Raise our glass to the memories: The Ataris + Slimboy @ Magnolia, 22-03-17

Di Michela Rognoni e Chiara Cislaghi

ataris mag

“Sapevo che oggi sarebbe stato uno degli show più importanti del tour e allora ho pensato vaffanculo, faccio tutto quello che mi viene in mente, non mi trattengo.”

Quando si parla degli Ataris l’opinione della scena si concentra sulla cicciosità di Kris e sulla sua calvizie: “Nel 2003 era un figo, adesso guardate com’è conciato”. Lo ammetto, scherzare su questo è abbastanza legittimo. Ma quando mette piede in Italia (cosa che avviene molto di frequente, grazie al cielo), è come se il 2003 fosse l’altro ieri ed è la nostalgia a muovere i nostri piedi verso la venue prescelta, in questo caso il Magnolia. Non importa quanti anni hai, stasera everyone sings along on these anthems of a generation.
Dopo aver dormito ben 4 ore circa, essere andate al lavoro in modalità zombie, con un dolore alla schiena e alle gambe che nemmeno gli 80enni che guardano gli scavi, prendiamo ancora una volta la nostra macchinina e ci dirigiamo verso il Magnolia che, a differenza della rinomata Collegno, non dista 125 km da casa nostra, ma solo 60 km. Arriviamo prima dell’apertura dei cancelli perché il limite di velocità in tangenziale sarebbe di 90 km/h, ma in realtà no, e quindi riusciamo addirittura a mettere la macchina nel parcheggino gratuito. Cosa ve ne frega? Niente, ma per le nostre tasche è importante.
slimboy magUna volta entrate siamo andate nel nostro posto preferito, il bagno, notando che hanno cambiato le porte; bravi, ci piacciono queste porte nuove. C’è stato appena il tempo di salutare alcuni amici perché gli Slimboy salgono subito sul palco e partono più carichi che mai, incitando la folla ad avvicinarsi al palco. La folla risponde positivamente. Nonostante i più non conoscessero la band, ci sono comunque stati dei singalong sui vari “ohohohoh”, cosa che fa sorridere e caricare ancora di più la band. La setlist è la stessa della sera precedente e tutti i nostri feels sono per “Sorrows” e per “I Felt Hope” che forse ricorderete se avevate visto i Cancer sempre in apertura agli Ataris qualche anno fa. Ma è verso la fine che arriva la sorpresa della serata: Kris Roe sale sul palco per fare la cover di “Middlename” degli MxPx vincendo una scommessa per ben 100 euro che avrà poi speso sicuramente in Coca Cola Zero. Inutile dire che è stato il miglior modo di concludere un set davvero super.
Stiamo ferme dove siamo durante il cambio palco perché prevediamo gente punkissima che impazzisce e comincia a pogare e a spingere e noi siamo vecchie dentro e non abbiamo sbatty quindi siamo sul lato, davanti così da poter distrarre i componenti della band con la nostra solita macarena.

Io non lo so voi che rapporto abbiate con gli Ataris, ma sono quasi sicura che anche i vostri cuori abbiano sussultato alle prime note di “In This Diary”. Una delle cose più belle degli Ataris è il songwriting di Kris che pur essendo narrativo e personale riesce a parlare di tutti, ad avere una carica emotiva collettiva perché anche se non sei stato al 2015 di Riverside (che è l’indirizzo dell’Emo’s in Texas), è probabilmente vero anche per te che “being grown up isn’t half as fun as growing up”.
ee0b31ba-5555-4376-bf9d-aae3cdfeeb4bIl viaggio nella memoria prosegue con i loro brani, quelli estratti da “So Long, Astoria” e da “Blue Skies, Broken Hearts…Next 12 Exits” i due album simbolo della band. Giusto così per l’amor del cielo, però anche se sono passati diversi anni e “Graveyard of the Atlantic” non ha mai visto la luce questo non vuol dire che gli Ataris non abbiano mai più fatto niente di buono, infatti ora vi dico un segreto visto che non avete cantato “Slacker Rock” e “They Live, We Sleep”: c’è un nuovo EP degli Ataris uscito un annetto fa, si chiama “October in this Railroad Earth” (titolo ispirato a Keruac) e lo si può scaricare gratis.
Visto che sono in vena di criticarvi, vi critico anche qui perché i Jawbreaker sono importanti, cosa fate i punk e poi la scagate. E’ ancora peggio di quando qualche anno fa scagavate i Replacements, che tra l’altro ora sostituiscono le 80’s songs in “In this diary”, lo dico per dire che un’altra cosa che mi piace è come i testi si evolvano durante gli anni per continuare a significare qualcosa per chi le canta, per Kris. Tipo la Whitney di San Dimas che diventa Cory e la major crush che diventa un amore più adulto. Tutto bellissimo, non potete capire.

Ogni canzone è un viaggio nella memoria, un ritorno a quando “Boys of Summer” passava su MTV, a quando noi pischelli guardavamo MTV perché su MTV passava la musica e non i programmi trash di TV8. E la band sul palco non ci fa rimpiangere di non avere davanti i capelloni biondi di quel video. Spesso i più antipatici di voi si lamentano che “gli Ataris andavano visti con la line up originale”, ma dato che la line up degli Ataris è diversa in ogni album, mi sento abbastanza a mio agio nell’affermare che quella di ora sia una delle più solide (se non addirittura la migliore) formazioni con cui la band si sia mai esibita. Ottima tecnica, ottima presenza e ottimo coinvolgimento, tanto che il bassista regala birre al pubblico, rompe le casse buttandosi a terra e conclude con uno stage diving casuale.

Ecco, questo suo comportamento sul finale descrive esattamente le mie emozioni della serata. Nella top 10 dei concerti della vita, mi sa che questo sarà difficile da battere.

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