Slam Dunk Festival 2017 – South

slam dunk south 2017Vista la line up particolarmente ricca, che prevedeva ben due 10 anniversary show, un po’ di reunion a caso e soprattutto un Andrew McMahon, non solo la gita di rito al festival più pop punk del Regno Unito è stata d’obbligo, ma è stato d’obbligo anche raddoppiarla. Eccoci qui dunque a parlarvi dello Slam Dunk Festival 2017. È ora di parlarvi del South

SLAM DUNK SOUTH – 28 Maggio, Hatfield The Forum

A far presenza all’ultima data del festival eravamo in 3: Elisa, la nostra inviata speciale, Sara e io, Martina, che da brava novellina sembrava una bambina a Disneyland. Essendo per me tutto nuovo ero un po’ spaesata ma dopo pochi minuti era come se fossi a casa. Tanti palchi, tante band di vari generi diversi, tanti cibi diversi e tanti banchetti del merch dove sperperare le mie sterline. La tappa semifissa per tutti è stato il Monster Energy Stage, un palco di media grandezza all’aperto. Ed è da lì che partiremo.

LIKE PACIFIC (Monster Energy Stage) – Martina

La prima band che ho voluto vedere sono i Like Pacific, direttamente dal Canada. Un gruppo piacevole che fa un pop punk abbastanza basic e generic, ma che live si dà davvero da fare. Il cantante è un po’ pazzo, ma questo rende il tutto più memorabile e infatti a fine giornata sono qui a parlare di lui. Con un disco all’attivo, uscito via Pure Noise Records, la band suona i pezzi più famosi quali: “Distant”, “Richmond” e “Worthless Case”. Per essere il loro primo anno allo Slam Dunk sicuramente si sono saputi distinguere regalando uno show fresco e coinvolgente. In più il nostro amico pazzerello ricomparirà nel corso della serata per fare qualche featuring qua e là.

ANDREW MCMAHON IN THE WILDERNESS (Jagermeister Stage) – Sara

La mia giornata inizia di nuovo con il migliore inizio possibile: Andrew McMahon.
Nella cornice di verde del main stage di Hatfield, Andrew fa il suo ingresso con il suo amico con tanti capelli, tanta barba e un gran cappello. Ogni volta che Andrew McMahon canta e ha sottomano un pianoforte, mantenere uno stato emotivo composto e stabile è praticamente impossibile, e infatti anche stavolta è stata una strage di feels. Come a Birmingham, il set è incentrato principalmente sulle canzoni del suo ultimo progetto, Andrew McMahon In The Wilderness, e quindi Walking In My Sleep, Fire Escape, Canyon Moon, So Close, alternate da alcuni dei grandi classici delle sue band precedenti: prima Dark Blue (Jack’s Mannequin), poi rivolge un pensiero ai fan irriducibili dei Something Corporate “so che ci siete e quindi adesso vi faccio I Woke Up In A Car” (Andrew puoi anche cantare la lista della spesa che va bene) e poi aggiunta rispetto al set di Birmingham arriva inaspettatamente “La La Lie”, altra canzone di Everything In Transit dei Jack’s Mannequin che una volta ci siamo ritrovate a cantare in una chiesa battendo le mani in modo inusuale, ma questa è un’altra storia. A chiudere come ormai abitudine la canzone dedicata alla figlia, “Cecilia And The Satellite”. Adesso ditemi dove devo firmare per poterlo vedere a giorni alterni per sempre.

TROPHY EYES (Monster Energy Stage) – Sara

trophy eyes sdf17 southArrivo al Monster Stage speranzosa che stavolta i Trophy Eyes non mi deludano come successo 48 ore prima, e grazie al cielo la band arriva sul palco decisamente più in forma e con meno problemi che a Birmingham. L’unico problema che rimane è la setlist squilibratissima, esageratamente incentrata sul nuovo album Chemical Miracle, per dispiacere di chi come me li preferiva più cattivi con i pezzi vecchi (il problema è poi relativo visto che comunque non è che i pezzi di Chemical Miracle facciano schifo, anzi). L’unica sopravvissuta è “Bandaid”, che è anche l’highlight della performance visto che ci ritroviamo con un Toby Duncan, cantante dei Trash Boat, che dopo essersi sgolato per tutta la durata del set dal lato del palco, finalmente entra in scena per regalarci un momento bellissimo e cantare insieme al bel Floreani. Trophy Eyes carichissimi, set pazzesco, bravi.

