“Waiting on the Sun” by Jule Vera

di Alessandro Mainini

La moda dell’anno sembra essere che le rock band che da tempo frequentano la scena si mettano a fare synthpop: abbiamo il caso di gruppi superfamosi come gli All Time Low con il loro nuovo disco Last Young Renegade, così come quelli di artisti più di nicchia come i Candy Hearts e Allison Weiss. I Jule Vera seguono questa tendenza con il loro album d’esordio Waiting on the Sun, pubblicato da Weekday Records, una nuova etichetta nata dalla partnership fra Pure Noise e Sony.

La band nasce nel 2013 a Opelika, un paesino sperduto nell’Alabama che magari tra qualche anno sarà ricordato unicamente per aver dato i natali al gruppo. Vale la pena di notare che la cantante Ansley Newman e il chitarrista Jake Roland formano una coppia dal lontano 2010, e il prossimo 10 dicembre saranno ufficialmente marito e moglie, anche se sulla loro carta d’identità c’è scritto che hanno rispettivamente 20 e 21 anni –rob de matt, come direbbero a Samarate, un paesino sperduto nel Varesotto.

Il primo EP Friendly Enemies era una miscela di 8 esplosive canzoni per lo più pop rock, ma con questo disco la parola “rock” viene quasi completamente rimossa: ci troviamo di fronte ad un lavoro essenzialmente pop, dove ogni canzone potrebbe potenzialmente diventare una hit da top 20. E questo in realtà lo si era già capito dai singoli che hanno anticipato l’uscita dell’album: Lifeline, Show Me e Something Good hanno tutte dei ritornelli estremamente catchy e una melodia che finisce inevitabilmente per piacere un po’ a tutti.

Something Good in particolare spicca come la canzone più memorabile del disco: strofe ben congegnate, un pre-chorus che costruisce tantissimo hype con il “night after night after night” ripetuto in progressione, e un ritornello travolgente che mantiene tutte le promesse e le supera addirittura, per creare la canzone pop perfetta.

Visto quanto detto nella premessa circa la situazione sentimentale all’interno della band, non sorprende che l’album sia ricco di love songs, ma questo non vuol dire che i testi siano banali o tutti positivi e ottimisti. Al contrario, la sensazione che traspare leggendoli è che siano estremamente sinceri, e ascoltandoli si percepisce la realtà di ciò di cui si parla, piuttosto che essere un insieme di parole scritte per suonare bene sulla musica, e questo rende l’album molto onesto e veridico e lo fa apprezzare molto di più.

Porch Swing ad esempio racconta le difficoltà economiche con cui la coppia ha convissuto e che hanno portato a posticipare il matrimonio per avere il modo di trovare le risorse per organizzarlo. La canzone in sé è strumentalmente molto semplice, un po’ folk, ripetitiva quanto basta per entrare presto in testa. Nota di merito per il finale dove si sente in sottofondo il rumore del dondolo arrugginito citato nel testo, un piccolo dettaglio da cui si nota la cura che è stata messa nel realizzare l’album.

Semplicità è la parola d’ordine anche di un’altra traccia, Bad Company, che però a differenza della precedente è un bel po’ più ritmata, e ha come vero e proprio pezzo forte i synth che partono dopo il ritornello che fanno un po’ canzone dance rumena del 2010 (in senso positivo, eh). Il bel ritmo del dopo-chorus semi-dance alternativo si ripete in 10000 Hours, che però è resa bellissima soprattutto dalla voce di Ansley nel ritornello, dove la cantante sprigiona tutta la sua energia senza perdere il proprio timbro molto armonioso.

Non manca la ballad al pianoforte, presente anche nell’EP con la bella Scarlet Letter (che ha anche un gran bel video ambientato a inizio ‘900). Qui si tratta della penultima traccia, Waiting, e sotto sotto forse è proprio questa la canzone migliore dell’album. Il brano è particolarmente calmo e lento, ma il testo struggente e il ritornello memorabile fanno risaltare la canzone su tutte le altre, con ciliegina sulla torta le linee vocali di Ansley, perfette anche in questo caso.

Running e Can’t Help, che troviamo in chiusura del disco, sono le uniche canzoni propriamente rock, dove per “rock” si intende quel sound un po’ alternative che va tanto di moda in Inghilterra (Arctic Monkeys, Kasabian…). A dire il vero, Running è l’unica traccia del disco a non avere una melodia irresistibile, pur risultando molto godibile in ogni caso; approvata invece Can’t Help per il ritornello che entra subito in testa.

Vogliamo trovare dei punti deboli in quest’album? Se sì, si fa davvero fatica. È un disco ben strutturato, sapientemente scritto e vario, pieno di ritornelli supercatchy ed eseguito alla perfezione; la sincerità che traspare dai testi inoltre gli conferisce quella solida base di realtà che potrebbe davvero portarlo al successo se i fan si riconosceranno in quanto viene cantato da Ansley. Abbiamo un serio candidato all’album dell’anno, e non sarà facile togliergli questa posizione.

VOTO: 5/5 ovviamente.

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