Interview with All Time Low

di Sara Cavazzini

**English version available HERE.**

All Time Low 2017

La storia di aimatrabolmeicher è da sempre legata a doppio filo agli All Time Low, band dell’adolescenza della maggior parte della nostra redazione e in un certo senso motivo della nostra esistenza in quanto webzine. Per un fortunato corso degli eventi ho avuto la possibilità di fare una cosa per la quale la me 14enne avrebbe fatto carte false: intervistare gli All Time Low. In occasione della data italiana del 10 aprile, Alex e Jack hanno potuto dedicare qualche minuto per fare una chiacchierata e parlare di come gli stanno andando le cose e in particolare del loro atteso nuovo album Last Young Renegade in uscita il 2 giugno per Fueled By Ramen.


Questo è l’ultimo concerto del tour: che tour è stato e voi come vi sentite?

Jack: Tutto bene!
Alex: Esatto, va alla grande; non potrebbe esserci un posto migliore per concludere il tour. Ho l’impressione che sarà un grande concerto con tanta adrenalina. Ci sarà da divertirsi.

Il vostro nuovo album Last Young Renegade uscirà a giugno. Come si è svolto il processo creativo? È stato diverso rispetto ai dischi precedenti? E cosa ci dovremmo aspettare da quest’album?

A: Il processo creativo non è stato troppo diverso per quanto riguarda i vari dettagli. Una delle differenze è che per scrivere le canzoni ho fatto alcuni viaggi: sono andato via dal caos di Los Angeles e mi sono rifugiato in posti più isolati per lavorare sulla musica, e questa cosa mi è stata di grande aiuto per non avere distrazioni. E oltre a questo, stavolta non abbiamo lavorato con nessun produttore famoso: abbiamo lavorato con dei nuovi talenti, più “emergenti”, ma che sono anche degli ottimi amici e collaboratori, per cui c’è stata molta cooperazione e fiducia tra di noi. E credo che anche questo sia stato di grande aiuto perché così l’intero processo non è stato influenzato da nessun ego ed è andato tutto alla grande.

Avete da poco annunciato di aver firmato con Fueled by Ramen, una delle etichette più importanti della scena in cui siete cresciuti. Com’è avvenuta la firma e come vi sentite all’idea di lavorare con l’etichetta?

J: Essere sotto Fueled è davvero un sogno che si è realizzato, non c’è altro modo per dirlo. Avevamo fatto un provino per Fueled by Ramen ai tempi della high school, avevamo tipo sedici anni, per cui è davvero l’etichetta con cui abbiamo da sempre voluto lavorare. E adesso che ci siamo finalmente arrivati, capiamo anche perché piace così tanto a tutte le band e perché altre loro band hanno avuto tanto successo: sono brave persone e lavorano sodo.
A: È un’ottima squadra e supportano quello che le loro band vogliono fare invece di cercare di obbligarle a fare cose che non hanno senso. E questo nel processo creativo è fondamentale: lasciare che le band siano loro stesse, perché è proprio questo che porta i fan a identificarsi con le band.

Quindi vi siete anche sentiti più liberi di spingervi verso nuovi generi?

A: Esatto, erano davvero pronti a sostenere qualsiasi direzione volessimo prendere. Gli abbiamo spiegato i nostri progetti, e fin da quando le cose hanno cominciato a prendere forma si è creato un ambiente molto positivo.

Parliamo delle vostre due nuove canzoni: come mai avete scelto Dirty Laundry come primo singolo? È una canzone abbastanza diversa da quello che avete fatto finora; non avete avuto paura di come potessero reagire i fan?

A: Penso che il motivo principale sia stato proprio il fatto che è una canzone diversa, e sentiamo di aver fatto un disco molto diverso dal solito. Dalla prima all’ultima canzone è un album differente da tutto quello che abbiamo fatto finora, e questo ci rende molto contenti. Ci siamo davvero sforzati di creare qualcosa di fresco e regalare ai fan un sound rinnovato. E per restare in linea con quest’idea di non fossilizzarci, di non diventare noiosi o prevedibili, abbiamo pubblicato una canzone che secondo noi rappresenta il disco nella sua interezza. Certo, è stata una grossa novità anche per noi, ma per spostare l’ago della bilancia bisogna fare qualcosa di diverso, altrimenti la gente si annoia.

Ho letto un’intervista in cui dicevate che all’inizio non eravate sicuri che Last Young Renegade sarebbe stata inclusa nell’album; invece alla fine è diventata una parte importante del disco, tanto da essere la title track. Com’è avvenuto?