WSTR (Monster Energy Stage) – Martina

La band per la quale sono voluta venire allo Slam Dunk sono stati principalmente gli WSTR, e invece pensate che sono stati la band peggiore che io abbia visto in tutta la giornata, che ironia. Da gennaio ascolto “Eastbound & Down” tipo ogni giorno e il solo pensiero di vederla live mi scombussolava la vita. E invece, dall’inzio alla fine del set, la band è stata pessima, al limite dell’ascoltabile. Non sembrava che tutto il pubblico se ne accorgesse visto il casino che si era creato, ma alcuni errori sono stati davvero grossolani. Chitarre non accordate, stonature e poca energia hanno condannato l’esibizione della nuova punta di diamante della No Sleep Records. Insomma fa un po’ ridere che abbiano suonato dopo una delle band più meritevoli della giornata.

BOSTON MANOR (The Key Club Stage) – Elisa

Passare dal Fresh Blood stage dello Slam Dunk dell’anno scorso al The Key Club stage di quest’anno non è cosa da tutti e invece i cinque di Blackpool ce l’hanno fatta e con grande stile. La gente è tantissima tanto che non si capisce dove finisce la fila del bagno e inizia quella della gente che sta guardando il concerto. Tutto inizia con “Burn You Up” e l’energia è tantissima dall’inizio alla fine: tutti che cantano, gente che poga, gente che crowdsurfa, l’omino della sicurezza che illumina le persone con una torcia e gli altri che vanno a recuperarli senza fermarsi un attimo. Si procede con “Lead Feet”, “Cu” (che non ho ancora capito come si pronuncia), “Broken Glass”, “Stop Trying, Be Nothing” dove si perde il conto della gente che muore, tutto intervallato dalle più vecchie “Shade” e “Trapped Nerve” per poi finire con la mitica “Laika” e un sacco di lacrimoni. Miglior premio per la presenza scenica dello Slam Dunk va al cantante Henry che si agita come se fosse sottoposto a scosse elettriche e salta come un grillo da una parte all’altra del palco e quando gli capita pure sulle persone; è piacevole da guardare anche se non vi piacciono i Boston Manor.

CUTE IS WHAT WE AIM FOR (Monster Energy Stage) – Sara

ciwwaf sdf southDopo il set dei Trophy Eyes ho preso la difficile decisione di non muovermi dalla transenna del Monster Stage per svariate ore a venire, visto che le band che mi interessava vedere avrebbero poi suonato tutte li e quelle che avrei dovuto vedere nelle pause le ho considerate sacrificabili. Dopo aver dovuto subire lo straziante set dei WSTR (che notoriamente non sono la mia band preferita), iniziano le ore in cui la schedule prevede un salto indietro di dieci anni, a farlo partire ci pensano i Cute Is What We Aim For. Come a Birmingham la setlist è la tracklist di Same Old Blood Rush With A New Touch, privata però dell’importantissima Lyrical Lies. Anche stavolta parlando tra una canzone e l’altra Shaant a stento trattiene l’emozione provocata dal trovarsi a suonare di fronte a così tanta gente dopo tutti questi anni, inoltre dice che se quando si sono fermati lo hanno fatto perché incapaci di gestire il successo in cui si erano ritrovati, ora sono cresciuti e hanno deciso di fare le cose per bene, infatti a settembre registreranno un nuovo album, TENSION. La performance è migliore di quella di Birmingham, anche se ancora imperfetta, i feels sono gli stessi, tutto è bello e vola una setlist dal palco e io me la prendo.

WITH CONFIDENCE (The Key Club Stage) – Martina

I With Confidence clashavano con i Beartooth ed erano in contemporanea alla signin session dei Neck Deep, ma nonostante questo sono riuscita a fare tutte e tre le cose. Purtroppo mi sono persa la canzone dell’estate 2016 “Voldemort”, ma sono arrivata in tempo per vedere “Archers”, seguita da una mini acustic session di Jayden, fare circle pit su “Godzilla” e urlare “it could be yooooooouuuuuu” in modo molesto su “We’ll Be Okay”. Per le tre canzoni che sono riuscita a vedere la band è stata impeccabile, il pubblico ha riempito la venue di gioia ed è stato uno dei set più piacevoli nonostante sia stato abbastanza corto.

BEARTOOTH (Jagermeister Stage) – Martina

Ho dovuto abbandonare i With Con e lanciarmi in una corsa disumana verso il palco dei Beartooth. Lungo il percorso affollato di persone ho sentito l’urlo di Caleb Shomo “ONE LIFE, ONE DECISION” e insieme ad altre 5 persone mai viste abbiamo fatto tutta la strada intonando il coro seguendo Caleb. Arrivata nel pit più fangoso che abbia mai visto mi sono lanciata in mezzo per assistere a quello che sarebbe stato il set migliore della giornata. Il mio amore incondizionato per Oshie Bichar non ha limiti e quindi i suoi back vocals per me sono semplicemente mozzafiato, ma il caro Caleb non era da meno. In forma come non mai la band di Columbus ha creato un vero e proprio stuolo di persone che saltavano e cantavano, con il solo intento di creare un buco enorme nel suolo. Dai pezzi più vecchi ai più nuovi, la band ha chiuso stranamente il set con “Hated” lasciando tutti a bocca aperta. Bravi e bravissimi.

