Kevin Devine & The Goddamn Band + Laura Stevenson @ Circolo Magnolia 23-01-17

di Michela Rognoni

kevin devine.jpgLa promozione di questa data ha fatto veramente schifo (però i 33 partecipanti dell’evento Facebook c’erano tutti). E ci tengo a dire che nemmeno avrei saputo di questa data se non fossi andata a caso al Magnolia alcuni giorni prima. Si tratta di Kevin Devine, per Dio, non di un gruppo di quelli che si ascoltano solo perché appaiono a caso nei mix di Spotify. Kevin Devine, che dovrebbe essere tipo nominato capo dell’emo o qualcosa del genere.

laura
#nofilters

Laura Stevenson apre le danze con la sua chitarra acustica e la sua voce suadente. In questa veste i brani suonano molto meno punk che ascoltati negli album me non per questo meno belli. Laura si destreggia con la sua conoscenza della lingua italiana e fa ridere perché presenta ogni canzone dicendo “questo è un pezzo triste”, “questo è un’altro pezzo triste”, “questo è più allegro ma parla della morte”.

Kevin Devine è tutta un’altra storia. Lui sale sul palco da solo con la sua chitarra e suona un paio di pezzi. Poi arriva la Goddamn Band e comincia lo spettacolo. Non so quanti anni abbia, a occhio e croce avrei detto diciassette ma in realtà sono un po’ di più dato che è in giro da tempo immemore (dice che la sua ultima volta a Milano è stata nel 2004). Per questo propone una selezione di brani sia vecchi, come “Ballgame” o “Cotton Crush”, sia nuovi come “No History” e “No Why” e vi giuro che non tutte le canzoni nuove iniziano con “no”.

kd
#yesfilters

Se non conoscete Kevin Devine dovete sapere che la sua musica è un misto tra gli Weezer, i Get Up Kids e i cantautori folk acustici dove in pratica lui fa il cazzo che gli pare, sperimenta con i suoni, si fa prendere bene dal ritmo e ci piazza sopra dei testi che ti strappano il cuore. In tutto questo gioco di energia e bitterness, saltella fuori tempo sul palco. Prima di concludere congediamo la goddamn band; Kevin stacca la chitarra e spegne tutto: ancora due pezzi nel più religioso silenzio (altrimenti non si sentirebbe un cazzo). L’ultimo pezzo è Brother’s Blood cantato con un pathos incredibile che non so come facciamo a essere ancora tutti vivi.

E adesso ditemi come ci si riprende da tutti questi feels.

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