“After The Party” by The Menzingers

di Samir Batista

a2481748509_10“After The Party”, dove la festa sta per quel periodo di mezzo tra l’adolescenza e quando ci si accorge che il mondo deve rallentare a un certo punto. O magari no? Nel corso di 13 pezzi i The Menzingers se lo chiedono più volte, e i pros and cons non sembrano mai sbilanciarsi troppo.
Dopo una serie di album acclamati ovunque, i Menzingers si lanciano in quell’album punk rock da gioventù perduta che veramente mancava. Perché se “On The Impossible Past” è stata quella ventata alt-rock che serviva a tutti, tanto a noi quanto a loro, e poi “Rented World” è stato più uno sperimentare tra pezzi semi-psichedelici dai mille effetti e singoloni da sing-along, in “After The Party” c’è finalmente una band che sa cosa può fare e la dimostrazione di come ci si evolve senza perdere le radici.

Nel confronto tra i due cantanti Greg e Tom, che si dividono come al solito in maniera quasi equa i pezzi del full length, Greg sembra avere la meglio complice la sua indimenticabile voce profonda. Dalla sua “Tellin’ Lies” iniziale ad “After The Party” e “Livin’ Ain’t Easy” alla fine, si apre e si chiude il cerchio di chi capisce che magari c’è una fine alla festa. “Where are we going to go now that our twenties our over?”, urla e si domanda la prima, mentre la title-track risponde pregando di amare e preservare ciò che è semplice: “Everybody wants to get famous, you just want to dance in the basement”.

Tutte le sue canzoni sembrano potenziali singoli, anche se alla fine per dare un antipasto ai fan sono state scelte “Lookers” e “Bad Catholics”, direi azzeccate. Ma come non amare “Midwestern States”? Greg sembra averle prese tutte.

I pezzi della sua controparte sono un attimo più lenti nel farsi capire a pieno, ma poche delle canzoni di Tom sono da trascurare, “Thick as Thieves” e “House On Fire” su tutte.

13 tracce sembrano tante, ma i Menzingers le fanno di nuovo volare, con un album che potrebbe lanciarli verso nuove mete. Era ora.

VOTO: 4/5

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