THE MAINE (Monster Energy Stage) – Sara

the maine slam dunk southMi è sempre molto difficile parlare dei The Maine cercando di ignorare i problemi che ho con loro e che continuamente mi creano, ad esempio mentre eravamo in treno per arrivare ad Hatfield hanno annunciato un tour e io ho già speso altri soldi per andare a vederli.
Partiamo con un aneddoto: in ogni album dei The Maine c’è una canzone che non mi piace; riescono a suonarne ben due nel set che hanno messo insieme per questo festival: My Heroine (da Pioneer) e Diet Soda Society (da American Candy), però in quei momenti di paralisi cerebrale a me non interessa e va tutto bene come se fossero le mie canzoni preferite, e con un set che inizia con Black Butterflies & Dejà Vu (che ritengo essere uno dei loro migliori pezzi di sempre) già la mia capacità di intendere e di volere è ridotta, e viene definitivamente azzerata poco dopo da Like We Did. La setlist è la stessa dei giorni precedenti (che oltre alle canzoni già citate prevede quindi gli altri due singoli del nuovo disco Lovely Little Lonely, Girls Do What They Want, Am I Pretty, English Girls e Another Night On Mars), le perdite di tempo anche, ma senza i problemi di suoni che si erano verificati a Birmingham la performance è decisamente migliore, e poi insomma le perdite di tempo gliele perdono anche visto che live sono una band impeccabile e possono fare tutto quello che vogliono senza sbagliare mai.
Anche qua torno a casa con la setlist, ma la storia è più complicata.

SEAWAY (The Key Club Stage) – Martina

I nostri prediletti canadesi sono i Seaway e quindi non potevo non vederli. Dopo essermi accaparrata la prima fila e aver fatto amicizia con una tipella super esaltata, è ora di vedere i bevitori di sciroppo d’acero in azione. Sulle note di “Best Mistake” si apre uno dei set più divertenti della giornata, da “Shy Guys” a “Airhead” passando persino per “Sabrina The Teenage Bitch” la band non delude le aspettative. Ryan Locke, un po’ giù di voce, non si tira indietro e si butta sul pubblico a cantare e guarda caso sceglie proprio di spalmare il suo completo da gelataio pro in faccia a me, non che questo mi sia dispiaciuto. Grande assente è “Stubborn Love”, anche se forse è stato meglio così ho potuto evitare un collasso emotivo. La grande sorpresa è stata “Goon”, che suonata a metà del set è stata la canzone che più mi è piaciuta del loro set. Bravi, belli e super coinvolgenti, ma quando tornate in Italia?

WE THE KINGS (Monster Energy Stage) – Sara

we the kings slam dunkIl clash assassino Seaway-We The Kings sono riuscita a risolverlo solo grazie al fatto che ho fatto due date; se a Birmingham ho scelto di vedere i Seaway (ottima scelta visto che son stati poi per me il miglior set di quella giornata), qua è stata la volta dei We The Kings. Il set si apre con Check Yes Juliet, quindi folla in delirio, tutti che cantano, tutto belissimo. Le mie aspettative vengono subito distrutte da She Takes Me High che segue, perché teoricamente questo set avrebbe dovuto essere per il decimo anniversario dell’uscita del selftitled (allego prova) e avrebbero quindi dovuto suonarlo interamente, mi ero preparata psicologicamente a quello, mentre She Takes Me High è dal disco successivo, Smile Kid. Non ci penso, continuo dalla mia bellissima posizione aggrappata all’ormai mio pezzo di transenna a cantare e godermi lo spettacolo, che vede subito arrivare una botta emotiva esagerata con All Again For You, criminali. Si continua con Secret Valentine e la parola LOVE scritta sul palmo della mano di Travis Clark, e allora cari We The Kings vedete che le canzoni del selftitled le sapete? Perché mi avete negato la gioia di sentirlo tutto live? Dopo Just Keep Breathing, Say You Like Me e I Feel Alive arriva il momento che mi ha contrariato di più: la cover. Va bene che la cover è di un pezzo bello (The Middle dei Jimmy Eat World) e che la fanno bene, ma già non mi state facendo sentire per intero l’album per il cui anniversario avevate annunciato un set speciale, mi state facendo perdere i Seaway e vi permettete anche di fare una cover, invece che magari dar spazio a un pezzo in più dell’album di cui sopra? Rimango calma, canto The Middle, i membri dei Cute Is What We Aim For e altra gente a caso lanciano sul pubblico una quantità infinita di cosini che fanno le lucine e quindi tutto bello, tutto colorato, tutto molto scenico, poi arriva Skyway Avenue ed è il colpo d grazia, troppi highlight di adolescenza rivissuti in un solo pomeriggio. Quando penso di aver affrontato già tutto che mi aspettava, Travis fa un discorso un po’ strano sul fatto che Check Yes Juliet (prima canzone del set) è la canzone che tutti conoscono, che viene sempre richiesta di più, che mettono alle serate ecc. e tutto questo è stato perché la risuonano in chiusura di set. Sorvolo sul non-sense della cosa e felice felice continuo a cantare e continuo a interrogarmi sulle sorti del set dedicato al self-titled. Cari We The Kings, live siete bravissimi e avete dei pezzi bellissimi, ma siete dei bugiardi traditori.