A: Sono cose che a volte capitano. Per questo disco abbiamo scritto un bel po’ di canzoni, credo almeno una quarantina, e a un certo punto Last Young Renegade si è un po’ persa nella massa di canzoni scritte. L’abbiamo scritta all’inizio del processo creativo, e dopo ne abbiamo scritte molte altre, e a volte è facile dimenticarsi un po’ delle cose che avevi scritto all’inizio. Quando però il disco ha cominciato a prendere forma abbiamo capito che Last Young Renegade ne rappresentava le fondamenta, e in pratica ho incentrato l’intero album attorno a questo personaggio e a quest’idea.
J: E musicalmente aveva molto in comune con le canzoni che stavamo scrivendo.
A: Quella canzone alla fine ci ha un po’ calamitati e quindi ha fatto il suo rientro sul disco in grande stile.

Ho visto che date molta importanza all’artwork, alle illustrazioni, ai volantini… c’erano persino dei poster alle fermate degli autobus. Secondo voi l’aspetto visuale di un disco quanto si combina con quello musicale?

A: Secondo me dipende a seconda dei casi, ma credo che questo disco dia molti stimoli visivi. Ascoltandolo ti fa viaggiare con la mente, o quantomeno per me è stato così: ogni volta che l’abbiamo riascoltato mi suscitava una serie di immagini. Abbiamo cercato di rappresentare questo fenomeno e di catturarlo nel migliore dei modi. È proprio la cosa più importante di questo disco: volevamo costruirgli attorno un piccolo universo dove ogni cosa prendesse vita, e le parti visive chiaramente hanno molta importanza in questo processo.

Sono stata a molti vostri concerti, e spesso nella setlist inserite delle cover. Come le scegliete? E perché decidete di fare una cover invece di un’altra vostra canzone?

A: Spesso è semplicemente perché i fan si divertono.
J: Quando vado a un concerto e la band fa una cover sono sempre contento: lo trovo davvero interessante, soprattutto se fanno qualche cambiamento alla canzone. È sempre interessante vedere come le band interpretano una canzone scritta da altri, un po’ come abbiamo fatto noi con Lorde per BBC Radio 1 l’altro giorno. È divertente prendere una canzone e reinventartela a modo tuo.

Avete mai pensato di registrarne qualcuna in studio e pubblicarla?

A: Sinceramente spesso quando facciamo le cover dal vivo le facciamo solo per divertimento e senza badare troppo alla perfezione. Di solito non ci viene da pensare di andare a registrare una versione in studio. Magari capita che la facciamo una volta e poi per parecchi mesi non la facciamo più. Però ecco, nell’esempio che ha fatto Jack, la cover di Green Light, la possibilità potrebbe esserci. Perché comunque noi ci divertiamo e spesso è anche divertente registrarle in studio, ma allo stesso tempo stiamo anche per pubblicare un bel po’ di canzoni nuove, per cui non vorrei…
J: …confondere la gente.
A: …bombardare la gente con troppa roba nuova.

So Wrong, It’s Right è uscito dieci anni fa. Come vi sentite sapendo che è passato così tanto tempo? Lo vedete ormai come un qualcosa di lontano o vi ritrovate ancora in quelle canzoni?

A: È incredibile: quell’album è appena diventato disco d’oro in America, dopo tutto questo tempo. È ancora una parte importante della nostra identità, e rappresenta il primo scalino del percorso che ci ha portati fin qui. A volte lo riascolto e ripenso a com’era la nostra vita quando abbiamo scritto quel disco. Ha ancora una grande importanza e alcune di quelle canzoni hanno segnato la nostra carriera: Dear Maria è uno dei nostri pilastri, e lo stesso vale per Remembering Sunday.
J: A me di quel disco piace davvero tutto. Proprio ieri stavo dicendo a uno dei nostri tecnici che il giorno che abbiamo finito di registrare Six Feet Under the Stars io e Alex stavamo tornando a casa e abbiamo bucato una ruota per strada, e quindi eravamo lì io e lui da soli in questo bruttissimo quartiere a cercare di capire come si cambiava una ruota. Avremo avuto 18-19 anni. Ci ripenso continuamente a quell’album.

Siccome sta per uscire il disco nuovo ovviamente vorrete promuovere quello, e sicuramente questa domanda ve l’avranno già fatta mille volte, ma avete mai pensato di suonare tutto So Wrong, It’s Right per il decennale?

