutte le bugie che ti hanno raccontato, e sei quindi furioso ma soprattutto deluso dall’altra persona e da te stesso per aver accettato la menzogna pur di restare al fianco dell’altro.

Proprio a proposito dei temi del disco, non siamo davanti a un concept album in senso stretto, a differenza dei precedenti due lavori della band. C’è però un tema o una sensazione principale che si ritrova in fondo a buona parte delle canzoni. Dopo la fine di una lunga relazione nel 2016, il frontman Shane Told, come ha lui stesso dichiarato nelle interviste promozionali per il disco, è entrato in una spirale autodistruttiva dalla quale è riuscito a tirarsi fuori –anche grazie alla band– prima che fosse troppo tardi, a differenza del sopraccitato George Best. L’album si sviluppa allora lungo questa direttrice, raccontando la storia di un amore finito in sofferenza e di quello che sarebbe successo a Shane se non avesse avuto la forza di trovare la luce in fondo al tunnel nella sua vita.

Il disco prosegue con l’altro singolo, Ghost, in circolazione già dallo scorso anno. La traccia assomiglia un po’ a una canzone che avrebbero potuto scrivere gli Of Mice & Men, e anche qui troviamo un breakdown super. Chi se lo immaginava che un giorno avremmo elogiato un album dei Silverstein per i breakdown? Con Ghost si chiude idealmente la prima parte del disco, la più incazzata e aggressiva. Nel prosieguo il disco si alleggerisce un pochino, ma ci propone anche una serie di canzoni stilisticamente diverse e variate che fanno sì che l’ascolto non risulti alla lunga monotono.

Aquamarine, per dire, è una canzone pop punk. Oppure forse è meglio dire easycore, visto che c’è un breakdown (anche qui!). Oppure chissenefrega del genere: è un pezzo carino e va bene così. Magari nulla di innovativo o originale, però fatto bene e gradevole. E il titolo è bellissimo e mi fa pensare ad Aquasun dei Basement, che è una gran canzone. La traccia successiva, Mirror Box, ha un pre-chorus che crea un sacco di hype con la ripetizione di “the night, the night, the night, the night”; in realtà il ritornello non sarebbe troppo memorabile, però è cantato in modo molto potente e rimane in testa facilmente, quindi alla fine approvata anche questa. Highlight del pezzo: lo scream nel finale “I’m broken, but I’m not the only one” con cui si chiude la canzone.

Proseguendo nell’ascolto dell’album, si può notare come le canzoni più leggere e melodiche siano tutte molto belle. Del resto alcuni dei capolavori dei Silverstein sono pezzi come Call It Karma o Replace You, non propriamente delle manate in faccia, che dimostrano come la band abbia sempre avuto l’abilità di scrivere pezzi di questo tipo. E allora qui troviamo The Afterglow che è una canzone pop punk strabella e ha un ritornellone travolgente. Molto particolare anche il pre-chorus, dove ad ogni ripresa si aggiunge un verso. E troviamo anche Secret’s Safe, altro highlight del disco: stupendo il ritornello, anche se ricorda un po’ quello di With Second Chances, ma vogliamo parlare di quanto sono belle le strofe? Semiacustiche e armoniche, parlano della relazione declinante fra Shane e la sua compagna e delle colpe che entrambi le parti hanno nella fine del rapporto. Ciliegina sulla torta il bridge verso la fine della canzone, che vede Shane cantare malinconico “I lied to everyone I loved, it made them love me even more and made me hate myself” accompagnato solo da una chitarra, prima che di colpo riparta il chorus in tutta la sua maestosità. Capolavoro.

Al contrario, purtroppo, alcune canzoni non sono propriamente filler ma poco ci manca. In Demons nella prima strofa sembra che ad un certo punto ci sia un calo di potenza che dà fastidio, ma è in generale una canzone non troppo convinta. Si salva un po’ il ritornello, ma non è abbastanza, e poi viene ripetuto troppe volte nel corso della canzone. Cut and Run è noiosetta, con un ritornello davvero poco ispirato; peccato, perché le strofe promettevano abbastanza bene, con una certa aggressività nelle linee vocali e un buon accompagnamento musicale. E anche la penultima traccia, Whiplash, è priva di qualsiasi particolarità, con un chorus vagamente melodico buttato lì e strofe per nulla memorabili, anche se il pre-chorus è una bombetta.

Venendo alla closer, Wake Up, bisogna riconoscere come sia una canzone molto bella, assolutamente al livello delle closer a cui ci hanno abituato i Silverstein –si pensi a capolavori come Toronto (Unabridged), Departures o Call It Karma. Il chorus, “wake up, wake up, wake up, there’s somebody calling” è cantato come se fosse una voce lontana udita da qualcuno che è stato in punto di morte e adesso si sta “risvegliando”; un concept molto particolare per un ritornello davvero intenso e in linea coi temi del disco. Ancora più intenso il finale, che va in crescendo e ripete il ritornello con l’aggiunta dei versi del breakdown in scream sovrapposti: bellissima combinazione!

Tirando le somme, Dead Reflection non sarà This Is How the Wind Shifts, che resta il capolavoro della band, ma dopo nove album in studio è sicuramente un gran bel disco! Non tutto è memorabile e anzi ci sono almeno tre canzoni che non aggiungono proprio nulla né all’album, né alla discografia del gruppo, ma ci sono anche dei pezzoni che non vediamo l’ora di sentire dal vivo.

VOTO: 8/10

BEST TRACK: Lost Positives (menzione d’onore per Secret’s Safe)

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