“Double Exposure” by The Winter Passing

di Alessandro Mainini

Gli ultimi mesi del 2015 sono un periodo che resterà per sempre impresso nella mia memoria a livello musicale, perché da ottobre al termine dell’anno ogni singolo giorno non ho ascoltato che due dischi: l’album d’esordio di Julien Baker, per il quale si sprecano le parole e che ormai adoriamo tutti più di noi stessi, e il primo disco di una band irlandese, i The Winter Passing, scoperta un po’ per caso come tutte le cose che finiscono per piacerci di più.

Guidati dai fratelli Rob e Kate Flynn, le cui voci che si alternano in quasi ogni traccia costituiscono uno dei punti di forza della band, i The Winter Passing hanno trovato nel loro debutto A Different Space of Mind il punto di fusione perfetto tra le sonorità dell’emo e dell’indie rock, con forti richiami agli anni ’90 e allo stesso tempo perfettamente in linea con il sound in voga al giorno d’oggi.

A distanza di un anno e mezzo, esce per Big Scary Monsters e 6131 Records il nuovo lavoro della band, un EP intitolato Double Exposure, con 6 canzoni prodotte da un nome storico della scena emo/alternative proprio degli anni ’90 come J. Robbins, celebre per la collaborazione sui migliori album di band quali The Promise Ring, Against Me! e Jets to Brazil.

Qualche cambiamento rispetto al primo disco si nota: le influenze “punk” si fanno sentire maggiormente nel corso dell’EP, che è generalmente più veloce dell’album; la batteria è più spinta e aggressiva, come si può vedere dall’attacco di She Was a Rose; la voce di Rob suona più roca, anche se direi che per una band irlandese è una cosa positiva; Kate è ora pienamente integrata e prominente nel songwriting, e le sue tastiere spostano gli equilibri di canzoni come So Said Virginia o Paper Rabbit in un modo che prima semplicemente non avveniva.

Quello che rende i The Winter Passing un gruppo speciale però è sempre presente in primo piano: la capacità di creare melodie travolgenti si distingue più che mai in Significance, che è la cosa migliore che la band abbia mai scritto. Il suo ritornello, una vera gioia per le orecchie, si apre con Kate che canta “stay with me…”, una frase tanto semplice quanto tenera che entra subito in testa e non ne esce. Si tratta probabilmente della canzone più pop della discografia del gruppo, ed è senza dubbio il pezzo forte del disco.

Non è da meno l’opener Paper Rabbit, dove le tastiere danno alla canzone un sapore decisamente irlandese, come avviene anche col giro di chitarra iniziale dell’opener di A Different Space of Mind, The Fever. Anche in questo caso ci ritroviamo di fronte ad un ritornello super-catchy, anche se il pezzo migliore della canzone è il bridge in cui Rob canta con l’accento più irlandese del mondo “we’re not getting any yonger, we’re not each outher without each outher“.

Si diceva di Kate che il suo contributo è ancora più importante che nei precedenti lavori della band, e infatti la sua voce diventa addirittura la sola protagonista nella toccante e delicata Es•cap•ism, che ha le caratteristiche di un interlude ma che interlude non è, sia perché dura quanto una vera e propria canzone, sia perché il suo testo rappresenta la summa delle tematiche trattate nel corso dell’EP:

“I don’t know myself today / I’m fighting with my own brain / Most days I smile politely and say I’m okay / I’m used to running away from the light of day”

Se infatti la band non ha mai avuto paura di mettere a nudo i propri sentimenti e parlare di vicende personali in molte canzoni passate, i temi del benessere sia fisico che psicologico, e in particolar modo dell’ansia e di come questa modelli e sia modellata dalla stabilità e dall’instabilità della vita e delle relazioni personali e sociali, assurgono al ruolo di macrotema che lega tutte le tracce dell’EP.

E quindi “heavy breathing when I think about leaving the house”, canta Kate nell’azzeccato ritornello di Like Flowers Ache for Spring, una canzone divisa a metà fra una prima parte veloce e una seconda più riflessiva, che mette in luce la versatilità della band nell’accelerare e rallentare il passo senza perdere la capacità di risultare godibile.

Dall’altra parte, va anche detto che l’EP non è privo di difetti. She Was a Rose non è tra le canzoni più memorabili, e se le strofe promettono bene lasciando sperare in un ritornello prorompente, questo risulta invece un po’ insapore e fa pensare alla canzone come a un’opportunità sprecata. Probabilmente la traccia più anonima del disco, paragonabile in questo a Grazed Knees che è l’unica canzone poco incisiva su A Different Space of Mind.

A volte la band si lascia anche prendere un po’ troppo la mano e sconfina in passaggi che suonano un po’ leziosi, come la chiusura di So Said Virginia con l’assolo finale di batteria in stile “canzone live”, o sempre in So Said Virginia il ritornello dopo la seconda strofa che viene anticipato da una serie di mini-assoli che non sembrano necessari. Tutto questo può però essere giustificato dal fatto che si tratta della canzone più complessa in termini di songwriting e più varia in termini di struttura. Evidentemente ai The Winter Passing piace concludere i dischi con canzoni ambiziose, perché anche la traccia finale dell’album precedente (stupenda, peraltro) presentava queste caratteristiche e va riconosciuto alla band il merito di saper osare e mettersi in gioco.

Double Exposure è un ottimo EP che rappresenta non un passo avanti rispetto all’album, ma piuttosto un passo di lato, che non tradisce il sound dei primi lavori ma allo stesso tempo dà più importanza ai testi personali e accentua l’influsso delle radici punk della band, a volte a scapito della facilità di approccio: l’EP richiede qualche ascolto per essere compreso e apprezzato in pieno, ma avere la pazienza di farlo regala un’esperienza appagante, perché permette di capire che non si è di fronte a uno di quei dischi belli ma che si smette di ascoltare dopo un mese, bensì un disco che ci si ritroverà ancora ad ascoltare a distanza di qualche anno.

VOTO: 4/5

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