Interview with Biffers

di Elisa Susini
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I Biffers sono una delle band di punta della scena punk rock livornese. Forti del loro disco “Whoa!” fuori per Kung Fu Records erano pronti a conquistare le Americhe ma purtroppo sono stati scambiati per criminali più pericolosi dei Masked Intruder e quindi no. Gli abbiamo chiesto di raccontarci un po’ di cose, e questo è il risultato. 

Dovevate andare in tour negli Stati Uniti, siete addirittura arrivati fino all’aeroporto di Seattle ma purtroppo ci sono stati dei problemi e avete dovuto annullare il tour. Raccontateci com’è andata…

Una volta arrivati all’aeroporto siamo stati fermati uno per uno al controllo passaporti e condotti nella sala d’attesa dell’ufficio dei doganieri. Qui siamo stati divisi, ci sono stati sequestrati i documenti e i telefoni e ci è stato vietato di comunicare tra noi. Uno per uno siamo stati chiamati negli uffici, dove sono stati condotti degli interrogatori singoli, per un totale di circa quattro ore, alla fine dei quali abbiamo ricevuto il responso, che parlava chiaro: ci sarebbe stato negato l’accesso negli Stati Uniti e avremmo dovuto essere rimpatriati quanto prima. Due particolari inquietanti: ci è stato offerto di essere spediti istantaneamente a Londra, per mancanza di spazio sui voli diretti in italia, oppure di tornare a casa l’indomani, dopo aver trascorso la notte in cella in quanto l’aeroporto non era attrezzato per ospitarci – dopo qualche dibattito sul da farsi abbiamo scelto Londra, per non perdere l’occasione di salutare qualche amico e per passare un paio di giorni a riflettere su quanto accaduto; il secondo dettaglio è che gli agenti ci stavano aspettando con un fascicolone enorme sulla storia della band, il tour, il crowdfunding relativo, etc: una rassegna stampa davvero niente male! Detto questo, il motivo per cui non ci hanno fatti entrare è semplice quanto arbitrario: pare che il fatto che per alcuni concerti fosse previsto un biglietto d’ingresso sia un motivo sufficiente per obbligarci a dover aver un visto lavorativo, e non un semplice ESTA, che sulla carta permetterebbe esibizioni a titolo gratuito. Tutti avevamo seguito le vicende di Soviet Soviet e almeno altre tre band che avevano subito la stessa sorte proprio nelle settimane precedenti al nostro tour, troppo tardi per correre ai ripari con visti P1, adatti allo scopo.
A nulla è servito presentarci sprovvisti di strumenti o merchandise, proprio come semplici turisti: sapevano esattamente cosa eravamo andati a fare. Il fatto è che alcuni di noi erano già stati più volte a suonare in America a condizioni simili e con lo stesso tipo di documento, che non garantisce l’accesso al paese ma lascia la decisione finale al doganiere di turno; la precedente amministrazione tuttavia non interpretava queste regole allo stesso modo di quella attuale. A voi le conclusioni al riguardo, ne abbiamo discusso fino alla nausea.

Presentate la vostra band usando meno di 10 parole…

I Biffers si fumano davvero un sacco di canne!

Partiamo proprio dagli esordi: in che modo siete entrati in contatto con il mondo del punk rock?

È stato naturale: nel periodo in cui la nostra curiosità iniziava a spingerci oltre quanto propinato dalla televisione, nel panorama indipendente imperversavano il grunge e il punk rock, entrambi grandi amori della nostra adolescenza. A scuola, poi, giravano cassette di Green Day, Nirvana, Ramones, NOFX, Rancid, Offspring, ecc ecc, quindi è stato un vero e proprio colpo di fulmine.

Quali sono gli album a cui tenete maggiormente e che, di conseguenza, occupano un posto importante nel vostro cuore?

Sicuramente Kerplunk dei Green Day, Punk in Drublic dei NOFX, In Utero dei Nirvana, qualsiasi cosa dei Clash.

Be, sì si sente tutto questo punk rock nel vostro sound, ma ascoltate anche qualcos’altro che c’entra di meno con il genere che fate?

Assolutamente, dal rock classico al soul, al reggae, al metal estremo, alla musica elettronica. Abbiamo dei punti in comune, ma ognuno di noi ha le proprie preferenze, tra chi è più eclettico e chi più legato alle proprie radici.

Siamo un po’ tutti quanti fan dei Vandals e delle band di Kung Fu Records quindi raccontateci com’è andata quando vi hanno proposto di entrare a far parte della loro grande famiglia. Come vi siete fatti conoscere da loro e c’è qualche aneddoto che ci volete raccontare al riguardo?

Anche questa è una storia semplice: cercando di promuovere il nostro primo videoclip ne abbiamo pubblicato il link sulle bacheche di alcuni artisti ed etichette: ecco che i Vandals si sono subito appassionati a noi, ripubblicando il nostro video. Pochi giorni dopo Joe si è fatto sentire proponendoci un contratto con Kung Fu.

Livorno è la capitale musicale della Toscana. Cosa vi piace della scena musicale della vostra città? E c’è qualche fattore che potrebbe accentuare i lati positivi dell’intera regione o renderla migliore?

Ci piace molto l’estrema varietà dell’offerta artistica: si va dal punk, al metal, al reggae, al jazz, al math rock, post rock e via dicendo. Sicuramente ampliarne il bacino turistico migliorerebbe l’affluenza agli spettacoli, oltre ad aumentarne la domanda.

Qual è l’episodio più particolare, e che difficilmente dimenticherete, che vi è capitato durante uno dei vostri concerti?

Durante il nostro primo live all’estero, a Madrid nel 2013, due persone tra il pubblico si sono prese a seggiolate.

Avete girato quasi tutta l’Europa in questi anni, che differenze di pubblico avete riscontrato fra il pubblico italiano e quello estero?

A dire il vero nessuna, le differenze più marcate si vedono tra il pubblico di provincia, più propenso a festeggiare, e quello delle grandi città, più duro da conquistare.

Qual è stato il primo concerto a cui siete stati?

Dario: Ottavo Padiglione, Rotonda di Ardenza, Livorno, anni ’90.
Pasqui: 7Years, Villa Regina, Livorno, primi anni ’00.
Gianfra: Down by Law, Karma, Livorno, primi anni ’00.
Tommi: Punkreas, Tube, Livorno, anni ’90.

Com’è che nasce una canzone dei Biffers, di solito?

Dopo una serata di bagordi, Dario canticchia una melodia su un paio di accordi, registrando precariamente il tutto su di un cellulare. Dopo diverse serate di bagordi, quando le bozze raggiungono un numero soddisfacente (e fegato e polmoni ne hanno abbastanza), si passa allo studio di Tommi dove si creano dei veri e propri demo, che successivamente vengono assimilati e preparati a finire su un disco.

So che state lavorando a del nuovo materiale, cosa ci potete anticipare?

Al momento stiamo scrivendo nuove canzoni, è presto per parlare di un nuovo album, ma abbiamo anche altre sorprese che speriamo di poter rivelare entro l’anno.

Se doveste creare uno slogan per invogliare la gente a venire a un vostro show, cosa direste?

Se a dovere ti vuoi sballare, al concerto dei Biffers non mancare!

Questa è la domanda finale di rito che Aim A Trabolmeicher pone a tutti gli intervistati: Cosa ne pensate delle uova?

“Breathe, ever so soft, we wouldn’t want to break the eggs as we walk!”
Nel nostro paniere non durano a lungo, ma fritte ci piacciono tanto!

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