SET IT OFF (The Key Club Stage) – Elisa

Mi ricordo ancora quando i Set It Off avevano aperto agli Yellowcard a Roma nel 2013 e volevo andarci tantissimo perché pensavo fossero uno di quei gruppi che non avrei mai più rivisto. E invece sono passati quattro anni e mi ritrovo a vederli suonare davanti a un più che modesto gruppo di fan che cantano tutte le canzoni, sarà che in UK sembra tutto meglio. La band propone un set breve ma intenso, con tutte le hit che li hanno resi uno dei migliori gruppi pop rock della scena internazionale. Le super catchy tratte dall’album “Duality” che li ha catapultati sulle scene come “Why Worry”, “Ancient History” e “Forever Stuck in Our Youth” senza dimenticare le più nuove “Life Afraid” o “Upside Down” tratte dall’omonimo album. La voce di Cody Carson ti lascia un po’ spaesata perché non ti aspetteresti mai una voce così anche live e quindi applausi per lui. Il mio braccio è comunque ancora indolenzito perché ai quattro di Tampa piace incitare il pubblico a fare destra e sinistra con il braccio, bello sì ma non per ogni canzone.

NECK DEEP (Monster Energy Stage) – Martina

neck deep sdf17Dopo aver quasi ucciso Sara mentre parlava con un The Maine e aver fatto la quindicenne esaltata mettendomi in prima fila ai Movielife solo perché dopo avrebbero suonato i Neck Deep, è tempo di entrare nella mia zona zen e pregare san Sam Bowden chiedendogli di non farmi avere un breakdown fisico emotivo ecc. durante il loro set. A quanto pare per tutte e tre le date dello Slam Dunk l’intro della band è stato “Welcome To The Black Parade” e sentire una distesa di persone cantarla a squarciagola ha minato il mio già debole animo. Senza cincischiare troppo il set parte con “Happy Judgement Day”, uno dei due nuovissimi singoli che hanno introdotto “The Peace And The Panic”, in uscita il 18 agosto via Hopeless Records, al mondo. Per quanto questo pezzo mi avesse deluso devo dire di essermi ricreduta dopo averlo visto live. Sotto una pioggia fitta e fastidiosa i Neck Deep suonano prevalentemente brani dal loro ultimo disco, accompagnati dal malinconico pensiero che non verranno più suonati per un po’. Inaspettatamente (cioè a me lo aveva spoilerato Sara) suonano “Tables Turned” con il suo dolorosissimo assolo di chitarrina magico. L’highlight della serata è l’intro di “Rock Bottom”, “questa la riconoscerete dal basso” e subito Fil è in pole position a sfoggiare il suo plettro, pronto a mostrarci le sue doti di bassista. Quando parte la base “pain, pain go away, come back another day” e il mio spirito abbandona il mio corpo, arriva il momento di “Where Do We Go When We Go”, il secondo nuovo singolo della band. I feels raggiungono livelli inimmaginabili, livelli che non avevo raggiunto nemmeno su “Lime St”, la canzone che per qualche motivo mi fa sempre piangere live. E niente i Neck Deep sono sempre bravi live, hanno un’ottima gestione del palco (nonostante fosse completamente fradicio) e riescono a coinvolgere il pubblico nel modo giusto. I pezzi del mio disco prefe della vita mi mancheranno, ma non vedo l’ora di vederli alle prese con i nuovi pezzi del nuovo disco e quindi non vedo l’ora che arrivino le due date a Milano e a Bologna!

Se vi siete persi le grandi emozioni dello Slam Dunk Midlands, bè, eccolo.

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