Green Day + Rancid @ I-Days 2017 15-06-2017

Di Alessandro Mainini

Dell’organizzazione degli I-Days e dei raggiri problemi vari a cui sono andate incontro le decine di migliaia di partecipanti all’evento clou dell’anno si è già discusso ampiamente in questi giorni. Dai 15€ di spesa minima per prendere una birra ai bar, alle code infinite all’ingresso e alle casse, al costo dei parcheggi, sembra che al di là della musica, questi I-Days siano stati un evento più all’insegna del disagio che del divertimento, ma forse siamo noi italiani che siamo sempre bravi a lamentarci e meno ad apprezzare le cose che una volta tanto ci arrivano in casa. /rant

idays monza 2017

A parte tutto, il primo giorno del festival prevedeva la band più importante dell’intera manifestazione (ma non ditelo agli hater), ovvero i Green Day, supportati dai Rancid che li seguono nel loro tour europeo e da una serie di bizzarri opening act tra cui i Tre allegri ragazzi morti e un DJ set del Twist and Shout (perché poi?, mah), ma soprattutto alcune band emergenti che hanno vinto il Brianza Rock Festival Contest per avere la possibilità di esibirsi durante queste giornate.

Partendo proprio dagli opener locali, i primi a suonare al mio arrivo –ma non i primissimi della giornata, visto che sono arrivato con calma– sono stati i nostri amici Westmoor. Più che “la possibilità di esibirsi” si trattava in realtà di un contentino, dato che ogni band aveva a disposizione circa un quarto d’ora, ma sono stati 15 minuti di ottimo livello in cui gli Westmoor hanno suonato 4 canzoni dal loro nuovissimo EP Braindrops, di cui hanno anche regalato una copia fisica ai fan che a fine concerto sono andati sotto il palco per conoscerli e complimentarsi.

A seguire sul palco piccolo la performance degli Honey da Rimini, una band più improntata al punk rock che ha abbastanza divertito il pubblico con un set veloce, scanzonato e anche piuttosto coinvolgente. Ottima esibizione anche in questo caso, pur necessariamente limitata nella tempistica. Per non pagare 15€ in token per comprarmi una granita, decido che il set dei Tre allegri ragazzi morti è una buona occasione per esplorare l’area concerti e i vari stand. I bar e i banchi del cibo hanno tutti prezzi alle stelle; in compenso rimedio gratis una maglietta della Regione Lombardia di colore verde che userò al prossimo raduno di Pontida, un frisbee e due pacchetti di caramelle Haribo che costituiranno la mia cena assieme agli snack portati da casa. Allo stand della Rizla credo regalassero le cartine, ma non sapevo che farmene, mentre allo stand della Jeep non regalavano le Jeep, quindi non ci sono entrato.

Finite le varie band d’apertura, sono saliti sul palco i Rancid per la gioia dei tanti punk-prima-di-voi presenti. La band capitanata dal redivivo Tim Armstrong ha suonato per circa un’ora, per un totale di 26 canzoni di 90 secondi ciascuna che spaziavano dal punk rock californiano anni ’90 al punk rock californiano anni ’00, mandando in visibilio i fan del gruppo. Nonostante l’età che avanza, il quartetto di Berkeley ha ancora energia da vendere ed è sicuramente in grado di accattivarsi la folla, anche se non conoscendo bene la loro discografia mi è sembrato di sentire un’unica lunga canzone di 60 minuti, fatta salva la conclusiva Ruby Soho che è impossibile non conoscere.

Scesi dal palco i Rancid e dopo una lunga attesa, alle nove in punto si spengono le luci e parte l’intro del set dei Green Day, ovvero Bohemian Rhapsody dei Queen, seguita da una seconda intro al set dei Green Day (Blitzkrieg Bop dei Ramones) e da una terza intro al set dei Green Day, la colonna sonora de Il buono, il brutto e il cattivo. Quando cominciavamo già a chiederci se i Green Day sarebbero mai saliti sul palco, finalmente Billie Joe e soci fanno la loro comparsa e partono a mille con la carichissima Know Your Enemy che fa da subito saltare e cantare il pubblico.

A seguire, due canzoni dal nuovo album Revolution Radio, ovvero la title track e Bang Bang: il pubblico canta, anche se, credo, tutti attendono le canzoni degli album precedenti. La band allora ci accontenta e da lì in poi propone una selezione dei migliori pezzi dai pilastri del rock come American Idiot e Dookie, più poche canzoni dagli album considerati “minori” come Warning, Insomniac e Kerplunk –peccato!

In due ore e mezza di concerto, i Green Day hanno suonato una canzone in meno di quanto abbiano fatto i Rancid in un’ora. Questo perché certamente le loro canzoni durano di più, ma anche perché in mezzo ad ogni canzone Billie Joe si fermava per fare discorsi, per far cantare innumerevoli “sing eeeeeoooooh” alla folla, per far salire qualcuno del pubblico sul palco, e altre interruzioni che dopo un po’ anche basta, canta di più e parla di meno.

Detto questo, per una persona che è letteralmente cresciuta a pane e Green Day dai tempi delle scuole medie, è impossibile non amarli lo stesso, e quando partono le note di pezzi come Longview, Minority o Basket Case la pioggia di feels scende pesante, fortunatamente non imitata dalla pioggia meteorologica che stranamente ha aspettato la fine del concerto per fare capolino dalle nuvole.

I Green Day sono carichi e in forma, e non perdono occasione di rimarcare il loro amore per l’Italia a più riprese e di sottolineare come, a dispetto di anni di gozzoviglie, overdose mascherate da cagotti, rehab e quant’altro, “siamo ancora vivi”. Anche se io avrei aspettato la fine del concerto per dirlo; così, giusto per sicurezza.
Dopo uno strano medley fra King for a Day/Shout, Always Look on the Bright Side of Life dei Monty Python, Satisfaction dei Rolling Stones, Careless Whisper di George Michael e Hey Jude dei Beatles, e un altro paio di canzoni da Revolution Radio, i Green Day chiudono con un lungo encore dove ci regalano finalmente American Idiot e il capolavoro Jesus of Suburbia suonata per intero, più Ordinary World e Good Riddance eseguite in acustico da Billie Joe.

Si può dire quello che si vuole, ma i Green Day dal vivo danno ancora la polvere a buona parte delle band che si trovano in circolazione, e sanno sicuramente come far divertire i fan nelle due ore e mezza di concerto che ripagano ampiamente il prezzo del biglietto. Stanco e sudato, comincio il lungo pellegrinaggio che mi riporta alla macchina a 40.000 persone di distanza dal palco.

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