A: Chiaramente ci abbiamo pensato ed è una cosa che ci piacerebbe molto fare. Al momento però è un po’ dura trovare il tempo per farlo perché come hai detto tu sta per uscire l’album nuovo e vogliamo guardare al futuro invece di pensare troppo al passato. Siamo in un momento elettrizzante della nostra carriera perché possiamo ancora fare musica nuova e la gente è ancora interessata a sentirla, e non dobbiamo contare solamente sulle nostre canzoni vecchie. Però sì, appena ci siamo resi conto che quest’anno era il decennale del disco abbiamo pensato a cosa potessimo fare, quindi sicuramente qualcosa faremo. Ci stiamo lavorando, ma al momento non abbiamo ancora nessuna certezza.

A 10 anni di distanza, ve lo ricordate ancora il balletto del video di Poppin’ Champagne?

A: Oddio!
J: Facevo già fatica a farlo all’epoca.
A: È stata un’esperienza dura per tutti… soprattutto per chi ci ha dovuti guardare.

Dopo 6 album più uno in arrivo, vi capita mai di litigare per quali canzoni suonare dal vivo?

J: Praticamente tutti i giorni.
A: Sì, sempre! Si fa davvero fatica a comporre la setlist di questi tempi. L’anno scorso abbiamo quasi sempre fatto concerti di due ore, e in due ore riesci a farci stare un bel po’ di canzoni e a sceglierne qualcuna da tutti gli album, ma se devi suonare meno di due ore è difficilissimo accontentare tutti. Ci sarà sempre qualcuno che si lamenterà perché non abbiamo suonato qualcosa da qualche album, per cui è davvero complicato trovare il giusto equilibrio. E quindi sì, litighiamo davvero: decidere la setlist è uno dei momenti di maggior tensione all’interno della band.
J: Ormai abbiamo un repertorio di tipo 100 canzoni, ma dal vivo ne possiamo fare solo 15, per cui è davvero difficile.

Siamo arrivati all’ultima domanda, è quella che facciamo a tutte le band e non vedevo l’ora di farvela: cosa ne pensate delle uova?

A: Le uova ci stanno!
J: Ogni giorno, uova ogni giorno. È il nostro motto.
A: Toglie il medico di torno.



English Version:

Today is the last day of this tour! How did it go? How are you?

Jack: We’re good!
Alex: Yes, we’re feeling great. I couldn’t think of a better place to end the tour, I feel like this is gonna be a big, fast-paced show. It’s gonna be fun.

Your new album Last Young Renegade is coming out in June. What was the creative process like? Was it different from your previous records? And what should we expect from this one?

A: The creative process wasn’t too much different as far as the ins and outs of it. One of the things I did differently is I took some writing trips: I left L.A. and the busy parts of town and I went and sort of secluded myself for a bit, just to work on the music, which I think is very helpful to not have any other distractions. And also aside from that, we didn’t work with a big-name producer: we’ve worked with guys who are slightly more breaking into it and are a little newer at it, but they’re also really good friends and collaborators so there was a lot of trust and cooperation going into it, so I think that really helped because there was no ego involved throughout the whole process, it was great.

You recently announced that you signed with Fueled By Ramen, one of the most important labels in the scene you grew up in. What brought you there and how do you feel working with them?

J: Being on Fueled has kind of been a dream come true, that’s really the only way to say it. We showcased for Fueled By Ramen when we were in high school, we were like sixteen years old, so it’s the label we’ve always wanted to work with. And now that we’ve finally gotten to it, we understand why bands love it so much and why other bands have done so well. They’re just good people and they’re hard workers.
A: It’s a great team and they embrace what their bands want to do rather than trying to force their bands to do things that don’t make sense. And that’s such a big part of the creative process: just letting bands be who they are, ‘cause that’s why people identify with bands, I think.

So you also felt more at liberty to push yourselves towards new genres?

A: Yeah, they were really on board for whatever it was we wanted to do next. We sort of laid out the plan and as they watched things come together, it was a positive environment.

Let’s talk about your new songs: why did you choose Dirty Laundry as the first single? It’s quite different from everything you’ve done before: aren’t you ever scared of the possible reaction of the fans or to leave them confused?

A: I think the main reason was because it was different, and we felt like we made a different record. Front to back this album is unlike everything we’ve ever done and we are really excited about that. We’ve pushed ourselves a lot on this album to do something new and to bring something fresh to the table for our fans. Kind of in that idea of not getting stale, not getting boring, not getting predictable, we put out a song that we felt really represents the record as a whole, and by doing that it felt like shaking things up a little bit. You have to do something different to move the needle, otherwise people get bored.

I read an interview in which you said that at first you weren’t sure Last Young Renegade would make the album. How did it become an important part of it then, since it’s the opening song and also the title track?

A: Sometimes things like that just happen. We had a lot of songs written for this record, I think we wrote about 40 songs, and I think when it came down to it there was a time in which it just got lost in the mix. It was a song that we wrote very early in the process and then we wrote a lot of other stuff; sometimes it’s just easy to forget about the stuff you do in the beginning. As the record started to take shape, we realized that Last Young Renegade was sort of creating this cornerstone and basically I wrote the entire album around this character and this idea.
J: And it fit musically with the songs that we were writing.
A: We sort of gravitated to it and it kind of came back in a big way.

I’ve noticed you paid a lot of attention to the artwork, illustrations, flyers… there were also posters at bus stops. How do you think the visual aspect of a record goes with the musical part of it?

A: I think it depends, but in this case I feel like this record is really visual. I think that when you listen to the album, it takes you to places. It certainly did for me: when we listened back to the music, it always took me to these certain places visually. I think we wanted to try to represent that, and capture that the best way we could, and kind of encapsulate this whole world. That was the biggest thing with this record: we wanted to build a little universe for it where everything lived, and a big part of that was the visuals.

I’ve seen you play many times, and you often play covers during your set. How do you choose what cover you want to play, and why do you choose to play a cover rather than one more of your songs?

A: Sometimes I think it’s just fun for the crowd.
J: I love when I go see a band play and they do covers, I think it’s really interesting, especially if they change the song. I think it’s very interesting to see how bands interpret other people’s songs, kind of like what we did with Lorde on BBC Radio 1 the other day. It’s actually very fun to take a song and reinvent it in your own way.

Have you ever thought of properly recording and releasing any of them?

A: To be honest sometimes the covers we do live are just us messing around, it’s not something where we want to leave and be like “let’s go record that”. It just happened and then it doesn’t happen again for months. But in the case that Jack just mentioned, the Green Light cover, there’s always a chance. We have a good time doing that stuff and sometimes translating that into the studio is also very fun, but we also have a lot of new music that’s about to come out, so I don’t want to…
J: …confuse people.
A: …swamp people down with too much new shit.

It’s been ten years since So Wrong, It’s Right came out. How do you feel thinking so much time has passed? Do you feel distant from it now or do you still see yourselves in those songs after all these years?

A: It’s amazing, that record just went gold in the States, even now after all this time. It’s still an important part of who we are as a band, it’s kind of the first building block of what we are now. There’s times when I go back and revisit and think about what we were going through when we wrote that record. It’s still very important and some of the songs on that record have been career-defining, like Dear Maria is a staple for us, and Remembering Sunday as well.
J: I like everything about that record a lot! Just yesterday I was telling some of our crew guys that the day we finished recording Six Feet Under the Stars, me and Alex were driving back home and we blew a tire on the road, and it was just me and Alex in this really shitty and sketchy neighborhood trying to figure out how to change a tire. We were like 18-19 years old. So yeah, I think about that album all the time.
Of course you have a new album coming out, so you’re going to promote that one, and I’m sure this is one of the questions you’ve been asked the most in the past few months, but are you thinking of playing So Wrong, It’s Right live in full?
A: We’ve definitely thought about it, it’s something that we would love to do. Right now it’s tricky finding the time because like you said we do have a new record coming out and we want to keep pushing things forward rather than doing too much reflecting. I feel like this band is at a really exciting time in its career where we’re still able to make new music, people are interested in the new stuff, and I feel like we don’t have to rest on our old music only. But basically the second we realized it was the tenth anniversary this year, we were like “Okay, what can we do?”, so I’m sure there will be something. We’re working on it, but right now I’m not sure what it is.

After 10 years, do you still remember how to do the dance from the Poppin’ Champagne video?

A: Oh, God!
J: I could barely do it that day.
A: That was a tough experience for everyone… mostly for the people that had to watch it.

With six records and one on the way, do you ever find yourselves arguing about which songs to put on the setlist?

J: Pretty much every day.
A: Yes, all the time! It’s actually really tricky in all honesty to put a setlist together these days. Last year we kind of got used to playing a 2-hour set, and in two hours you can get a lot of music in and we can pretty much play quite a lot from all of our albums, but with anything less than two hours it gets tricky to really play everything. There’s always going to be someone saying “oh, you didn’t play something from that record!” So it’s really hard to balance it and we really do argue. That’s one of the most tense times in the band, when we have to come up with the setlist.
J: I think now we have 100 songs out or something. We can probably play like 15 live, so it’s pretty hard.

This is our last question, the one we ask to every band we interview: what do you think about eggs?

A: Eggs are cool.
J: Every day, eggs every day. That’s the motto we have.
A: Keeps the doctor away.

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